CITTÀ MORTE

LA SCIENZA DELLE ROVINE
MIKE DAVIS

 

Tra il 1994 e il 204 Mike Davis raccoglie una serie di studi dedicati all’esame delle politiche urbane, allo sviluppo delle megalopoli e ai disastri ambientali, in larga misura imputabili all’uomo proprio a seguito dello sviluppo economico imposto dalla dismisura della metropoli. I saggi raccolti vengono pubblicati nel volume Città morte. Storie di inferno metropolitano (Feltrinelli, 2004) e attualmente fuori produzione. 

 

LA SCIENZA DELLE ROVINE

A un certo punto, verso il finire del XIX secolo, il genere umano ha iniziato a dedicare la maggior parte dell’energia di cui disponeva alla costruzione e al mantenimento dell’habitat urbano. L’agricoltura che per otto millenni era stata il centro nevralgico del lavoro umano e animale adesso passava in second’ordine rispetto all’immenso dramma “geologico”, in senso letterale, dell’urbanizzazione. I geologi calcolano che l’energia fossile spesa attualmente per plasmare la superficie terrestre secondo i bisogni della popolazione urbana in rapida espansione sia geo-morfologicamente equivalente, per lo meno nel breve periodo, al lavoro dei principali motori tettonici del pianeta: l’espansione dei fondali oceanici e l’erosione delle montagne. Allarma ancora di più il fatto che il metabolismo del carbonio delle aree urbane stia trasformando il clima mondiale, e che forse distruggerà progressivamente la recente nicchia a clima temperato che ha reso possibile la superurbanizzazione.

Tralasciando i cambiamenti globali, la “sostenibilità” delle grandi città ha offerto da sempre motivi di preoccupazione. La capacità della struttura fisica della città di organizzare e codificare un ordine sociale stabile dipende dalla sua possibilità di dominare e manipolare la natura. Però le città sono artefatti il cui “controllo della natura”, come ha sottolineato ottimamente John McPhee, è in fin dei conti illusorio. La natura tende a spezzare le sue catene: scova i punti deboli, le crepe, i difetti, anche un solo puntino di ruggine. Le forze a sua disposizione vanno dai potenti uragani ai batteri invisibili. A ciascuna estremità della gamma, le energie naturali sono in grado di aprire squarci che possono disfare velocemente la trama culturale. Di conseguenza, le città non si possono permettere di lasciare che la flora o la fauna, il vento o l’acqua si muovano liberamente. Il controllo ambientale richiede continui investimenti e una manutenzione sistematica: sia che si tratti di costruire un sistema di prevenzione delle alluvioni da molti miliardi di dollari o semplicemente di estirpare le erbacce dal giardino.

È una fatica di Sisifo inevitabile. Anche se pensiamo alle città come a tante “montagne intelligenti”, dotate di miriadi di sensori umani per individuare e combattere l’erosione, le interfacce fondamentali con la natura (le condizioni abitative, lo stato delle condotte essenziali per la distribuzione idrica e per la rimozione dei liquami, il controllo delle specie commensali portatrici di malattie come i ratti e le mosche etc.) sono di solito in stato di disequilibrio. Crisi ambientale è sinonimo di dimensione metropolitana in espansione. Tra l’altro le città ricche non sono necessariamente più stabili di quelle povere. “Queste metropoli meravigliosamente sospese e inorganiche devono difendersi giorno per giorno, ora per ora dagli elementi come di fronte a un’invasione nemica”, scriveva Ernst Bloch parlando di New York o Berlino. La crescente complessità infrastrutturale, come hanno sperimentato con costernazione gli americani dopo l’11 settembre, non fa che moltiplicare i nodi critici in cui è possibile il collasso catastrofico dei sistemi.

Tuttavia le città ricche sono abilissime a esportare le proprie contraddizioni naturali più a valle. Los Angeles, per esempio, cattura acque di deflusso ed energia ed esporta inquinamento, rifiuti solidi e svaghi del fine settimana in un bacino vastissimo che comprende una dozzina di stati occidentali e la Baia California. La classica precondizione naturale dell’urbanizzazione, il dominio su un unico ampio bacino fluviale, con l’avvento delle megalopoli è diventata un imperialismo ambientale di portata subcontinentale. Ecco altri esempi: New York, che un tempo stava semplicemente a cavalcioni del fiume Hudson, oggi estende la sua influenza (grazie all’energia idroelettrica del Québec) alla baia di Hudson. Tokyo, secondo il rapporto dell’Earth Council del 1998, richiede per la sua sopravvivenza un territorio biologicamente produttivo tre volte più grande del Giappone. Le città molto grandi, quelle che lasciano il segno sull’ambiente del pianeta, non soltanto di una regione, sono perciò i prodotti finiti più spettacolari, in tutti i sensi, dell’evoluzione culturale umana nell’Olocene. Probabilmente dovrebbero essere sottoposte a un’indagine scientifica quanto mai urgente e minuziosa. Non lo sono. Conosciamo meglio l’ecologia della foresta pluviale di quella urbana. Tra l’altro, lo studio delle città è uno degli ultimi bastioni dell’analisi critica lineare su base meccanicistica. L’ingegneria, tanto per fare un esempio, ha sempre affrontato i problemi della natura urbana separatamente, progettando infrastrutture a scopo unico. Seguendo lo stesso spirito testardamente monolitico, chi amministra queste tecnologie essenziali di solito non comunica con gli altri, anche quando, come nel caso dei sistemi di scarico delle acque, dei sistemi fognari e dell’approvvigionamento idrico, si occupano di aspetti dello stesso sistema naturale integrato.

 

Anche se in alcuni ambiti, come la chimica atmosferica o la meteorologia termica, prevalgono approcci più olistici, siamo ancora molto lontani da una scienza urbana veramente unificata. Forse la necessità più immediata è trovare un modello concettuale su grande scala per comprendere la dialettica natura-città. Qui l’audacia può dimostrarsi una virtù. Cosa succederebbe, per esempio, se semplicemente cancellassimo dalla lavagna tutte le equazioni differenziali (che rappresentano l’operato degli umani sull’ambiente) dal lato dell’interazione che riguarda la città? Cosa rimarrebbe dal lato della natura? Che cosa sarebbe davvero la natura urbana senza il controllo umano? La città verrebbe gradualmente (o catastroficamente) conquistata dall’ecologia “originaria” o da qualcos’altro forse più simile a una chimera? In altri termini, le “città morte” potrebbero dirci tante cose sulle dinamiche della natura urbana. Ma quale esperto di medicina legale ha mai esaminato il cadavere di una grande città? Chi ha mai puntato un microscopio sulle rovine di Metropolis?

In realtà ci sono due straordinari naturalisti autodidatti, Richard Jefferies e George R. Stewart, che hanno condotto poderosi esperimenti teorici sotto guisa di romanzo sulle storie naturali post mortem della regione di Londra e della baia di San Francisco. Sono stati, per così dire, il Darwin e il Wallace dell’arcipelago dell’apocalisse. Jefferies, il principale storico naturalista della Londra tardovittoriana e delle contee limitrofe, scrisse After London nel 1880. Stewart, autore anche dei classici dell’ambiente del West Storm e Fire, pubblicò Earth Abides nel 1949. In entrambi i casi, la trama romanzata in stile “Ultimo sopravvissuto” (derivata fondamentalmente da Le dernier homme di Cousin de Grainville del 1806) è dominata dalle brillanti descrizioni del recupero della natura e della successione ecologica. Tra l’altro le congetture di Jefferies sono state riesaminate e aggiornate sotto certi aspetti da “New Scientist” nel 1996.

Però le città morte non sono solo trame di romanzo. Come recita l’adesivo che si vede ogni tanto sui paraurti delle macchine, “l’Apocalisse è già arrivata”. Il bombardamento strategico dell’Europa e del Giappone durante la Seconda guerra mondiale ha creato involontariamente parecchie stazioni sperimentali per l’osservazione della natura urbana allo stato brado. Fra i detriti di Whitechapel, Altona e Neukolln, i botanici hanno potuto registrare empiricamente le successioni di popolazioni di coloni che Jefferies e Stewart avevano potuto soltanto immaginare. Hanno così scoperto che la guerra è stata il catalizzatore di una rapida proliferazione di specie straniere in precedenza rare, che hanno fatto nascere una nuova flora urbana chiamata anche “Natura II”. Le loro ricerche sono diventate la base della cosiddetta “ecologia ruderale”, lo studio scientifico dei confini urbani e delle zone abbandonate. In modo analogo, la distruzione dei quartieri centrali delle città statunitensi negli anni settanta, come conseguenza della “seconda guerra civile” (le rivolte urbane) di fine anni sessanta, ha prodotto rovine stranamente simili a quelle dei bombardamenti a tappeto. Anche se gli amanti degli uccelli e i geologi in genere evitano i centri desertificati del Bronx, di Newark e di Detroit, il fotografo Camilo Vergara è ritornato cocciuto a documentare gli stessi siti mese dopo mese, anno dopo anno. I suoi studi sul trascorrere del tempo pubblicati in parte in The New American Ghetto (1995) costituiscono un archivio incomparabile per comprendere l’incuria come processo di sviluppo del territorio. Deborah e Rodrick Wallace hanno usato a loro volta gli strumenti formali dell’ecologia demografica e dell’epidemiologia matematica per collegare l’abbandono edilizio e la smobilitazione di interi quartieri alle “nuove pestilenze” della tubercolosi, dell’AIDS, dell’aumento della mortalità infantile e della violenza di strada. In particolare, i due ricercatori si sono concentrati sull’ingerenza stile Frankenstein del Rand Institute nei servizi antincendio della città di New York durante gli anni settanta. Il loro lavoro è un prezioso esempio di scienza urbana inter-disciplinare, ma anche un monito contro la nostra ignoranza delle dimensioni non lineari dell’ecologia urbana.

LA METROPOLI TOSSICA

Nel febbraio del 1884 John Ruskin, in un paio di leggendarie conferenze londinesi (pubblicate in The Storm-Cloud of the Nineteenth Century), avvertì il pubblico che quel mondo borghese era arrivato sull’orlo di una catastrofe soprannaturale. Una “nube velenosa”, in realtà una “nube pestilenziale”, avvolgeva ormai l’Inghilterra, sintomo di “un’infezione miasmatica, progressiva e apparentemente fatale del cielo”. Gli scettici, avvertiva Ruskin, dovrebbero solo guardare dalla finestra il cielo che si oscura. Proprio il suo giardino inaridito, “infestato di malerbe andate a fare seme, le rose nella parte superiore putrefatte in spugne scure”, forniva l’incontestabile dimostrazione della degenerazione irreversibile.

«E vi dirò questo: che se il clima fosse stato com’è adesso quando io ero giovane, libri come Modern Painters né sarebbero né avrebbero potuto essere scritti, poiché ogni tema e sentimento in quel libro è incentrato sull’esperienza personale della bellezza e sui doni della natura, in primavera e in estate […] vi dico che l’armonia ora è spezzata e spezzato è il mondo che la circonda […] mese dopo mese la tenebra guadagna terreno sul giorno».

Lo stato d’animo di Ruskin era chiaramente delirante, tuttavia, come ha sottolineato Raymond Fitch in un’ampia ricerca, l’erudito parlava anche con estrema competenza in quanto maggiore studioso del cielo ed esperto di nubi dell’era vittoriana. Inoltre, le sue fobie furono echeggiate in quei mesi da un altro esperto osservatore, Richard Jefferies, celebre per i suoi saggi singolari sui fenomeni naturali di Londra e dintorni (per esempio, I piccioni del British Museum, Greggi a Kew Gardens, Una trota londinese etc.). In un’annotazione del diario datata 21 luglio 1884, Jefferies scriveva:

Hyde Park. Testimonianza.

Piccolo villaggio. Londra medievale. Il Tamigi. Acque nere e putride, corpo in decomposizione sotto la ruota a pale. Atti malvagi. Il corpo. Nove ceppi di olmo, cuciti in un sacco. Bambini miserabili, torturati, è lo stesso. La tirannia dei nobili sostituita dal Tribunale di contea. Meccanismo per estorcere. Il sistema fognario e le acque del gabinetto. Terreno pronto per l’epidemia e la febbre del colera, infettiva, che ne ucciderà quanti la peste. Le ventuno parrocchie del Progetto fognario del Basso Tamigi prive di fognature di sorta. L’intera area pronta per malattie e pestilenze. Il secolo del gabinetto.

Qualche settimana dopo, aggiunse: “La grande speranza del futuro. I rivoluzionari”. Lo straordinario connubio che troviamo in Jefferies di disoccupazione, corpi decomposti nel Tamigi, burocrati corrotti, acque di scolo e rivoluzione condivide con il cielo velenoso di Ruskin la medesima immagine spietata di un miasma che permea tutto. Nonostante le ricerche innovative di Koch e Pasteur, le persone colte continuavano a credere, seguendo il famoso Report on the Sanitary Conditions of the Labouring Population del 1842, stilato da sir Edwin Chadwick, che a diffondere le malattie fossero “atomi miasmatici e vischiosi” che mandavano letteralmente in putrefazione l’aria. In realtà, come osserva Carlo Cipolla, “Chadwick e i suoi collaboratori si comportavano non solo come se ogni odore fosse una malattia ma anche come se tutte le malattie fossero un odore”. Se Ruskin affermava che il fetore di Londra aveva infettato definitivamente il cielo, Jefferies aveva le prove di una crisi urbana mortale il cui simbolo era il gabinetto moderno che scaricava escrementi nel suo amato Tamigi.

C’è motivo di credere che il 1884 sia stato davvero un anno buio e fetido. Nietzsche (o, meglio, “la scimmia di Zarathustra”) era in quell’anno “ripugnato dalla grande città […] dove tutto ciò che è fradicio, scellerato, lubrico, buio, infrollito, ulceroso, sotterraneo conviene insieme in un’unica piaga”. L’inquinamento dell’aria, come ha dimostrato Brimblecombe, aveva toccato il picco del XIX secolo e le polveri stratosferiche e i solfati dell’eruzione del vulcano Krakatoa dell’anno prima stavano causando anomalie nel clima del pianeta. È molto probabile che la strana “nube infetta” di Ruskin esistesse sul serio. Inoltre lo scandalo delle acque di scolo di Londra non trattate e dell’acquedotto contaminato, otto lustri dopo che Chadwick ne aveva individuato le concause letali, rendeva quasi inevitabile l’arrivo di nuove pestilenze. Ugualmente, la disperazione e la rabbia che crescevano nell’East End, dove decine di migliaia di persone avevano perso il lavoro in seguito alla crisi mondiale del commercio, sollevava lo spettro dell’anarchia se non addirittura di una Comune di Londra. Se Ruskin reagì ai cieli diabolici con disperazione, Jefferies, che apparteneva al ceto dei piccoli proprietari terrieri del Wiltshire decimati dalla crisi agricola nel decennio precedente, era più incline a intravedere qualche barlume di Arcadia dietro la catastrofe.

In Snowed Up, un racconto del 1876 basato sulla famosa bufera di neve di due anni prima, aveva già descritto l’imbarbarimento repentino di Londra una volta che si erano interrotti i rifornimenti essenziali di grano e carbone e la metropoli veniva invasa da topi e sciacalli. Jefferies amava ricordare al lettore che a separare la civiltà dal mondo selvaggio c’è solo “un sottile strato di vetro fragile”: un tema sottolineato con l’immagine ricorrente, ossessiva, di un iceberg nel Tamigi. Dopo Snowed Up era forse inevitabile che Jefferies tornasse al tema della natura che sconfigge e distrugge la città pestilenziale. After London: or, Wild England già covava nella sua mente nel 1884, almeno stando al suo diario, ma fu pubblicato nel 1886, e da allora è sempre stato ristampato. Più che di un incubo si tratta dell’augurio sognato di un ritorno al potere delle forze selvagge da parte di un ecologista convinto. (William Morris dichiarò: “Speranze assurde mi rincuoravano mentre lo leggevo”.)

Il racconto è diviso in due parti a sé stanti: The Relapse into Barbarism e Wild England. Quest’ultima sezione narra le avventure dello studioso-arciere Felix Aquilas, che sfugge a vari agguati darwiniani (animali feroci e umani involuti) mentre attraversa il paesaggio medievalizzato dell’Inghilterra post apocalittica in cerca di “Londra, la città estinta”. Jefferies depura sia l’ambiente culturale sia quello naturale: ogni traccia del XIX secolo è svanita, sebbene sopravvivano per qualche strano motivo i classici greci e romani. Si tratta di un attacco selvaggio alla civiltà vittoriana, anche se lo stile è anacronistico e Wild England interessa oggi la critica essenzialmente perché precorre la fantascienza allegorico-politica resa famosa da H.G. Wells. The Relapse into Barbarism, invece, mette le grandi doti di naturalista di Jefferies al servizio dell’esperimento immaginario di una misteriosa catastrofe. Il narratore anonimo, che scrive alcune generazioni dopo gli eventi che hanno distrutto le testimonianze storiche, è dubbioso sull’esatta natura degli ultimi giorni quanto noi lo siamo riguardo le caratteristiche del flagello misterioso che ha spopolato Bisanzio ai tempi di Polibio. Forse Londra e le altre città sono state assassinate da un incontro ravvicinato con un “enorme corpo celeste scuro, che ha creato un caos gravitazionale sulla terra”, ma d’altra parte la metropoli potrebbe essere semplicemente rimasta soffocata dall’inquinamento. “Ciò che pare certo è che quando il fenomeno ha avuto logo, l’intera popolazione ne ha sofferto e le classi elevate, le più abbienti, hanno usato il loro denaro per scappare”. A parte questo mistero della catastrofe, il narratore è perfettamente in grado di descrivere con minuzia da legale la decomposizione della metropoli defunta. Vale la pena di riassumere The Relapse into Barbarism, non solo per le ipotesi sull’evoluzione accelerata delle specie selvatiche, ma soprattutto per la brillante descrizione che fa Jefferies delle forze naturali che hanno riplasmato il paesaggio urbano: prima il proliferare di erbe infestanti, poi un iniziale rimboschimento seguito dalla vendetta del Tamigi. È una delle prime e certamente più drammatiche descrizioni di quella che oggi definiamo “successione ecologica”.

La prima primavera del “dopo Londra” fu “un’esplosione di verde”: il frumento non più seminato crebbe selvatico, mischiandosi all’agropiro e ad altre erbe che infestarono velocemente anche i marciapiedi. Topi a milioni, in compagnia di corvi, passeri e piccioni, banchettarono col frumento lasciato maturare e cadere nei campi, mentre grossi eserciti di ratti depredavano i granai e le credenze delle case abbandonate. All’inizio i predatori ebbero qualche successo contro i roditori, ma con l’arrivo dell’inverno l’esplosione demografica toccò il suo limite malthusiano, e i topi e i ratti ormai disperati si lasciarono andare a orge cannibali. Le tempeste invernali abbatterono il poco frumento e orzo rimasti nei campi intorno a Londra. Arrivata l’estate del secondo anno, i cereali selezionati di un tempo non erano più distinguibili nell’accozzaglia selvatica di romici, acetose, carote selvatiche, cardi, occhi di bue e fiori gialli di senape selvatica. Più tardi le ortiche e la pastinaca selvatica soppiantarono buona parte delle specie pioniere, mentre l’erica arborea e il biancospino seguirono il rovo. Allo stesso modo, le siepi si allargarono e cominciarono a soffocare i campi e gli appezzamenti fino a che, dopo circa un ventennio, li inghiottirono del tutto. Anche le case e le strade furono inghiottite, e spuntarono gli arboscelli delle nuove foreste. Olmi, frassini, Querce, sicomori e ippocastani attecchirono in maniera caotica tra le rovine mentre le macchie più disciplinate di abeti, faggi e noccioli espandevano inesorabili la loro circonferenza.

Nel frattempo, i gufi, i gheppi e soprattutto le donnole avevano posto un freno all’invasione dei roditori. Quando i gatti, ora per lo più di colore bigio e più allungati dei loro antenati domestici, recuperarono la loro abilità nella caccia, preferirono ai topi gli uccelli e il pollame. In realtà, il temuto “gatto della foresta” talvolta attacca anche i viandanti. Costretti a difendersi da soli, i piccoli cani da compagnia della borghesia di un tempo (barboncini, terrier maltesi e cani di Pomerania) diventarono bocconi prelibati e furono sterminati. I cani più grossi, i mastini, i terrier, gli spaniel e i levrieri, rimasero fedeli all’uomo e seguirono i padroni nella fuga dalle città. Una terza classe di cani scelse invece la libertà del mondo selvaggio, e dopo alcune generazioni di selezione naturale si evolvettero in tre nuove specie che cessarono di incrociarsi: il cane nero (discendente del cane pastore, che caccia in branco pecore e bestiame, ma non attacca l’uomo); il cane giallo (più piccolo e amante dell’inseguimento, che dà la caccia a lepri e cervi); e il patetico cane bianco (uno sciacallo degenerato, timoroso persino di affrontare un gatto mansueto). L’evoluzione creò subito specie e sottospecie anche da altri animali domestici.

Jefferies ama descrivere come, dopo millenni di avvilente schiavitù all’uomo, il bestiame si sia trasformato nelle divinità spaventose dei fregi minoici. Il toro bianco o bigio, “molto pericoloso”, è il sovrano della nuova foresta, anche se gli umani diffidano pure degli armenti neri inselvatichiti. Palizzate formidabili difendono le fattorie dal bestiame e dai quattro tipi letali di maiale, così come dai grossi cavalli della macchia, che vivono nei boschetti vicino all’acqua. Piccoli e tarchiati pony di collina condividono le Chalk Hills con due varietà di pecore villose. Una terza specie di pecora ha scelto la vita isolana per proteggersi dai cani della foresta. Talvolta, quando il tempo lo permette, i cani nuotano fino alle isole e le sbranano. All’inizio i sopravvissuti temevano che le bestie feroci dello zoo di Londra e quelle fuggite dai vari circhi si sarebbero moltiplicate nelle nuove foreste. Infatti leoni e orsi avevano girovagato per i campi per qualche anno, ma la loro figliolanza, insieme a quella dei serpenti fuggiti, era stata pian piano sterminata dai rigori invernali. “Nel giardino del castello di Longtover si possono ancora vedere le ossa di un elefante che fu trovato morto nei boschi vicini”. Essendo ormai marciti i tessuti molli della città, le straordinarie forze vegetative della natura selvaggia cominciarono l’assalto finale ai mattoni, alle pietre e agli scheletri di ferro di Londra.

“Dopo trent’anni, fatta eccezione per le colline, non rimaneva più uno spazio aperto dove un uomo potesse passare se non seguendo le piste delle creature selvagge o aprendosi un varco. I fossi si erano da tempo riempiti di foglie e rami secchi, e l’acqua che vi doveva scorrere stagnava e aveva allagato ogni depressione e lambito gli angoli di quelli che una volta erano i campi, formando acquitrini dove crescevano equiseti, stiance e falaschi”.

Quando la palude ricoprì la pianura alluvionale, le piogge intense trascinarono a valle contro i piloni vecchi e malandati dei ponti del Tamigi “grosse quantità di legname, le macerie di interi paesi”. Il ponte di Waterloo, il London e quello della Torre divennero così delle dighe che bloccarono le acque, le quali a loro volta sfondarono gli argini rimasti. La pressione idraulica del sottosuolo allagato della città, i passaggi sotterranei, le fognature, le cantine e i canali di scolo minarono in poco tempo le fondamenta delle case e dei palazzi, che si sbriciolarono in montagne di macerie, bloccando ulteriormente il deflusso. Alla fine, la nuova vegetazione e i vecchi detriti intasarono completamente il Tamigi. A monte si formò il Lago, un mare interno lungo 300 chilometri le cui acque cristalline, “squisite da bere, ricche di peschi di ogni genere e abbellite da isole verdi”, simboleggiavano la resurrezione del bel paese lussureggiante (Hitler, curiosa coincidenza, propose di allagare Mosca e di farne un enorme lago dopo la conquista). Ma a valle, dove ormai Londra era una Grande Cisti in senso letterale, tutta la tossicità dell’era vittoriana rimase concentrata nel centro del pantano “verde e puzzolente” che emanava vapori fetidi tali da oscurare il sole. “Poiché lì c’è tutto il marciume di migliaia di anni e di centinaia di milioni di esseri umani, che imputridisce nell’acqua stagnante che prima ha penetrato la terra e poi ha trascinato in superficie il contenuto delle cloache sepolte”. La Londra estinta di Jefferies, per farla breve, è una gigantesca toilette intasata che promette la morte come “destino inevitabile” per chiunque sia abbastanza folle da esporsi ai suoi miasmi velenosi.

Dove un tempo era Londra ebbe molti seguiti e imitazioni. J.F. Clarke ha sottolineato per esempio le eccezionali affinità tra Jefferies e W.H. Hudson, il naturalista nato in Sudamerica che diventò un esperto degli uccelli di Londra, la cui arcadia catastrofica, A Crystal Age, apparve nel 1887. “I due fanno appello alla natura per cancellare l’infamia della civiltà urbana con un’interessante anticipazione catastrofica”. Nella sua più acclamata variazione su Jefferies, News from Nowhere, William Morris non distrugge completamente la “città orribile”, ma la riduce invece alle dimensioni umane della città-giardino socialista che aveva già descritto in The Earthly Paradise: “Londra, piccola, bianca e pulita / Il Tamigi azzurro cinto dai verdi giardini”. Comunque c’è voluto più di un secolo perché la storia naturale ripescasse Dove un tempo era Londra per analizzarlo nel dettaglio.

Nel 1996, il settimanale New Scientist chiese a illustri botanici, etologi, scienziati dei materiali e ingegneri di riprendere “l’esperimento” di Jefferies. Tra le moderne conoscenze che sono state chiamate a cimentarsi con il problema dell’abbandono troviamo una migliore comprensione della biogeochimica del degrado urbano e delle dinamiche della riforestazione, così come il frutto di un centinaio di anni di ricerche sul ciclo vitale delle strutture in acciaio e in cemento armato (le più grandi innovazioni nei materiali urbani, insieme alla plastica, a partire dal 1880). New Scientist, scoprì che in soli cinque anni le erbacce avrebbero davvero conquistato gli spazi aperti, i sentieri pedonali e le crepe della città. Però dai tempi di Jefferies alcune erculee erbacce aliene, in particolare l’arbusto Buddleia davidii, hanno piantato una testa di ponte a Londra. Se il tarassaco e altre piante indigene “sfruttano solo i punti deboli esistenti”, la buddleia ha radici “abbastanza forti da bucare i mattoni e le auto per scovare l’umidità”. Pianta dalla crescita rapida, diffusa dal vento e originaria dell’Himalaya, forse importata come pianta ornamentale fin dal 1880 ma divenuta comune dopo il bombardamento di Londra, la buddleia o arbusto delle farfalle si è adattata alla monumentale attività erosiva delle montagne. Quindi Trafalgar Square non costituisce un problema per lei. Come ha detto un botanico preoccupato a New Scientist, “buddleia è già in tutta Londra, pronta a liberare la città da cemento e mattoni”.

Il paesaggio urbano in via di disintegrazione fornisce alle piante una dieta povera di azoto. Però nel lungo periodo il trifoglio e l’ontano che fissano l’azoto possono fertilizzare i detriti sabbiosi e creare un terreno adatto per gli alberi dei boschi. Gli incendi, che Jefferies ha stranamente dimenticato, accelerano enormemente la transizione. Come quasi tutti gli ambienti, Londra ha un ciclo naturale di incendi regolato dal clima e (secondo l’opinione di uno degli esperti interpellati) “a circa cinque anni dall’abbandono, con l’inizio dell’autunno è probabile che scoppi un incendio”.

Sulle strade si è formato uno strame di erbe e foglie morte. Bastano un periodo secco e qualche scintilla a incendiare la città. Il fuoco distrugge gli edifici che ancora dominano il paesaggio di Londra. Mentre le case bruciano e i tetti cominciano a crollare, dal legname e dal fogliame si liberano dei nutrimenti che forniscono il fertilizzante per accelerare il ritorno al passato di Londra.

Dalle ceneri spuntano arbusti che rapidamente vanno a formare uno strato di terriccio. I viticci dell’edera si arrampicano per sei piani sui magazzini e sulle case abbandonate. Poi gli alberi (arboscelli di sambuco e betulla, oltre alla buddleia rigogliosa) assumono il comando. Le loro radici hanno la forza di un martello pneumatico. Uno scienziato intervistato da New Scientist era sbalordito dai danni che gli alberi avevano causato nella città fantasma di Pripyat, presso Chernobyl, dove era stato di recente. “Le lastre di calcestruzzo della pavimentazione in una piazza della città erano state frantumate e in alcuni punti sollevate a quasi un metro da terra dalle radici degli alberi, come se ci fosse stato un fortissimo terremoto”. Le maree equinoziali e le ondate alluvionali, come ha previsto Jefferies, trasformano nel frattempo buona parte del centro di Londra in un terreno paludoso, in tanti acquitrini e pantani. È probabile che tornino velocemente nelle paludi resuscitate il cervo rosso, i martin pescatori, le gallinelle d’acqua e le rondini, di cui lo scrittore aveva pianto la scomparsa nei suoi articoli su Londra. Così libero dalle gabbie artificiali, il Tamigi è troppo astuto per farsi bloccare in permanenza dai detriti, come ha immaginato Jefferies. È invece più facile che i piloni dei ponti in rovina diventino delle dighe di ritenuta ideali per la riproduzione dei salmoni. Quando il grande fiume ha ripreso il suo corso naturale attraverso la vasta pianura alluvionale, l’Isle of Dogs torna a essere un canneto e buona parte di Southwark una distesa fangosa, santuario degli uccelli migratori. Allo stesso modo, gli antichi affluenti, i famosi “fiumi perduti” di Londra come il Westbourne sotto Sloane Square o il Fleet sotto Farringdon Road, riaffiorano in superficie per rivendicare le loro ancestrali zone palustri.

Tranne che sulle isole collinari come Hampstead e Highgate, il sollevamento delle acque sotterranee, come ha descritto Jetteries, mina rapidamente le strutture. Le costruzioni in legno, ha spiegato un ingegnere nipponico al New Scientist, “saranno le prime a sparire completamente seguite dai materiali che tengono assieme un edificio, i tramezzi e gli isolanti, materiali che gli insetti distruggono facendoci il nido”. Il ruolo vitale degli uccelli che diffondono insetti nocivi nella decomposizione delle strutture non era stato previsto da Jefferies. Le moderne strutture di acciaio e cemento armato potrebbero resistere per un secolo o due, ma la loro inevitabile corrosione potrebbe produrre un epilogo catastrofico. “Mentre il cemento rimane alcalino, le sbarre di acciaio che lo rinforzano sono più resistenti alla corrosione. Ma il biossido di carbonio dissolto nella pioggia trasforma gradualmente in carbonato la superficie del cemento e riesce a penetrarvi, mentre l’acido derivante dal decadimento della materia organica nel suolo infiltra le fondamenta di cemento. Una volta che l’acciaio si corrode la fine è rapida. I prodotti della corrosione occupano circa tre volte lo spazio dell’acciaio vero e proprio […] così, mentre l’acciaio arrugginisce, si espande fino a quando il cemento che lo ricopre si scheggia”.

Quando anche il palazzo dei Lloyd’s inizia a perdere le arrugginite travi a doppia T, la grande foresta del Middlesex è già in gran parte rinata. Ci sono ovviamente notevoli varianti: le tracce del DNA della città abbandonata. La quercia, seguita dal larice e dall’abete, domina di nuovo, ma adesso si trova in compagnia di specie da viale alberato come il castagno e specie straniere come il sicomoro, l’acero norvegese e alcune conifere. Ai piani bassi, nelle paludi e nei prati, molte migliaia di piante da giardino o da appartamento sono morte, ma alcune, in particolare certi ibridi, fioriscono, forse in certe zone dominano persino. La fauna del 2556 è ancora più esotica. Anche se l’evoluzione degli animali superiori non procede a rotta di collo come ha immaginato Jefferies, gli animali domestici e i nuovi migratori possono creare una notevole comunità di specie adattate. Per esempio, è probabile che il persistere nei secoli dei grattacieli in rovina attragga la poiana calzata dalla Scandinavia. I parrocchetti dal collare colorato (originari dell’Asia) prosperano numerosi nonostante le attenzioni dei gatti selvatici. E “i lupi, o i cugini ibridi dei pastori tedeschi, pattugliano i boschi a caccia di caprioli, cervi muntjac e sika e maiali selvatici discendenti dalle stirpi dello zoo di Londra e delle fattorie cittadine”.

 

DOPO BERKELEY

Le città si disintegrano in maniera diversa nel compost del Nuovo Mondo? Non stupisce affatto che il primo ad azzardare una risposta sia stato Jack London con un racconto del “dopo San Francisco”, La peste scarlatta. Seguace rozzo di Spenser e Galton, London ha sfruttato la città morta della baia per descrivere la legge del più forte in natura e i pericoli di un miscuglio immotivato di razze tra umani e animali. La sua natura, ovviamente, ha le fauci e gli artigli insanguinati del capitalismo di rapina dei magnati che ha rovesciato. I cani si nutrono prima dei cadaveri dei loro padroni, poi si sbranano a vicenda. Tutte le specie più piccole e deboli sono subito eliminate fino a quando non rimane una sola razza di lupo di stazza media. I cavalli, invece, “degenerano” in mustang piccoli e penosi, le cui folte mandrie scorrazzano in quelle che erano un tempo le vigne e le fattorie della San Joaquin Valley. Nel mentre, tra i sopravvissuti umani, uno “chauffer” ignorante reclama una bella donna dell’alta società come sua “squaw” e impone i suoi desideri su un’orda primitiva. L’eroe di London, un virile professore di letteratura dell’università di Berkeley, si fa carico da solo di promuovere il “lento ritorno ariano” alla civiltà.

La peste scarlatta è un libello isterico sull’eugenetica, non è una fantasticheria sulla storia naturale. Sia Jefferies che London, però, furono rielaborati nel 1949 da un naturalista dilettante di talento che era anche storico del West, George R. Stewart. Se Earth Abides rimane nella bacheca dei “classici della fantascienza”, è citato di rado, come invece meriterebbe ampiamente, quale viaggio esemplare nella storia naturale di una regione. In realtà, Stewart è forse la figura di spicco, troppo spesso dimenticata, nel pantheon degli scrittori ambientali americani moderni, Leopold, Stegner, Worster, Abbey, McPhee e così via. Durante i quarant’anni (a partire dal 1923) trascorsi al Dipartimento di inglese dell’Università di Berkeley, fece parte di una straordinaria comunità di dotti tra cui Herbert Bolton, padre della storia comparativa della frontiera, Carl Sauer, fondatore della “Scuola di Berkeley” di geografia culturale, Alfred Kroeber, figura dominante dell’antropologia californiana, e Julian Stewart, il pioniere della “ecologia culturale”. Nei rispettivi ambiti di ricerca, tutti questi studiosi hanno dato priorità all’interazione ecologica tra l’uomo e la regione naturale in cui vive, e il concetto dialettico di “paesaggio culturale” in Sauer come co-prodotto di prassi umana e processo naturale ha fornito l’elemento unificante alle loro ricerche. “Siamo interessati principalmente alle culture che si sviluppano con forza originale dal grembo di un paesaggio naturale materno, al quale ciascuna è legata per l’intera esistenza”.

Stewart segue fedelmente la norma di Sauer. Regionalista canonico del New Deal, è autore di sette romanzi e di ventuno saggi, molti dei quali sulla California o sul West, tra cui una biografia autorevole su Bret Harte e un bestseller che racconta il Natale antropofago e disgraziato della carovana Donne nelle Sierras. L’impronta profonda dell’ecologia culturale di Berkeley è più evidente nei suoi quattro “racconti ambientali”, Storm (1941), Fire (1948), Earth Abides (1949) e Sheep Rock (1951), i cui “eroi” sono rispettivamente una tormenta invernale di nome “Maria”, un incendio chiamato “Spitfire”, la più tipica natura californiana e una località nota come “Sheep Rock”. Come puntualizzava Wallace Stegner in una delle prime recensioni di Storm, la strategia di Stewart di rendere la natura protagonista non è un ritorno all’antropomorfismo e a un culto della natura alla Wordsworth, bensì un dispositivo intelligente per permetterci di vedere il “cemento che tiene unita una civiltà”. “L’eroina non è la tempesta. Maria non è altro che la crisi”. In pratica, ognuno dei quattro racconti analizza il controllo aleatorio dell’umanità sulla natura dal punto di vista privilegiato di una diversa crisi. Stewart, la cui famiglia si era trasferita dalla Pennsylvania negli aranceti della California del sud (Azusa e poi Pasadena) quando aveva 12 anni, capiva il dramma sublime della fatica di Sisifo degli occidentali per domare l’ambiente. Le temporanee vittorie umane alla fine si piegano sempre alla forza ostinata del luogo. Come scopre Geoffrey Archer nella sua battaglia per domare Sheep Rock, “in definitiva non aveva cambiato niente del luogo. Esso aveva mantenuto la sua integrità, lui ne era rimasto soggiogato”.

Di formazione biografo e storico, Stewart era veramente un “poeta meticoloso” (Stegner) quando si trattava di descrivere con minuzia le forze dell’ambiente. Le pecche nella sua preparazione scientifica erano compensate da ricerche sul campo coraggiose e originali. Mentre lavorava a Storm, “Stewart [per due inverni] guidò sulle strade che portano a Donner Pass durante le tempeste, viaggiò sugli spazzaneve della Southern Pacific, osservò i sovrintendenti alle strade e le loro squadre sulla US 40 e studiò i guardafili della compagnia elettrica e telefonica all’opera. Fece in modo di conoscere i membri dello staff dell’Ufficio metereologico di San Francisco, li frequentò durante gli uragani e imparò a tracciare le mappe del tempo”. Mentre scriveva Fire, ispezionò il fronte di un incendio e passò una settimana in una postazione della guardia forestale a Sierra Buttes, mentre la complessa descrizione del deserto di rocce nere del Nevada (la località di Sheep Rock) si basò sull’esplorazione in una zona remota oggi celebre come sede del festival neopagano “Uomo in fiamme”.

Earth Abides, come prevedibile, attinge da ogni risorsa a disposizione, compresa la fenomenale rete di amici naturalisti e colleghi scienziati. Se After London e The Scarlet Plague sono inficiati dalle influenze tremende del darwinismo e dell’evoluzione inversa, Earth Abides si distingue perché è il primo racconto a incorporare una comprensione sofisticata di quella scienza giovane e ancora semi-sconosciuta che era l’ecologia. Per esempio, all’inizio del racconto Stewart spiega l’estinzione quasi totale del genere umano semplicemente in termini di ecologia della popolazione e di attacco microbico, senza ricorrere alla solita bomba H, a mostri extra-terresti o a cosmici “corpi oscuri”. Quando il numero degli umani ha superato di gran lunga la portata del proprio ambiente, sono insorte nuove pestilenze per pareggiare lo squilibrio. È l’analogo umano del famoso ciclo dell’aumento e boom demografico dei cervi sul Kaibab Plateau dell’Arizona negli anni venti, di cui parla Aldo Leopold. Come ben sa Stewart, tutte le popolazioni “R-selected” in crescita esponenziale devono seguire le montagne russe della “curva di Lokta-Volterra” con picchi demografici e conseguenti crolli cataclismatici.

Il superstite di Stewart, un laureando misantropo e pieno di sé che lavora a una tesi sull’ecologia della zona di Black Creek, si chiama Isherwood Williams o “Ish per gli amici: una chiara allusione a un ‘vero’ ultimo uomo, Ishi, l’unico indiano yahi che Alfred Kroeber portò nel 1911 a San Francisco come fossile vivente”. Se il povero Ishi (che si beccò la tubercolosi dalla moglie di Kroeber e morì nel 1916) fu il testimone del trionfo della civiltà bianca urbana, Ish è il solitario cronista scientifico della sua disintegrazione. Dopo essersi vaccinato casualmente contro la pestilenza grazie al morso di un crotalo mentre faceva ricerche sul campo nelle stesse colline pedemontane della Sierra in cui Ish aveva un tempo trovato rifugio, Ish si avvia verso casa lungo la San Lupo Drive tra le Berkeley Hills. Gode perciò di un posto in tribuna numerata per seguire “il più grande di tutti i drammi”: la grandiosa opera di bonifica, attuata dalla natura, dell’area metropolitana della baia.

La nuova peste ha colpito in modo cosi repentino che, a parte qualche negozio di alcolici saccheggiato e alcuni incendi isolati, vediamo ben poca devastazione fisica, e le infrastrutture metropolitane non si sono fermate all’improvviso. Le grandi turbine nelle Sierras assicurano energia idroelettrica ancora per qualche anno, e l’acqua continua a scorrere per sempre negli acquedotti e dai rubinetti. Ovviamente l’assenza di irrigazione uccide subito le piante e i prati dei giardini, “mentre le piante infestanti spingono per distruggere [altri] beniamini coccolati dall’uomo”. Centinaia di migliaia di cadaveri umani sono divorati dai cani più grandi, mentre i ratti, gli scarafaggi, le formiche e le mosche, il cui numero si avvicina in via transitoria all’infinito, banchettano sull’enorme quantità di cibo in decomposizione. Tra le specie domestiche e commensali, secondo Stewart, solo le tre varietà del pidocchio umano sono condannate a morte dall’abbattimento dell’uomo.

Al funerale dell’Homo sapiens ci saranno pochi partecipanti. Forse il canis familiaris come individuo manderà qualche latrato, ma come specie, ricordando tutti i calci e le bestemmie, si consolerà in fretta e scapperà a raggiungere gli amici selvatici. Invece l’Homo sapiens si potrà consolare al pensiero che ci saranno tre personaggi realmente contriti (p. 59).

I primi anni dell’era postumana sono un periodo caotico, di forti cambiamenti demografici e di feroce competizione inter specie. Mentre Jefferies immaginava un processo lineare di estinzione, selezione e speciazione, Stewart sa che la moderna ecologia prevede fluttuazioni non lineari. A quanto pare, l’equilibrio preda/predatore si può raggiungere solo attraverso una sequenza di catastrofi reciproche. Pertanto, trascorsi un paio di mesi, quando i cadaveri e il cibo disponibile sono finiti, le colonie di formiche e di scarafaggi crollano, mentre i gatti mangiano i roditori e sono sbranali a loro volta dai cani più piccoli. Però i cani ammazzano troppi gatti, e così i ratti fanno una spettacolare rentrée dalle loro roccaforti nei magazzini di alimentari e nei silos per cereali. Questa seconda esplosione demografica dei roditori si porta appresso la peste bubbonica: una nuova minaccia per gli umani sopravvissuti. Alla fine, dopo aver consumato i cereali rimasti, i ratti cominciano a morire di fame. Ne la frenesia attaccano persino i cani, poi si mangiano a vicenda. Dopo questa “seconda strage” c’è un breve intervallo di quiete. I cani (tranne le varietà “supericrociate e stupide” che si sono estinte immediatamente) hanno cominciato a presentare nuovi pedigree e a riunirsi in branchi per cacciare. I gatti, meglio adattati dei cani alla sopravvivenza allo stato brado, imparano a superare la minaccia canina, tanto che la loro popolazione si espande fino a quando collide fatalmente con il dominio pervasivo delle linci rosse delle colline (che prediligono i cugini felini ai conigli). Nell’anno 2, comunque, la campagna invade le periferie abbandonate con cervi affamati, conigli e bestiame selvatico che devastano buona parte della flora dei giardini e delle piante ornamentali.

Nel frattempo, com’è prevedibile in un clima di tipo mediterraneo, i motori naturali del paesaggio lavorano a una velocità molto maggiore rispetto alla valle del Tamigi di Jefferies. Le piogge di ottobre hanno già avviato l’erosione dei quartieri: i canali di scolo sono ostruiti dalle macerie, l’acqua ristagna nelle strade, le case sono invase dal fango e i cortili cominciano a scavarsi. L’estate dell’anno 3, per giunta, è estremamente secca e termina con un incendio che riduce in cenere gran parte della East Bay prima che le piogge possano spegnerlo. L’erba e gli arbusti cresciuti sui pendii bruciati forniscono un ricco pascolo per il bestiame selvatico la primavera seguente. La popolazione di bovini, come quella dei ratti prima di loro, supera ogni limite sostenibile e va incontro a una moria di massa durante la siccità dell’anno 6. I puma, che hanno seguito il bestiame in città, banchettano sulle loro carcasse, dopodiché, mezzo impazziti per la fame, si avventano su tutte le prede possibili, compresi gli umani superstiti (che, a loro volta, si trasformano velocemente in abili cacciatori di puma). Le locuste, come tanti civili al seguito delle truppe, si rivelano anche più distruttive della siccità, e con l’efficienza terrificante di una miriade di nano-tagliaerbe divorano le stoppie lasciate dal bestiame affamato.

Ormai gran parte dell’area di San Francisco, com’è successo parzialmente durante la disastrosa siccità del 1860-1863, sembra un deserto. Tuttavia le nuove piogge che scavano enormi arroyos e allentano centinaia di frane colorano nuovamente di verde le colline della Baia. Riaffiorano sorgenti da tempo abbandonate, non più asservite all’approvvigionamento idrico artificiale, che aumentano ulteriormente l’erosione. La flora e la fauna rivierasca fanno un rientro spettacolare. Nell’anno 10 gli umani guardano estasiati i banchi di pesce persico striato nella baia di San Francisco e l’abbondanza di trote nei torrenti di fondovalle. Se la catastrofe ha aggiunto nuovi pericoli alla vita dell’uomo, ha anche riportato le persone allo stato di grazia biologica di cui hanno goduto i loro antenati paleolitici prima della rivoluzione agricola. La catena epidemica, legata all’alta densità di umani e di specie commensali, si è spezzata e i sopravvissuti si sono liberati della maggior parte delle malattie infettive. Quando poi l’alce fa la sua apparizione teatrale nelle Oakland Hills, le tribù di umani scoprono una nuova fonte di proteine. Nel frattempo le strutture in legno risparmiate dal fuoco, sia le baracche a schiera delle pianure che le ville sontuose sulle colline, avviano un declino accelerato grazie all’azione combinata di termiti, pioggia e innalzamento delle acque del suolo. Nell’anno 20 un grosso terremoto distrugge migliaia di queste strutture precarie, e crepa anche l’asfalto e il cemento, riducendone la resistenza alle erbe infestanti e all’erosione. Buona parte degli edifici universitari della U.C., come le strutture architettoniche del centro di San Francisco, sono in uno stato avanzato di degrado, ma i due magnifici ponti, il Golden Gate e il Bay, nonostante la ruggine, sono ancora strutturalmente intatti. Durante la generazione successiva, il paesaggio e le sue forme di vita seguono lo stesso ciclo di erosione a sbalzi: un lento declino improvvisamente accelerato da eventi climatici estremi, incendi naturali e terremoti. Per esempio, nell’anno 44 la maggior parte di San Francisco è rasa al suolo da un incendio. Poco dopo altri incendi distruggono il vecchio campus della U.C. Poi, nelle ultime settimane della lunga carriera di Ish come “ultimo americano”, una campata del Bay Bridge cade in mare. La salsedine ha iniziato a corrodere gli ultimi simboli arroganti della vecchia civiltà.

L’ECOLOGIA DEL BOMBARDIERE

Le rovine sono il segno dei nostri tempi. “Circondano le nostre vite. Fiancheggiano le strade delle città. Sono la nostra realtà. Sulle loro facciate annerite non sboccia il fiore azzurro del romanticismo ma lo spirito demoniaco della distruzione, del decadimento e della catastrofe”
– Hans Werner Richter

In realtà ci fu un grande interesse scientifico su quanto poteva sbocciare davvero nelle città europee in rovina. Fiori azzurri, fiori del demonio o più semplicemente denti di leone: i botanici non sapevano se la “vegetazione naturale potenziale” avrebbe avanzato delle pretese sui deserti di macerie dell’East End londinese o del quartiere di Neukolln a Berlino, o se invece le nuove forze di occupazione sarebbero state le piante forestiere e le specie coltivate superstiti. Le osservazioni accurate delle dinamiche legate alla successione biologica nelle “zone morte” urbane – un termine coniato dagli strateghi dei bombardamenti alleati – possono fornire risposte empiriche a due domande che hanno ossessionato gli studiosi della natura urbana. La prima: fino a che punto l’urbanizzazione (e poi la deurbanizzazione venuta dal cielo) aveva alterato le strutture biofisiche del paesaggio, la chimica del suolo e dell’aria, i flussi delle sostanze nutritive, l’idrologia, i microclimi e le riserve genetiche (seme e polline)? La seconda: i paradigmi clementsiani sull’ecologia regionale delle piante, una successione ordinata di specie “che culmina” in una comunità perfettamente adattata all’ambiente, descrivevano con precisione le dinamiche della popolazione, o invece, come avevano sostenuto alcuni critici anteguerra, “l’equilibrio” era solo un’illusione e la realtà era il flusso? Il primo a pubblicare dati empirici è stato il Botanical Exchange Club di Londra mentre i missili V-2 di Werner von Braun stavano ancora seminando il terrore. Più tardi, la Berlino dell’“Era del detrito”, durata fino al 1954, è diventata il laboratorio principale per le ricerche nella scienza delle zone morte.

Nel caso di Londra, esisteva già una sorta di tradizione di storia naturale del post calamità. Nella primavera successiva al Grande incendio del 1666, per esempio, il naturalista John Ray e altri superstiti rimasero sbalorditi dalla fioritura inaspettata e spettacolare dei “fiori del fuoco”, la famosa ruchetta di Londra, London Rocket. Allo stesso modo, dopo il primo attacco degli Zeppelin su Londra, nella primavera del 1915, gli amanti degli uccelli, capitanati da W. H. Hudson, autore nel 1895 del magistrale The Birds in London (e come abbiamo già detto di A Crystal Age), si mobilitarono per verificare se i bombardamenti scacciavano gli uccelli dalla città. Il risultati di queste osservazioni sono riassunti nella curiosa monografia di sir Hugh Gladstone, Birds and the War, che ci racconta come i piccioni erano gli unici a preoccuparsi eccessivamente delle bombe che cadevano e del fuoco della contraerea. Infatti gli “usignoli sono noti per l’indifferenza agli spari che spesso scambiano per un rivale particolarmente gagliardo che tenta di invadere il loro territorio: durante un’incursione nel maggio del 1918, per esempio, un usignolo ha cantato a squarciagola in un sobborgo di Londra sotto le bombe e il pesante fuoco di sbarramento”. I bombardieri affusolati di Goering furono di gran lunga più abili dei lenti dirigibili del conte Zeppelin nello scatenare la furia degli usignoli maschi. Anche se gli amanti degli uccelli continuarono la loro sorveglianza durante il blitz (che, a conti fatti, favorì di gran lunga specie rare come il codirosso) le nuove terre desolate costituirono un’opportunità scientifica soprattutto peri i botanici londinesi, guidati da J. Lousley, R. Fitter ed E. Salisbury, il direttore dei giardini di Kew Gardens. “Alcuni dei siti ora rasi al suolo sono stati coperti da un tetto fin dai tempi dei romani e si deve risalire agli anni immediatamente successivi al Grande incendio per scovare una simile opportunità di ricerca botanica approfondita entro i confini cittadini”, affermò entusiasta Lousley.

Il censimento botanico dei siti bombardati nella City e nell’East End rivela un nuovo modello di vegetazione urbana adattata al fuoco, alle macerie e agli spazi aperti. Indigeni rari e stranieri robusti dominavano questa inaspettata “ecologia del bombardiere”. Tanto per fare un esempio, il colono di maggiore successo dei siti bombardati fu l’epilobio (Epilobium angustifolium), una pianta un tempo rara che ai tempi di Jefferies si poteva trovare solo al cimitero di Paddington e su qualche argine ghiaioso. La sua tolleranza al suolo bruciato dal fuoco, associata alla passione per la luce e alla prodigiosa produzione di semi, aveva trasformato la sua timidezza precedente in spavalderia, rendendola “forse la pianta più comune del centro di Londra” nel 1943. Suoi alleati principali furono gli esemplari della famiglia del senecio, in particolare l’Oxford ragwort (erba di san Giacomo), che nonostante il nome è in realtà un recente immigrato dalla Sicilia, “dove prospera sulle ceneri vulcaniche, così che, come sottolinea il dottor Salisbury, può trovare un habitat congeniale nel sito di un edificio bruciato”. Tra gli altri alieni che fiorirono durante il blitz ci furono la pulicaria canadese, pianta già comune sui terrapieni ferroviari, la terribile buddleia, descritta in precedenza, e la Galinsoga paviflora del Perù, evasa dai Kew Gardens. Questi “fiori nuovi”, come ha spiegato di recente O. Gilbert, furono gli araldi di una rivoluzione irreversibile dell’ecologia urbana di Londra e delle altre città bombardate.

“Tutte queste piante stavano attraversando una fase di costante espansione, che con l’improvvisa disponibilità di nuovi habitat nei siti bombardati ha conosciuto un’impennata. Questo fenomeno ha agito da catalizzatore. Con l’aumento delle popolazioni, la pressione inoculativa  nell’area urbana era aumentata enormemente, e di conseguenza esse sono riuscite a diffondersi in nuovi habitat. Dopo la guerra, si è scoperto che erano diventate membri permanenti del la flora urbana nella maggior parte delle nostre città bombardate, laddove in precedenza erano piuttosto rare”.

Gilbert sottolinea l’affascinante coincidenza complessiva tra la le specie vegetali pioniere delle zone bombardate di Londra e le erbe infestanti e gli arbusti che colonizzarono le morene terminali nell’ultima era glaciale. Il blitz, per molti versi, ha riportato indietro di 10.000 anni l’orologio ecologico. “La frequenza di questi generi [Artemisia, Epilobium etc.] suggerisce che le condizioni del suolo incolto, ovvero il sommovimento intermittente, la scarsa pressione di pascolo, la competizione limitata e la presenza di concimi basici non dilavati, possano essere state simili a quelle della fine dell’era glaciale: da allora un sacco di specie non se l’era mai passata tanto bene”.

Nell’Europa centrale, è comprensibile, furono spazzati via senza pietà molti più elementi del tardo Olocene. La distruzione inflitta alle città tedesche dalla campagna di “bombardamento a tappeto” degli alleati fu di ordine e di magnitudo maggiori del martellamento della Luftwaffe su Londra e sulle Midlands. La Katastrophe di Amburgo del luglio 1943, quando l’Operazione Gomorra del Bomber Command aprì i cancelli dell’inferno alla prima tempesta di fuoco metropolitana, spronò Churchill e i suoi consiglieri (con la partecipazione riluttante degli americani) a lanciare una guerra dell’aria totale contro i civili tedeschi. Durante la prolungata offensiva dei bombardieri a partire dal primo agosto 1944 fino alla resa incondizionata del 26 aprile 1945, gli Alleati lanciarono 205 raid, di cui quasi la metà ebbe come bersaglio Berlino. Due milioni di tonnellate di ottimo esplosivo e di bombe incendiarie uccisero dai 600.000 agli 800.000 civili (un quarto dei quali erano lavoratori forzati o prigionieri di guerra) e ne ferirono quasi un altro milione. Gli Alleati, a loro volta, persero il 75% dei piloti e più di 100.000 uomini. Il segnale stradale “Raccapricciante” che avvertiva della presenza di cadaveri in decomposizione tra le macerie divenne il più comune in molte città tedesche. “In più di 40 città tedesche la percentuale di area abitativa rasa al suolo superava il 50%, e ben 530 chilometri quadrati furono trasformati da fitta area abitativa a distesa di macerie”. Per quanto a nessuna città della Germania sia toccato in sorte il destino cartaginese di Varsavia (700.000 morti, le rovine trasformate dalle SS in un vasto campo minato), milioni di cittadini tedeschi sono stati ridotti a trogloditi, “tribù sotterranee […] stipate in squallidi scantinati, in rifugi antiaerei e tunnel della metropolitana spettralmente illuminati da flebili candele”. Come ha mostrato Niels Gutshow, in realtà alcuni ideologi nazisti radicali accolsero le incursioni di migliaia di bombardieri e le tempeste di fuoco come una catarsi della vita delle grandi città dalla “influenza ebraica” e come l’inizio di un ritorno all’unità mistica tra ariani e natura. Quindi, dopo gli olocausti di Amburgo, Colonia e Kassel nel 1943, l’eco-fascista Max Karl Schwarz, che condivideva con Ruskin e Jefferies l’avversione per la “tossicità” delle metropoli, propose di “rivitalizzare il paesaggio” spianando le macerie e piantandovi degli alberi. Le vecchie città affollate non andavano ricostruite, anzi, “soltanto dopo che le aree distrutte saranno animate dalla volontà del bosco diventeranno un vero paesaggio urbano, vale a dire con case e giardini”. Le autentiche città-giardino tedesche avrebbero rimpiazzato le decadenti metropoli ebree. Del resto, Zarathustra non aveva forse intimato ai suoi seguaci di “sputare su questa città di mercanti”?

“È costume tedesco ricavare le abilità spirituali e la forza fisica dai legami con la natura. L’alienazione pervasiva dalla natura ha privato però i tedeschi di questa fonte di vitalità […]. È chiaro per me che gli edifici a più piani sono l’espressione dello spirito giudaico, e che con questi edifici abbiamo di recente diffuso l’idea paralizzante che tutto debba essere costruito in base alla massa, al numero e al peso. La ricostruzione pianificata è un vero reinsediamento, un nuovo modo di legarsi alla terra. Non si tratta di un’idea romantica, è piuttosto l’unico modo per far sì che la vecchia Europa possa affrontare la lotta che l’aspetta contro i popoli dell’Est”.

Invece sui cadaveri dei sobborghi e dei bassifondi è cresciuta la gramigna, non alberi di tiglio. Il poeta Gottfried Benn descrisse le ortiche “alte come uomini” che fiorivano ovunque in quella “città al confine della Mongolia che provvisoriamente si chiama ancora Berlino”. Nei duri inverni del dopoguerra (1945-1949), i berlinesi si specializzarono nelle virtù commestibili della flora da bombardamento come il dente di leone e la stellaria. Nella sua foto documentazione dell’Anno Zero, Dagmar Barnouw cita una fotografia scattata da un dipendente comunale nell’inverno del 1945-1946.

“Più o meno in quel periodo Durniok fotografò un gruppo di berlinesi macilenti che partecipava a una “Aktion Wildgemüse” (“verdura selvatica”, un eufemismo per erbacce) per imparare a distinguere le piante commestibili dalle altre. La maggior parte degli uomini e delle donne più in là negli anni sono vestiti in modo decente con cappotto e cappello, si potrebbero quasi scambiare per i partecipanti a un corso di botanica per adulti, radunati in un giardino rigoglioso o in un parco di quartiere, se non fosse per le facce emaciate e preoccupate. Alcuni stanno cogliendo erbe, altri le stanno cercando. Poi si porteranno a casa le piante e le taglieranno per farci una zuppa, sempre che abbiano acqua e combustibile”.

L’inverno del 1946-1947 fu il più terribile. I berlinesi si ritrovarono nelle condizioni di un’enorme carovana Donner condannata, e persino a Charlottenburg, un tempo la capitale dell’haute monde di Weimar, si verificarono casi comprovati di cannibalismo. La vita selvatica proliferò assieme alle voci incontrollate di un intenzionale complotto alleato per farli morire di fame, o della fuga in Antartide di Hitler a bordo di un sottomarino. La Berlino occupata si rivelò selvaggia quanto la Londra morta di Jefferies. I branchi di cinghiali, forti anche di una cinquantina di elementi, devastavano le periferie della città ed erano cacciati dai civili affamati con archi e frecce o dagli annoiati soldati americani armati di mitra leggeri. Allo stesso modo i soldati inglesi si offrivano volontari per aiutare i berlinesi (che ormai vivevano con meno di 1000 calorie al giorno) a cacciare le tre specie di cervi che avevano trovato rifugio nei boschi di Spandau e Kopenick. Sulle tracce del cervo era ricomparso anche il suo antico predatore. Sull’autostrada spuntarono infatti i cartelli “attenti ai lupi!”. Mentre le “donne delle macerie” di Berlino sgobbavano a mani nude per ripulire 100 milioni di tonnellate di detriti lasciati dai bombardamenti (alla fine ammassati in tre colline artificiali che permettono ai berlinesi odierni di andare a sciare), la flora urbana stava subendo una metamorfosi eccezionale. Come a Londra, ma in scala maggiore, il sostrato bruciato e alcalino delle zone morte favorì il propagarsi di specie in precedenza esotiche come la robinia, l’ailanto, la vitalba e l’arbusto delle farfalle. I botanici rimasero sorpresi in particolare dalla rapida diffusione dell’Ailanthus altissima, l’equivalente berlinese della ruchetta di Londra del 1666. Importato dalla Cina ai tempi di Federico il Grande, l’ailanto non aveva mai mostrato alcuna capacità di crescita spontanea in circa 200 anni di coltivazione nei giardini e nei parchi di Berlino. Poi improvvisamente, grazie al Bomber Command e all’Ottava aviotrasportata americana, diventò il colonizzatore accanito delle zone bombardate calcaree. “Il nuovo tipo di habitat permise all’Ailanthus di fondare nuove colonie. Questo processo fu favorito dall’alto potenziale riproduttivo dovuto a una fioritura prolifica e precoce, che spesso determina una grande produzione di semi, e a una crescita rapida”. L’ailanto, essendo una pianta termofila, si stabilì in seguito nell’isola calda della città (il centro di Berlino nel dopoguerra è di 3,2 gradi più caldo delle zone periferiche).

Il persistere fino agli anni ottanta di zone bombardate non ricostruite a Berlino ovest (in particolare la Lutzowplatz a Tiergarten e l’ex Schoneberger Hafen a Kreuzberg) ha premesso agli ecologisti capitanati da Hans Sukopp e dai suoi colleghi di osservare per più di quarant’anni le dinamiche della successione. In pratica la vegetazione ruderale, e l’ecologia urbana nel suo insieme, è stata studiata meglio a Berlino che altrove. Le ricerche hanno confermato l’importanza della Seconda guerra mondiale nell’introdurre e naturalizzare specie aliene e stabilire biotopi urbani unici, il cui ipotetico stadio finale di successione e autoregolazione è spesso chiamato “Natura II”. La componente floreale di questa Seconda natura nata dalla guerra è stranamente simile nella maggior parte delle città dell’Europa centrale e occidentale, malgrado le grosse differenze di clima. Come in Gran Bretagna, dove Gilbert ha sottolineato la “mescolanza improbabile” di tre specie nei boschetti ruderali, la flora adulta è una strana mescolanza di piante vascolari che provengono dall’America e dall’Europa meridionale. Sukopp ha ipotizzato che queste ecologie dominate da alieni, ben lungi dall’essere marginali, “potrebbero essere gli ecosistemi che prevarranno in futuro”. Inoltre le comunità delle zone morte sono sorprendentemente ricche di specie. La vecchia zona bombardata di Lutzowplatz a Berlino, per esempio, all’inizio degli anni novanta ospitava più di 100 piante diverse e più di 200 specie di insetti. Il terreno erboso ben curato dell’adiacente Tiergarten, invece, reggeva solo un quarto di questa biodiversità. Una simile complessità ruderale è stata scoperta sulle macerie del “fordismo” quanto su quelle del nazismo. In anni più recenti, gli ambientalisti hanno finalmente cominciato a capire che le “terre scure” dell’Europa postindustriale sono in realtà oasi biologiche, “isole verdi” la cui ricchezza di specie di solito supera non solo il resto della città, ma anche la campagna geneticamente modificata dei dintorni, piena di fattorie. Nelle miniere di carbone abbandonate dello Yorkshire occidentale, per esempio, il corrispondente ambientale del Guardian, Pete Bowler, si meravigliava della sorprendente biodiversità: “In tutte crescevano a profusione o le orchidee comuni a pallini o le orchidee apifere. In alcune c’erano entrambe. Chi passeggia in questi siti postindustriali può spesso scorgere la lepre scura, una specie in netto declino e inserita nella lista di salvaguardia della biodiversità nel Regno Unito. Ho trovato tane di tassi dentro aerei in disuso, grossi tritoni crestati nella maggior parte degli stagni dei vecchi impianti minerari e dei pozzi. In uno stagno c’erano tutte e tre le specie indigene e anche i rospi e le rane comuni”.

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