Nel tempo della fine
quello che facciamo è un archivio

LA TELA DEL RAGNO
ERIK BORN
C’è qualcosa di impalpabile che ci tiene legati. È nell’aria, nel pensiero, passa attraverso i corpi e brucia leghe in un istante. Non si tratta di un’idea o di un affetto, ma dell’ultimo stadio del progresso infrastrutturale: connettere tutto senza residui e resistenze. Immediata, intangibile e invisibile, l’infrastruttura cibernetica sembra essere riuscita ad abbandonare il piano materiale per accedere al regno del puro spirito, ponendosi una volta per tutte al sicuro da ogni possibilità di sabotaggio e diserzione. Erik Born ci ricorda che sotto questa apparente sublimazione c’è ancora un mondo concreto: antenne, ricevitori e trasmettitori celati nei muri, negli alberi, nelle stelle del cielo, persino nei nostri corpi. In questo atlante illustrato dell’infrastruttura cablata e senza fili, ogni immagine diventa rivelatrice della posta in gioco tra spirito e materia, invisibilità e visibilità, trasparenza e opacità. Ogni dettaglio svela connessioni che ci sfuggono e dinamiche che plasmano il nostro presente digitale. Siamo nella tela del ragno; impareremo a danzare sui esili fili, tra illusione e inganno, tra controllo e costrizione. Un invito a guardare oltre ciò che appare, e a riconoscere la trama invisibile che ci avvolge.

COMUNISMO GOTICO
JON GREENAWAY
Mai come oggi il comunismo viene associato all’orrore. Che a dirlo siano, con crescente allarme, i giornali o la propaganda politica conta poco: nell’immaginario collettivo il comunismo appare come il regno del terrore. È un’idea antica, costruita riutilizzando immagini e miti molto più vecchi, dalle litografie delle guerre di religione medievali alle caricature antisemite del Settecento. Già uno dei primi manifesti anticomunisti ritrae due proletari della Comune come figure scheletriche e ubriache, quasi morti viventi sostenuti soltanto dall’alcol e dalla passione per molotov e ghigliottine. Da lì si apre un vero tunnel dell’orrore: comunisti descritti come cannibali e mangiatori di bambini, nichilisti che vampirizzano le ricchezze borghesi, fantasmi che si aggirano per l’Europa e terroristi che vestono i panni notturni di squartatori noir; oppure come mostri rossi — ragni, idre, piovre — che avvolgono e soffocano i continenti, o come eserciti di scheletri all’assalto delle democrazie. Partendo da questo immaginario, Jon Greenaway indaga il rapporto tra horror e comunismo e scopre che, oltre la propaganda, tra i due esiste un legame più profondo. Sulle tracce di Ernst Bloch e Walter Benjamin, attraversando il realismo capitalista di Mark Fisher e la fantascienza di Fredric Jameson, Greenaway riscopre un comunismo oscuro e visionario: un comunismo gotico che emerge dall’oltretomba del capitalismo.

UNA FINE AMARA
HERBERT MARCUSE
Gennaio 1967, Vietnam. Un uomo e una donna avanzano verso un posto di blocco americano. Una raffica di mitragliatrice. Le prime due vittime della guerra sono una coppia di innamorati che si tenevano per mano. Una storia amara che, per Herbert Marcuse, riassume il vuoto e il terrore del sistema politico in cui viviamo. È da qui che nasce l’esigenza della protesta: dalla tenerezza spezzata, dall’amarezza, dal rifiuto della guerra come destino amministrato. Ma è una rivolta che si deve misurare sin da subito con l’opulenza della merce e con la paura elevata a strumento di governo, con la futilità come Stimmung epocale e con lo spettacolo come dispositivo di neutralizzazione della critica radicale. In questo scenario, la protesta è costantemente esposta al rischio di ridursi a sfogo individuale, a gesto simbolico prontamente assorbito dall’ordine che vorrebbe negare. Per non dissolversi nella futilità del capitale, la rivolta è allora chiamata a irrompere come irrazionalità totale, come negatività assoluta, come pulsione erotica capace di opporsi all’orrore razionalizzato e normalizzato della vita quotidiana.

ROMPERE IL GHIACCIO
JAMES MARTEL
È l’alba di una nuova era della politica. Un tempo congelato e pallido, in cui la scena pubblica è occupata da spettacoli crudeli e senza gioia: arresti di massa, deportazioni etniche come quelle condotte dall’ICE, obbedienze esibite come glorie. È da questo paesaggio artico, sostiene James Martel, che si può comprendere l’attualità della politica americana. Secondo Martel, neoliberismo e neofascismo, solo in apparenza inconciliabili, hanno agito per decenni in tacito accordo, erodendo la democrazia e concentrando ricchezza e potere. Il risultato è il neofeudalesimo: un ordine in cui il mercato riproduce servitù e obbedienza. Una ristretta élite ducale e tecnologica domina, mentre la classe media viene schiacciata e il lavoro salariato si riduce a prestazione personale, precaria, fondata sula fedeltà. In questo quadro Trump è il volto più freddo ed esplicito del sistema capitalista: razzista, classista, indifferente allo stato di diritto. Eppure, per Martel, il collasso delle “verità liberali” apre anche una fase instabile, in cui è possibile riscoprire l’organizzazione collettiva e una affettività di massa. Il ghiaccio è sottile.

L’AVANGUARDIA DEL CAPITALE
CARSTEN JHUL
Poche cose sono tristi quanto rivangare le vecchie polemiche della tradizione comunista; e noi lasciamo volentieri all’ottusità dei leninisti qualsiasi archeologia che rimpianga i bei vecchi tempi andati. Ripubblicando l’articolo dello storico danese Carsten Juhl, uscito su «Invariance» nel ’74 con il titolo La rivoluzione tedesca e lo spettro del proletariato, non intendiamo neppure accendere un cero in più sulla tomba di Jacques Camatte. Come sempre, la questione dialettica della rivoluzione e del proletariato va affrontata soltanto sotto la pressione del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». Per questo, mentre gli stalinisti corrono al Nike Store per comprarsi la felpa di Maduro, noi preferiamo concentrarci sul ciclo delle cosiddette «rivolte della Gen Z» per chiederci, ancora una volta: può una rivoluzione essere «gestita» senza, per questo, capovolgersi in controrivoluzione? Che dobbiamo farcene dello spettro del proletariato? Liquidarlo, come Juhl, o piuttosto individuare, tra le rovine del Capitale Totale, la casa che ha deciso di infestare?

SENTIMIENTO NUEVO
HOWARD SLATER
Qualcosa inquieta le anime tristi e scosse di questo mondo. Slater chiama “classe affettiva” questo sommovimento della psiche e dei corpi, ma più che un’organizzazione sembra un sentimento nuovo che filtra nelle vene del tessuto sociale. Nasce dalla sussunzione totale del capitale, da quella fabbrica diffusa che ormai stritola menti, desideri e sogni, e vi oppone una potenza malinconica: l’affetto come forza vitale, come residuo ingovernabile che inceppa la produzione di valore. Dalle intuizioni di Benjamin e Fourier ai movimenti femministi, passando per le scorribande psicoanalitiche di Lacan sulle sofferenze senza parola, questo scritto segue le tracce di ciò che non trova né salario né linguaggio, ma che continua a bruciare e a unirci. Perché il dolore non è un esilio privato, ma un detonatore collettivo; e la cura, sottratta alle retoriche identitarie, appare come il più autentico terreno comune negativo; una materia oscura che lega le singolarità senza uniformarle o reprimerle. In questa notte sociale di corpi stanchi e desideri traditi, la classe affettiva diventa così la sola forma possibile di organizzazione della malinconia.

LETTERA MORTA
LAURENCE A. RICKELS
Che cosa hanno a che fare i vampiri con i servizi segreti e le guerre psicologiche? Il cinema contemporaneo ci ha abituati a vampiri tollerabili, inoffensivi, persino sentimentali. Da emblemi di terrori anti-cristiani, i vampiri sono diventati specchi della psicologia borghese, immagini di un erotismo privato. Smontando i miti hollywoodiani e seguendo con un’investigatore una serie di lettere morte e senza risposta, Laurence A. Rickels mostra il vampirismo nella sua veste più autentica e mostruosa: come forma politica occulta e tecnologia panica. Per Rickels, il vampiro è l’ombra del progresso, antenato delle tecniche di controllo delle informazioni e della perversione della repressione. Dalle leggende dell’Est europeo alle ombre della modernità, attraversa la storia come simbolo della gestione del segreto e del desiderio. Il suo sguardo esoterico si traduce in politica dell’occulto e in ricerca del bersaglio nemico. Il morso contagioso trasforma le prede in accoliti di una comunità terribile, spettrale, servile e gerarchica. La storia del vampiro è fatta di lutto e terrore, brama e sorveglianza: tra segreto e spettacolo, sangue e cibernetica, resta la più moderna delle creature, emblema di un potere che cospira e dissangua.

LE STEPPE DELL’ANIMA
FRANCO VENTURI
Non è ancora il crepuscolo della Russia zarista. Mancano cinquant’anni perché Nicola II cada sotto i colpi dei fucili a Ekaterinburg, in una villa sperduta tra le steppe della Siberia occidentale. Già mezzo secolo prima dell’uccisione dell’imperatore, dalle immensità siberiane spirava un vento minaccioso: quello del nihilismo. Ma che cos’è il nihilismo? La sua origine storica, letteraria e politica resta avvolta nel mistero, come se la sua genesi si perdesse nelle terre remote dell’Asia centrale: nella rabbia silenziosa dei contadini, nel galoppo dei cavalieri Tyvalar, nella mistica dei pellegrini ortodossi. In questo scritto tratto da Il populismo russo, Franco Venturi indaga l’alba del nichilismo, rintracciandone le prime forme tra gli studenti universitari siberiani, i separatisti delle steppe, i congiurati di Kazan’ e i populisti disillusi dopo la fallita insurrezione polacca. È un’alchimia di contraddizioni: egoismo e federalismo, élitismo e odio popolare, amore per le masse e culto delle società segrete. Da allora il nichilismo non smette di agitare la storia del pensiero politico radicale, animando tanto una certa refrattarietà anarchica, quanto un certo giacobinismo delle élite rivoluzionarie. La sua ombra, vasta e ambigua, continua a estendersi sulla storia rivoluzionaria, attraversandola come una crepa oscura — ora fratturandola, ora ricomponendola.

IL PENSIERO PLANETARIO
YUK HUI
Un lampo squarcia il cielo: grazie allo Sputnik per la prima volta la Terra appare un pianeta sospeso nello spazio profondo. È da questo fatto che Yuk Hui invita a ripensare l’umanità nell’era della planetarizzazione tecnologica. Non ha più senso pensare in termini di Stati o Imperi, ma di un pianeta trasformato in megamacchina, governata da logistica e algoritmi. La tecnica non è più semplice strumento, ma il cuore stesso della filosofia politica. Tre visioni ne animano l’immaginario: la Terra come navicella spaziale, la fuga verso Marte, l’accelerazione tecnologica che tenta di riparare l’Antropocene. Ma un vero pensiero planetario, sostiene Hui, significa immaginare una coesistenza radicale tra popoli, specie e forme di vita. Intanto, la scena globale si infiamma di battaglie titaniche: Leviathan governa i mari, Behemoth le terre, Ziz i cieli. Uno scontro che vive nella guerra tra Occidente e Oriente e nello scontro tra Stati e tecno-miliardari. Per Yuk Hui, ripensare la tecnica è atto di immaginazione cosmica: guardare il pianeta come creatura vivente e intravedere, tra rovine e possibilità, l’aurora di una nuova filosofia politica planetaria.

GEOPOLITICA DEL SOTTOSUOLO
GODOFREDO PEREIRA
Il sottosuolo è la nuova frontiera dello sviluppo capitalista: non più antro oscuro, ignoto, infero, ma territorio di sfruttamento e conquista di gas, minerali, fonti e petroli. Secondo Godofredo Pereira, questa frontiera nasce dall’incrocio tra perforazioni estreme, satelliti che scrutano la crosta terrestre, algoritmi che mappano abissi e un diritto che legittima espropriazioni e saccheggi. Nelle viscere della terra, eserciti e multinazionali trasformano la profondità in dominio militarizzato, mentre comunità e movimenti si oppongono a estrattivismo, migrazioni forzate e devastazione ecologica. È dunque qui sotto, tra diamanti e dati biochimici, che si gioca la partita per il dominio del mondo. Ma ascoltare il sottosuolo, il suo coro di metalli e magmi, significa riconoscere nel crepitio delle profondità il battito stesso della resistenza. Torniamo ad essere underground.

HANNO OCCHI SENZA VITA
MIKKEL BOLT RASMUSSEN
Ci troviamo sulla spiaggia, storditi da una noia calda o cullati da un mare limaccioso, putrido, inquinato. Poi, come in un remake malriuscito di Lo squalo, un brivido ci attraversa. Gli squali sono lì, dietro di noi: “hanno occhi senza vita”. Ci guardiamo intorno, attoniti, prima che le fauci si chiudano in un bagno di sangue. Ma è tutto falso. Anche oggi, dalle acque del disastro climatico, emerge un Leviatano: simbolo di una sovranità che, attraverso la paura, tenta di governare ciò che resta dello sfruttamento ambientale. Eppure anche questa bestia, come quella del film, è solo una maschera. Tra apocalissi annunciate e greenwashing di Stato, Rasmussen ci invita a rifiutare ogni governo del terrore, perché il mostro non è nelle profondità del mare, ma nella sua promessa di salvezza armata. Un mondo abitabile sarà possibile solo oltre le fauci della sovranità.

UN UNICO PNEUMA
HUNTER BOLIN
In una lettera poco nota Fiche appuntò che la nostra epoca è «quella della corruzione assoluta». Nonostante ciò si diceva di ottimo umore: «perché so che un nuovo amore può nascere solo dalla putrefazione completa». In Fiche parlava una saggezza antica, quella degli alchimisti – e la Nigredo è proprio la prima fase del processo alchemico, quella della decomposizione e della distruzione degli elementi, senza la quale non è possibile alcuna generazione della pietra filosofale. In questo scritto, originariamente pubblicato su e-Flux con il titolo Alchemists of the Revolution, Hunter Bolin porta a completa distruzione la putrefatta eredità comunista e, seguendo i dettami del Magnum opus, purifica, sublima e infine coagula un nuovo lessico della rivoluzione. Quello che resta alla è una pietra color cinabro, vischiosa, pneumatica: è la pietra della cospirazione. Regimine solius ignis, manifestum erit absconditum et absconditum manifestum sit.

TOTAL PARTY KILL
MAX GRÜNBERG
E se il gioco non fosse mai stato solo un gioco? Sotto ogni scacchiera ribolle una guerra. Ma il gioco è sempre e solo una palestra di guerra e sopraffazione? In Total party kill, originariamente pubblicato sulla rivista e-flux con il titolo Ludic War Machine, Max Grünberg ci guida tra le pieghe dove il ludico non è più solo svago, ma desiderio di conflitto di classe, laboratorio psico-sperimentale per il potere, macchina di morte o arsenale simbolico. Dalle partite di scacchi tra Lenin e Bogdanov alle trame digitali dei videogiochi contemporanei, passando per il bellicismo di Risiko e le avventure di Dungeons and Dragons, il gioco si rivela un campo di tensioni irrisolte. Ogni gioco, ogni infanzia, ogni lanciata di dadi non è innocente, ma porta con se una certa operatività, una certa ideologia, talvolta addirittura una promessa rivoluzionaria. Qui, la mossa non è mai solo una mossa. È gesto, è strategia, è linguaggio di dominazione o hacking dell’ordine costituito.

LE SACRE SOSTANZE DEL SOGNO
THOMAS S. SZASZ
In un tempo sospeso fra la cicuta e il Valium, la medicina nasce senza madre. Ma se si ascolta il vento tra le fronde di belladonna, si odono ancora i sussurri delle streghe: guaritrici esperte di piante e umori, massacrate perché alchimiste del dolore e del desiderio. Questo estratto da Il mito della droga di Thomas Szasz ricorda le parentele segrete tra l’oppio e la preghiera, l’unguento volante e l’LSD, la fattucchiera e lo spaccio. E ci mostra come, oggi, i drogati siano i nuovi eretici: la medicina ha preso il posto della Chiesa, i medici quello dei preti, la crociata contro la droga quello della caccia alle streghe. Ieri l’Inquisizione colpiva chi si guariva con funghi dalle pene del peccato; oggi lo Stato terapeutico perseguita chi fuma hashish per lenire quelle del salario e dell’atomismo sociale. La guerra alla droga non colpisce le cause della dipendenza: le alimenta. È una macchina che crea devianza per giustificare i suoi cacciatori. Torniamo a far danzare l’anima tra allucinazioni e sabba: perché la guarigione è, ancora e sempre, passarsela.

DEPOSE
FELIX CLOSTER
Il 4 dicembre 2024, a New York, Brian Thompson, CEO di United Healthcare, viene assassinato. A Felix Closter non interessa né il come né il perché. Conta solo ciò che quel gesto rivela – e che la mediasfera americana ha compreso all’improvviso in quei giorni: il cuore pulsante del dominio contemporaneo, il punto esatto in cui biopotere, capitale e spettacolo si intrecciano con la vita quotidiana. Con la biopolitica ormai riorganizzata attorno al potere delle assicurazioni – che differiscono, gestiscono e vampirizzano la vita di ciascuno – la vita stessa si riduce a un’agonia permanente: non-vita, mera sopravvivenza, nuda vita. Da qui ripartiremo, per passare al sabotaggio. Sarà una rivolta feroce, irrecuperabile, perché finalmente destituente. Come inciso su uno dei bossoli dell’arma che ha sparato: DEPOSE. È l’insurrezione dei sopravvissuti.

NEL VOLTO DELLE BESTIE
SIMÓN ROYO HERNÁNDEZ
Sotto i palchi della scena hardcore si gridava: “siamo come foglie, mescolate a caso all’infinito, siamo come foglie, senza meta, nessun domani”. Era la saggezza selvaggia del movimento punk che aveva capito, come sostiene Simón R. Hernández in questo abbozzo di ontologia anarchica pubblicato per la rivista Ficción de la Razón, che la vita e il pensiero fluiscono indistintamente in tutto ciò che esiste. Le piante pensano, le pietre evolvono, i venti danzano, il mondo vegetale, animale e spirituale sono un unico cosmo. Ma se così stanno le cose, allora “destituire l’umano come forma d’astrazione significa ricrearci come esseri cosmici, come forme di vita che sono anche forze della natura, sempre in comune e i cui modi saranno legati alle piante, agli animali, alla Terra e al cielo stellato”.

NICHILISMO GENDER
ALYSON ESCALANTE
Abolire il carcere, il lavoro e lo Stato. Perché, dunque, non abolire il genere? È la domanda che si ponte Alyson Escalante nel suo anti-manifesto queer; un oscuro e spietato sermone contro tutte le politiche di emancipazione trans fondate sull’identità di genere. A lungo rimasto sconosciuto nel dibattito italiano, nel resto del mondo Gender Nihilism è diventato un testo cult dell’antiumanismo e ha generato scandalo, critiche feroci e parziali ritrattazioni da parte della stessa Escalante (ripensamenti qui volontariamente omessi per lasciare intatta la pura violenza del suo nichilismo). Nessun compromesso, solo una radicale negatività adottata come metodo per smantellare l’apparato di genere, le sue fondamenta concettuali e sociali, la sua normatività.

LA RIVOLTA È BARBARIE
ROBERT DESNOS
Dopo essere stato tra le stelle più brillanti nel cielo del Surrealismo, Desnos fu insultato duramente da da Breton: reazionario, classicista, giornalista. Oggi, senza spezzare alcuna lancia a favore del settarismo di Breton, dobbiamo condividere quel giudizio. Ecco perché, a cent’anni dalla pubblicazione di Description di une révolte prochaine, uscito su La révolution surréaliste III, abbiamo deciso di ripubblicarlo senza rinunciare a manometterlo, a sabotarlo – ripulendolo dai germi di ressentiment e fascismo. Il potenziale rivoluzionario del testo non poteva restare compromesso dalla bassezza di vedute del suo autore. Di questo si era accorto Foucault che, in Bisogna difendere la società, lo aveva citato per riassumere l’idea centrale della politica che viene: la rivoluzione non è mai un’alternativa alla barbarie, ma l’invenzione di una nuova barbarie.

MANIFESTO DISTRUZIONISTA
ANDREW CULP, THOMAS DEKEYSER
Le avanguardie artistiche sono di una noia insopportabile. Gli artisti che le animano sono dei leninisti vanitosi. Non c’è da stupirsi se i loro manifesti sono dei tediosi decaloghi di leggi per la morale e per i musei di domani. Non si può dire lo stesso del Manifesto dell’Internazionale distruzionista di Andrew Culp e Thomas Dekeyser; un cantico della negatività e dell’iconoclastia, un inno alla distruzione del cinema impegnato, un’ode all’eccidio di tutti gli artisti di moda e spettacolo. L’obiettivo dei film dell’internazionale è “terroristico”: sabotare la messa in scena, lasciare che l’odio di classe, il furto e il vandalismo scorrano sullo schermo come nelle nostre città. A corredo un’intervista di Ian Alan Paul, pubblicata originariamente in Ill Will con il titolo Against the computer and its world e tradotta in francese da LundiAm.

LA CABALA DEL CAOS
HAKIM BEY
Che la terra sia patta è un’ovvietà. Tutt’altra storia è scoprire cosa nascondano i poteri forti dietro la muraglia di ghiaccio che la circonda. Nessuno mette più in dubbio che gli Illuminati tramino contro la democrazia e che i militanti di Qanon l’abbiano difesa assaltando il parlamento. Per i complottisti di ogni epoca la Storia ha senso solo se letta con le lenti esoteriche della cospirazione. Una teoria, tendenzialmente di destra, che prevede un piano occulto ordito da élites con l’intento di governare il mondo. Ma può esistere un uso rivoluzionario del complotto, una scienza dell’occultismo che smascheri gli arcana imperii? In La cabala del caos, Hakim Bey abbozza i tratti di una nuova scienza critica, una spettrologia che, nello stesso momento in cui indaga le ragioni misteriche dell’eversione di destra, cospira contro le leggi mistiche del potere.
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