BANDIERA CON IL TESCHIO

INTERVISTA CORSARA A GABRIEL KUHN
TASOS SAGRIS, GABRIEL KUHN

Da tempo si combatte una guerra ideologica per l’eredità politica e simbolica dei pirati. Canaglie al servizio dello Stato o ribelli sociali? In La vita all’ombra del Jolly Roger, Gabriel Kuhn ha esaminato il significato politico di questi fuorilegge mettendolo a confronto con una vasta gamma di concetti – ispirati da Marshall Sahlins e Pierre Clastres, Eric Hobsbawm e Michel Foucault. L’idea di razza, gender e sessualità nelle “comuni” piratesche vengono analizzate e contestualizzate nei loro pregi e limiti – così come le forme di organizzazione, di economia e di etica. In questa intervista a cura di Tasos Sagris, poeta e fondatore di Void Network, Kuhn torna sulla storia contraddittoria della pirateria tra predazione e sovversione, schiavitù e anarchia.

 

Nei decenni scorsi si è svolta una vera e propria battaglia ideologica riguardo l’eredità politica e simbolica dei pirati che solcarono i mari dai Caraibi alle Indie tra il 1690 e il 1725. I pirati sono stati rappresentati tanto come canaglie romanticizzate che come autentici ribelli sociali. In La vita all’ombra del Jolly Roger, Gabriel Kuhn esamina il significato politico e culturale di questi fuorilegge nomadi dei mari, mettendo a confronto resoconti storici con una vasta gamma di concetti teorici – ispirati da Marshall Sahlins e Pierre Clastres, Mao-Tse Tung e Eric Hobsbawm, arrivando fino a Friedrich Nietzsche a Michel Foucault. L’idea di razza, gender, sessualità e disabilità nelle “comuni” piratesche vengono analizzate e contestualizzate nei loro pregi e nei loro limiti – così come le forme di organizzazione, di economia e di etica dei bucanieri. In questa intervista a cura di Tasos Sagris, regista teatrale, poeta e fondatore di Void Network, Gabriel Kuhn ripercorre una parte delle questione esposte nel suo libro, cercano di leggere la storia della pirateria tra predazione e sovversione, tra schiavitù e anarchia.

Tasos Sagris: La borghesia ha creato le proprie università, accademie, insigni scienziati e case editrici per glorificare il loro establishment come l’unica esistenza possibile, difendere la proprietà privata e il regime dominante, per onorare i miti, la storia e la superna gloria della classe superiore, per delegittimare gli sforzi degli oppressi per la liberazione sociale. Una caratteristica che adoro dei tuoi libri è l’intransigente dedizione a scrivere libri di storia a favore del movimento anarchico globale. Qual è il ruolo dei ricercatori anarchici nella nostra lotta contro il dominio?

Gabriel Kuhn: La produzione della conoscenza non è affatto neutrale. Selezioniamo e interpretiamo il materiale in base a come vediamo il mondo (la nostra “epistemologia”, come le persone a cui piacciono questo tipo di parole direbbero) così come le nostre norme morali, sociali e culturali. Non c’è nessuna oggettività nella cosiddetta scienza oggettiva. Non credo questo significhi che ci sia una ricerca del vale tutto, in cui si possa semplicemente inventare storie e venderle come una verità storica. Quella non è ricerca, è manipolazione. Certe cose succedono in determinate maniere, e abbiamo una responsabilità nel riconoscerlo. Ma abbiamo anche la responsabilità di riconoscere perché e come raccontiamo certe storie. Possiamo vedere la stessa partita di calcio e, senza che nessuno di noi menta, raccontare due storie completamente diverse al riguardo. Più il pubblico conosce chi siamo e quali sono i nostri interessi, più facile sarà per loro interpretare le nostre storie e farsi un’idea riguardo cos’è successo. Perciò è così che vedo la ricerca anarchica. Sono interessato alle persone che lottano per libertà e giustizia. Queste sono le storie che cerco, e continuerò a vedere tutto secondo questo taglio. Non porta a nulla manipolare i fatti. Non si vince facendo in modo che la storia venga adattata nel miglior modo possibile. Le persone realizzeranno cosa stiamo facendo, e perderemo credibilità. Ma possiamo rifiutare di acquisire un modo di scrivere la storia in cui i potenti la fanno sempre franca, in cui tutto accade apparentemente in loro favore perché questo era giusto, meritato, inevitabile. La ricerca anarchica significa dire no, ci sono sempre state lotte di potere, ci sono sempre stati movimenti sovversivi, e questi movimenti non hanno sempre perso e potrebbero in effetti vincere più spesso in futuro se impariamo correttamente le nostre lezioni.

Tasos Sagris Cosa ti ha ispirato a scrivere un libro sui pirati?

Gabriel Kuhn: Inizialmente, una fascinazione per la vita dei pirati che credo condividano un sacco di teenager. Libertà, coraggio, avventura! Una volta saputo che c’era molto più che questa semplice immaginazione, che le comuni pirati erano effettivamente straordinariamente progressive e democratiche per il loro tempo, ho aggiunto un po’ di ricerca a questa fascinazione e scritto un libello sui pirati quand’ero studente in Austria. Fu tradotto in inglese, e basandosi su quella traduzione PM Press mi chiese qualche anno più tardi di fare una versione aggiornata e ampliata. Ed è così che è nato La vita all’ombra del Jolly Roger.

Tasos Sagris: William Burroughs nel suo meraviglioso e utopico libro Cities of the Red Night costruisce una tesi romanzata in cui afferma che il possibile successo delle lotte piratesche contro i poteri costituiti della loro era potesse mettere in moto le condizioni rivoluzionarie dell’Europa continentale molto prima e in maniera molto più forte della Rivoluzione francese. Cosa ne pensi della tesi di Burroughs e perché questa ipotesi non si è verificata? Quali sono state le influenze delle azioni della pirateria all’altro capo del mondo per le masse di poveri del XVI-XVII secolo?

Gabriel Kuhn: Esattamente come dici, il racconto di Burroughs è immaginario, e usa l’esempio di una comune pirata in Madagascar chiamata Libertalia come una specie di utopia radicale. Libertalia fu descritta nella famosa Storia generale dei Pirati di “Captain” Johnson del 1724. Burroughs non è l’unico ad aver incorporato Libertalia in un suo scritto. Probabilmente, non è mai veramente esistita, ma ispira tutt’oggi utopie radicali. Personalmente, penso che, se si leggesse con attenzione il libro di “Captain” Johnson, Libertalia non apparirebbe tutto questo gran modello, bensì come qualcosa di simile ad un avamposto del repubblicanesimo europeo in Africa, ma questo è un altro discorso. Che Johnson ne abbia scritto mostra che, già nella prima metà del XVIII secolo, le persone usavano proiettare sulle comunità piratesche idee progressiste. La tesi di Burroughs è simile al velleitario “Oh, se solo i pirati fossero stati al tempo radicali e potenti come mi sarebbe piaciuto; avrebbero radicalizzato l’Europa continentale”. Ma è assai probabile che non ci fu alcuna Libertalia, e che la potenza dei pirati fosse limitata. Tuttavia, ci sono stati evidenti contatti tra movimenti politici radicali nel XVII secolo con la cosiddetta età d’oro dei pirati, che iniziò nei Caraibi intorno al 1680. I britannici esiliarono molti dei radicali della Rivoluzione inglese nelle colonie del Caribe, e non pochi di loro finirono nelle ciurme dei pirati. È difficile stabilire quanto i pirati abbiano ispirato le masse povere d’Europa, ma il fatto che si mettessero in scena spettacoli sui pirati nei teatri popolari inglesi già alla fine del Seicento indicherebbe che un qualche impatto lo ebbero. Perciò, ci fu un effetto sinergico tra i radicali del continente europeo e le comuni pirata. Se questo avesse innescato un vasto movimento sociale capace di esercitare un cambiamento politico radicale, la fantasia di Burroughs avrebbe forse potuto diventare realtà. Le comuni pirata erano certamente più radicali degli sgherri borghesi che inscenarono la Rivoluzione francese. Ma non furono abbastanza forti e influenti. Che peccato.

Tasos Sagris: Il tuo libro ci offre incredibili parti dedicate alla critica dei pirati. Come affermi, molti di loro erano razzisti olandesi, francesi e inglesi, cacciatori di schiavi e razziatori di villaggi. Come ha potuto questo fermare la prima ondata di accumulazione capitalista? I pirati erano forse rivoluzionari e se sì, in cosa consisteva la carica rivoluzionaria delle loro pratiche?

Gabriel Kuhn: È possibile ci siano stati degli elementi di attività coscientemente rivoluzionarie tra i pirati – come ho detto, persone con esperienza politica facevano parte delle loro ciurme – ma penso che fosse limitata. Non penso ci fosse in maniera sostanziale qualcosa come una critica esplicita al capitalismo nascente. Eppure, sebbene i pirati capirono che nella società capitalista era necessaria una ricchezza materiale per avere una bella vita, non erano disposti ad assoggettarsi alla vita a cui il capitalismo li destinava: sgobbare per le briciole della torta, sotto la frusta di padroni, politici e forze di sicurezza. Razziando navi mercantili e cittadine costiere, sconvolsero il mercato del primo capitalismo al punto da minacciare l’espansione globale del capitale. Forse questo li trasformò in una specie di rivoluzionari per procura che non si curavano molto di come etichettarsi. Nonostante ciò, diventarono i nemici numero uno degli stati-nazione durante quegli anni. C’è sempre stata abbondanza di criminali, ma non tutti minacciarono l’ordine economico e politico rubando da esso nel momento stesso in cui ne venivano rigettati i fondamenti.

Tasos Sagris: Nel tuo libro ci offri un’analisi storica dell’eredità dei Pirati da un punto di vista rivoluzionario. La storia della pirateria è costellata da scelte terribili, errori e moltissimi fallimenti – eppure, c’è un elemento emancipatorio e rivoluzionario nella vita e nella lotta delle comuni pirata. Possiamo imparare qualcosa di utile per le nostre lotte sociali dai pirati del passato?

Gabriel Kuhn: Considerato che i pirati non ci hanno lasciato alcun resoconto o scritto, è forse difficile “imparare” nel senso classico del termine, ma, come pochi altri nella storia europea, i pirati indicano un punto di partenza per ogni trasformazione radicale: rigetto dello status quo, rifiuto di giocare secondo le regole e il tentativo di vivere una vita diversa col rischio di venir ammazzati per questo. Qui è dove il cambiamento rivoluzionario ha inizio, e i pirati hanno tutte le carte in regola. E sono convinto che sia questo il loro ruolo principale anche per i movimenti radicali di oggi. Sono delle fonti d’ispirazione,

Tasos Sagris: Probabilmente una delle caratteristiche di pregio del tuo libro è che ci offre delle informazioni dettagliate riguardo i fallimenti e gli errori dei pirati. Quali pensi abbiano commesso i pirati e quali dobbiamo evitare nei nostri piani per una liberazione sociale?

Gabriel Kuhn: Penso che il problema più importante fosse che la società pirata non fosse sostenibile. Tanto per cominciare, non c’erano, di fatto, donne, per cui la società non poteva riprodursi. Per mantenere i propri numeri, era costantemente necessario che nuove persone che si unissero. C’era un ricambio frequente, e non sempre chi subentrava sposava gli stessi ideali o interpretava la forma di vita del pirata nella stessa maniera. Durante gli anni finali dell’età d’oro, quando i pirati combatterono per la loro sopravvivenza, costrinsero le persone a unirsi alle loro ciurme solo per rimpolpare le loro fila. Ovviamente, non può funzionare sulla lunga distanza. Non c’erano inoltre strutture sociali vincolanti che avrebbero potuto facilitare la sopravvivenza delle società pirata. Non penso che fossero necessarie istituzioni, e nemmeno organizzazioni. Ma qualche caratteristica comune oltre la bandiera pirata che unisse tutto assieme. Guardiamo all’hardcore punk: è in giro da quasi mezzo secolo, non ha alcuna istituzione o organizzazione, ma ha una panoplia di elementi comuni: la musica, l’attitudine anti establishment, etica DIY, locali dove le persone si radunano regolarmente, zines che servono come riferimenti comuni. Ogni comunità, ogni movimento ha bisogno di un qualche collante sociale. Penso che quel collante mancasse tra i pirati. Oltre a questo, sono convinto che non ci sia molto che i pirati “fecero male”. C’erano contraddizione interne, ma ogni società ha contraddizioni interne. Queste contraddizioni si possono risolvere: a volte, sono addirittura salutari. Alla fine della fiera, i pirati sono andati incontro ad un destino molto semplice: sono stati schiacciati militarmente dal nemico. Molti movimenti radicali hanno patito la stessa sorte.

Tasos Sagris: Pensi che i movimenti anarchici di oggi abbiano connessioni con questi luridi figli di una baldracca, 300 anni dopo la loro disfatta ad opera di re, regine e protocapitalisti? C’è qualcosa che collega anarchici e pirati e in cosa possono avvantaggiare le future rivoluzioni? Cosa pensi che i pirati possano offrire come riferimento per i rivoluzionari della nostra generazione?

Gabriel Kuhn: Sì, penso esista una connessione che passa attraverso lo spirito ribelle che i radicali odierni e di domani condividono con i pirati. Da quello spirito può trarre vantaggio ogni movimento rivoluzionario. I pirati offrono una visione per il futuro nella misura in cui essi provarono a creare le loro proprie comunità al di fuori dello stato. Questo è un importante aspetto dei pirati e del loro potenziale ispiratore: le loro comunità erano distinte dal sistema in modi estremamente tangibili; erano fuori sui loro vascelli, da qualche parte su di un oceano molto più difficile da dimensionare e controllare di oggi, capaci di nascondersi su isole remote, lagune e delta fluviali labirintici. Come può tutto questo non essere fonte d’ispirazione?

Tasos Sagris: Un processo davvero unico e interessante del tuo libro è che metti sotto una strenua indagine basata sul pensiero strategico di diversi pensatori rivoluzionari le comuni pirata. Tra loro troviamo capitoli incentrati sulle strategie rivoluzionarie di MaoTse Tung, Carlos Marighella, la teoria dei banditi sociali di Eric Hobsbawm, la macchina da guerra e il nomadismo di Deleuze e Guattari, la vita estatica di Nietzsche. Cosa ti ha portato ad applicare questo metodo e quali sono stati i risultati di questo esperimento?

Gabriel Kuhn: Questo deriva in realtà dagli studi che stavo conducendo al tempo in cui ho iniziato a scrivere sui pirati. Ero uno studente di filosofia e mi piaceva la teoria e la storia delle idee. Oggi ho un interesse pressoché prossimo allo zero riguardo la filosofia accademica e non leggo molto della letteratura che leggevo a quei tempi. Mi attengo più alla storia e al dibattito politico concreto. Detto ciò, le idee non sono male. In Cos’è la filosofia?, Deleuze e Guattari scrivono che la filosofia riguarda la costruzione di concetti. Questo mi piace. La teoria diventa assai facilmente un chiacchiericcio, specialmente quando le bolle accademiche alienate dalla vita quotidiana hanno bisogno di una giustificazione per riprodurre spazi sociali di privilegio, ma senza teoria, senza sviluppare nuovi concetti basati sull’esperienza quotidiana che possano essere impiegati per alterare l’esperienza, non c’è progresso sociale. L’intenzione del libro sui pirati era di fare qualcosa in questo senso: usare la teoria, ma usarla in una maniera molto pratica, di incarnare concetti che, a loro volta, possano motivare all’azione. Quanto questo possa aver funzionato è dato ai lettori stabilirlo. Mi si lasci dire, tuttavia, che uno dei migliori commenti che ho ricevuto a proposito del libro è stato da parte di un romanziere affermato che mi disse che per la prima volta aveva finalmente capito Deleuze e Guattari.

Tasos Sagris: Lo spregio per la proprietà privata, la rottura con le costrizioni sociali e la necessità di una soluzione comune dei problemi sociali e privati causati dalla diseguaglianza e dallo sfruttamento sembra ciò che avvicina i pirati a chiunque della classe inferiore. Perché pensi che 500 anni dopo la morte dei pirati stiamo ancora lottando la classe dominante senza alcun evidente successo di rovesciarli?

Gabriel Kuhn: Grazie per questa domanda facile! Seriamente, non ne ho idea. Ma proviamo a guardarla da un angolo secondo il quale i pirati potrebbero essere d’aiuto. L’anarchico tedesco Gustav Landauer era affascinato dal libello seicentesco dell’umanista francese Étienne de la Boétie. È conosciuto in italiano col titolo di Discorso sulla Servitù Volontaria. Perché, si chiedeva de la Boétie, le persone scelgono così spesso di supportare strutture sociali che evidentemente non sono positive per il loro benessere? Il tema è riapparso nella scrittura critica attraverso i secoli, non da meno dopo la terribile esperienza del fascismo del XX secolo. Se qualcuno avesse trovato una risposta al problema vivremmo con tutta probabilità in un mondo assai differente, ma: i pirati non erano senza dubbio servitù volontaria. Essi disertarono un modello che è essenziale affinché le strutture del potere oppressivo funzionino. È una lezione chiave che dobbiamo imparare da loro.

Tasos Sagris: Le uniche immagini che conoscevo prima del tuo libro sui pirati venivano dall’Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson, le Utopie Pirata di Hakim Bey e la straordinaria serie TV Black Sails. In tutte, i pirati sembrano unire le forze in specifiche circostanze, solo se sono sotto una seria minaccia e senza alcun piano premeditato o strategia generale. La maggior parte delle volte si combattono a vicenda, non comunicano né si fidano tra di loro e non sono in grado di elaborare alcun piano generale. Mi ricorda molto dei gruppi anarchici e di sinistra odierni di tutto il mondo. Qual era la ragione per cui i pirati (e noi, ancora) non riusciamo a organizzare metodi che facciano uso delle differenze e dei disaccordi come un’arma utile che vada a detrimento dei nostri nemici comuni anziché essere motivo di autodistruzione e di impotenza delle nostre comuni?

Gabriel Kuhn: Con tutto il rispetto per la nostra scena, direi che ci sono due aspetti principali. Entrambi possono sembrare triviali, ma ciò non li rende affatto meno rilevanti. Il primo è l’egoismo. I grandi teorici rivoluzionari avevano ragione quando rivendicavano un “nuovo essere umano” come precondizione del cambiamento rivoluzionario. Ora, un nuovo essere umano non cade certo dal cielo e non può essere prodotto in qualche scuola o campo d’addestramento per guerriglieri. Non può precedere la lotta rivoluzionaria, ma deve necessariamente svilupparvisi attraverso. Ma il suo accrescimento in potenza deve essere uno delle principali caratteristiche della lotta rivoluzionaria, altrimenti i conflitti intestini saranno inevitabili. Anche se genuinamente aspiriamo ad una società di eguali, siamo stati socializzati in un ambiente altamente competitivo e borghese e questo non può non avere ripercussioni sui nostri movimenti. Noi – anche gli anarchici, se siamo onesti – vogliamo spesso comandare, vogliamo che le nostre idee siano riconosciute come superiori a quelle altrui, vogliamo essere riconosciuti come i più rivoluzionari di tutti i rivoluzionari. Guardiamo a tutte le cose insignificanti per cui le persone possono affannarsi. Non c’è altra spiegazione se non che si tratti di trip egoici che non hanno nulla a che fare col bene delle persone. Dobbiamo esserne a conoscenza e riconoscerlo quando lo vediamo. Un altro aspetto è stato riassunto da Ian MacKaye nella seguente maniera: “Il potere delle persone è limitato alla loro portata, ed è come dice il proverbio: prendo dove prendo”. In breve, se non puoi arrivare al tuo vero nemico – i politici, gli amministratori delegati, gli sbirri – ti scatenerai su chi ti sta a fianco. Vorrai tirar fuori tutta la tua rabbia e frustrazione e sentirti come se stessi realizzando qualcosa, reclamare una piccola vittoria, forse prevenire che il loro articolo sia pubblicato o escluderli dall’organizzazione della fiera del libro anarchica locale. Psicologicamente, è comprensibile, ma è devastante per i nostri movimenti. Con tutto il rispetto per i pirati, penso che si trattasse dell’ancor più semplice, palese istinto di sopravvivenza. Abbiamo elementi a sufficienza per concludere che ci fu un autentico tentativo su molte navi pirata di creare una comune piuttosto democratica con una spartizione relativamente più che equa della ricchezza. Questo era affermato nei “Codici” delle navi pirata di cui abbiamo tanto sentito parlare. Ma, come detto in precedenza, non c’era alcun agglutinante sociale forte abbastanza da garantire che ci si potesse aspettare lo stesso da ogni altra nave pirata con cui uno decidesse di salpare, o che di tutti coloro che sottoscrivevano i Codici ci si potesse fidare. Ho parlato riguardo l’essere socializzati in una società competitiva. Immaginate la società in cui i pirati erano stati socializzati. Non c’era alcuna “pace sociale” ostentata da un compromesso di classe socialdemocratico. Si doveva lottare ogni giorno per la propria sopravvivenza. Non c’è dubbio che questo abbia influenzato i pirati. Le persone erano sospettose, anche tra di loro. Di nuovo, troppo poco collante sociale.

Tasos Sagris: Nell’introduzione del tuo libro citi un libro di Edward Lucie Smith, Outcasts of the Sea: Pirates and Piracy. Il paragrafo spiega la popolarità delle storie di pirateria dal XVII secolo fino ai giorni nostri e il modo in cui i miti ancora influenzano le nostre vite moderne: “La storia dei pirati è un prodotto dell’immaginazione urbana. Una delle sue funzioni più importanti è di fornire una valvola di sfogo alle pressioni imposte sull’individuo dalle esigenze della moralità civica. Le fantasie elementari sono quelle di una sfrenata libertà e potenza come compensazione per ciò che il borghese medio non riuscirà mai a raggiungere, per quanto di successo possa essere materialmente”. È forse questa una possibile strategia per il movimento anarchico della nostra era, produrre azioni e forme di vita così straordinarie che appaiano come un mito nelle menti miserabili delle persone che ci circondano? Puoi condividere qualche idea su cosa potrebbe essere un mito del genere oggi?

Gabriel Kuhn: Non ci ho mai pensato in questi termini, ma penso che l’anarchismo – almeno un certo tipo di anarchismo – sia in grado di farlo. In parole povere, creare forme di vita che siano attraenti per le persone. Implicherebbero un senso di avventura, rendere la vita eccitante, ma non a un livello puramente individuale, ci dovrebbe essere un elemento di giustizia sociale. Una cosa del tipo Robin Hood. Dei “banditi sociali”, dei viaggiatori nomadi o delle comuni aldilà delle restrizioni della vita borghese sarebbero in grado di farlo. Di per sé, nessuno di questi progetti è sufficiente per realizzare una società anarchica, ma contengono importanti aspetti e potrebbero rendere le persone curiose nei confronti dell’anarchismo. Decisivo, ovviamente, è che questi progetti non siano guidati da persone tese a dimostrare quanto sono meglio delle masse (che “non ci arrivano”), prevenendo di fatto qualsiasi potenzialità ispiratrice, ma da persone capaci di rispondere positivamente agli interrogativi curiosi, anche da persone che non sono affatto radicali esperti e che non parlano o non sembrano tali. Le idee anarchiche SONO attraenti per le persone. A chiunque piace la libertà, e la maggior parte tiene anche alla giustizia. È solo che buona parte di loro non ha mai visto esempi di una vita anarchica che sembri attraente. In parte, è colpa del nemico, che ha fatto un egregio lavoro nel far sì che pochissimi di questi esempi esistano. Ma in parte è anche colpa nostra in quanto non siamo stati in grado di instaurarne tanti, e spesso vengono sviati dai problemi che abbiamo citato prima: lotte interne, esibizionismo, ecc. La bandiera pirata esprime ancora potenza per una ragione. Tocca a noi fornirle il giusto contenuto.

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