CRONACHE DI UN BALLO MASCHERATO

CONTRO L’IDEOLOGIA POLITICA
GIORGIO CESARANO, PIERO COPPO, JOE FALLISI

Nel 1969 Gorgio Cesarano fonda, insieme a Joe Fallisi e Eddie Ginosa, il gruppo milanese Ludd – Consigli proletari. Iscritto al Partito Comunista Italiano e successivamente espulso per deviazione, l’influenza di Cesarano sul movimento italiano degli anni Settanta fu decisiva. La prima edizione di Cronaca di un ballo mascherato è apparsa ciclostilata nel luglio del 1974. Qui riproponiamo la riedizione della seconda edizione (Varani, Milano 1983) contenente il nuovo paragrafo La “vita” è sogno.

 

CUORE DI TENEBRA

Il capitale, pervenuto al dominio reale di ogni forma di produzione e riproduzione dell’esistente, riassume in sé l’intera storia delle società di classe, e transcrescendo oltre l’ambito specifico dell’economia politica, sussume alla propria valorizzazione autonomizzata tutte le sfere un tempo discrete dell’essere individuale e sociale, divenuto in toto il prodotto della sua organizzazione. Definisce il capitale oggi dominante il carattere fittizio: l’essenza virtuale e creditoria di ogni «proprietà». «Nel credito, al posto del metallo e della carta è l’uomo stesso che diviene l’intermediario dello scambio, non certo come uomo, bensì come esistenza di un capitale e degli interessi […]. Nel sistema creditizio, non è il denaro ad essere abolito, ma è l’uomo stesso che si converte in denaro, in altri termini, il denaro si personifica nell’uomo.» (Marx.) Generalizzandosi il carattere fittizio, l’«antropomorfosi» del capitale è un fatto compiuto. Si disvela qui l’arcano sortilegio grazie al quale il credito generalizzato, sotto cui corre ogni scambio (che costantemente è scambio di parvenze dilatorie: dalla banconota, alla tratta, al contratto di lavoro e nuziale, ai rapporti «umani» e familiari, agli studi e relativi diplomi e carriere, alle promesse di ogni ideologia), stampa a immagine del suo vuoto uniforme il «cuore di tenebra» di ogni «personalità» e ogni «carattere». Si produce così l’omologazione del popolo del capitale, là dove sembrano scomparire requisiti specifici ancestrali, peculiarità di classi e di etnie; fatto che tanto meraviglia qualche ingenuo rimasto a «pensare» con occhi persi nel passato. Il vuoto dilatorio è il contenuto reale di ogni forma del fittizio. Il capitale dominante è capitale fittizio: il suo dominio è il potere del vuoto dilatorio su ogni forma di esistenza umana, incatenatavi dalla coazione a sperare di riscuotere, «domani», il senso e il pieno promesso in cambio della prestazione totale della sua «vita».

La sopravvivenza in credito permanente di vita è divenuta la dimensione in cui si realizza la valorizzazione autonomizzata dell’essere-capitale: la valorizzazione del fittizio. Dinanzi alla crisi reale del suo sviluppo materiale, il capitale fittizio accentua bruscamente lo scollamento del valore autonomizzato dalla produzione concreta: sempre più si valorizza producendo forme immateriali e rappresentative, colonizzando in profondità e capillarmente il «tempo libero» di una esistenza sociale ridotta a oblazione generalizzata. La Civiltà della Carestia è il nuovo modello di sviluppo più sincero: la nuova diapositiva introdotta nel proiettore del planning, in sostituzione dell’obsoleta civiltà dei consumi. In essa, l’essere capitale sempre meno si identifica con l’universo delle merci, e sempre più con la comunità del capitale antropomorfo; l’«uomo» quale essere del capitale fittizio, agente incarnato di una valorizzazione che ne assume ogni forma di vita. Solo accrescendo la valorizzazione di prodotti «immateriali» il capitale può sperare di superare indenne la crisi delle risorse – carattere finito delle fonti energetiche e saturazione planetaria da scorie –, e di realizzare lo «sviluppo zero», predicato dagli economisti d’avanguardia, senza interrompere il processo di accumulazione. Questa l’«inversione di tendenza» giocata dietro le quinte delle crisi congiunturali.  

MESSA NERA

Le intermittenti restrizioni congiunturali del credito sul terreno delle misure anti-inflazionistiche, al di là del loro carattere demagogico e della loro specifica funzione selettivamente discriminatrice dei quanta di capitale non recuperabili all’«inversione di tendenza», denunciano la consapevolezza crescente dello scollamento avvenuto fra valorizzazione autonomizzata (capitale fittizio) ed economia reale (costi di produzione computati in unità di misura energetica). In questo senso testimoniano l’autonomizzazione del valore fittizio rispetto alla comunità materiale a esso sottesa ormai come una sorta di referenza virtuale e simbolizzata. Rispetto alle strutture vigenti della valorizzazione autonomizzata, questi esorcismi del fittizio, ad opera dei suoi stessi sacerdoti, non mostrano più che la cattiva coscienza e il terrore di un’economia in cui l’irrazionalità è profondamente intrinseca alla struttura, e il suo delirio irreversibile. Persino nei suoi tratti tecnici, l’amministrazione della «crisi» di copertura evidenzia aspetti liturgici e penitenziali: spettacolari. Ogni messa nera ha sempre ribadito la sacralità del feticcio.   

“VUOTO DI POTERE”: IL POTERE DEL VUOTO

Il rapporto fra potere politico e potere economico è sostanzialmente mutato, sotto il dominio reale del capitale fittizio. Lo Stato, da «rigido e autoritario gestore dell’espansione della forma di equivalente nei rapporti sociali» (Marx), si trasforma in mediatore di quella produzione di vuoto dilatorio che è l’equivalente generale cui si ordinano le forme nelle quali si realizza la valorizzazione del fittizio. Il potere politico deve disfarsi di ogni rigidezza e di ogni parvenza di sacralità immanente, già propria delle tirannie del passato. Esso diviene mera funzione del dispotismo del capitale flttizio, e deve condividerne il carattere sostanzialmente illusionistico. Il contenuto costante trasmesso dalle ideologie anche scientifiche sussunte al capitale fittizio è l’illusionismo problematico: nulla viene più prodotto e venduto come mediatamente certo, tutto viene propagandato e «svenduto» (a prezzo inflazionato) come immediatezza del «problema». La gestione di un esistente minato dalle contraddizioni strutturali di un modo di produzione autodistruttivo, non può guadagnar tempo e spazio se non chiamando il «popolo» – beninteso il popolo-capitale, la comunità materiale prodotta da quel modo – a spartirne le responsabilità fallimentari. Il «vuoto di potere» è la forma che la gestione politica assume, rendendosi per così dire trasparente agli imperativi immediati del trasformismo di cui abbisogna un dispotismo capitalista sempre più realizzantesi nella mimesi di una partecipazione collettiva. Il «vuoto di potere» è la forma in cui il capitale istituzionalizza, con la coerenza della mistificazione assurta a metodo, il potere del vuoto su ogni forma di esistenza sussunta alla valorizzazione del fittizio. L’artificio formale con cui il dispotismo del fittizio vuole mascherare il prefigurarsi della sua fine reale, (la fine della preistoria, la realizzazione della comunità-specie) è l’amministrazione stessa della crisi: una gestione controllata della bancarotta economico-politica. Resa permanente, la «crisi» nasconde il collasso reale: sommatorio, irreversibile e ultimativo. Al potere politico, forma epifenomenica del dispotismo capitalista, non resta più da gestire che il decorso di una serie di «crisi congiunturali» dietro lo schermo delle quali si tenta di occultare e di frenare un collasso di dimensioni planetarie. Nessuna promessa può essere mantenuta (né mai lo fu); ma nemmeno proposta: unica, quella di dilazionare la catastrofe. In questo modo se ne perpetuano le premesse, celandone in realtà le scadenze effettive. Ma chi si fa il soggetto di tale intrapresa? Meglio un «nessuno» in cui si riconoscano tutti i gestori delle spoliazioni particolari, e tutti i sudditi accecati abbastanza da accettarne il perdurare.   

I BISOGNI ETERNATI

Da tempo il connotato saliente del potere, nei paesi del «primo» e «terzo» mondo, è la crisi permanente in cui versano i governi. La crisi non è un accidente, ma un istituto essenziale della democrazia rappresentativa, parodia sempre più sfrontata della «sovranità del popolo». Esibendo al vertice dell’apparato politico il carattere problematico della gestione dell’esistente, la crisi istituzionalizzata, forma spettacolare del «vuoto di potere», riflette sui sudditi le contraddizioni che minano ogni potere. Grazie a tale riflesso, funzionante come un automatismo «istintivo», il suddito obbediente si sente chiamato a spartire con gli istituti del potere, partecipandovi formalmente, inadempienze e irrazionalità. Il «vuoto di potere» riesce così a giustificarle e a eternizzarle: «socializzandole». (Quanto al «secondo» mondo, vi si perpetua un dispotismo anacronistico, dal punto di vista delle forme di sudditanza, e avveniristico, dal punto di vista della omologazione economico-politica – in Cina fittiziamente mediato dalla «rivoluzione culturale», istituto sui generis della crisi permanente funzionalizzata alla tirannia.) La crisi degli istituti del potere maschera la crisi reale di ogni potere: nessuna delle forme storiche di dominio e di oppressione può ormai sperare di resistere a lungo all’emergenza della possibile emancipazione degli uomini da qualsiasi sudditanza, dietro alla quale è il loro sfruttamento che si maschera, funzionalizzato all’eternizzazione dello stato di bisogno. Le condizioni materiali per tale emancipazione sono sotto i nostri occhi. Le forze produttive stanno scoprendo di lavorare per la perpetrazione dei loro bisogni, anziché per il loro soddisfacimento, e di riprodurre le condizioni arcaiche della sopravvivenza nella penuria, quando già ora è matura la possibile e irreversibile conquista della libertà dalla penuria e dall’alienazione del lavoro, eternate dal capitale.   

BALLO IN MASCHERA

Il collasso dei modi di sviluppo del capitale mondiale è il punto senza ritorno in cui tutte le contraddizioni tra il capitale e il vivente si assommano e interagiscono catastroficamente. In esso si stampa con chiarezza inaudita il destino degli uomini: liberarsi dall’oppressione o morire del suo cancro. Perciò ogni sorta di oppressori lavorano a mistificare l’aspetto totalizzante e la gravità del collasso, in cui rischia di trovarsi coinvolta l’umanità intera. Di luogo in luogo e di volta in volta, la bancarotta dell’esistente viene spacciata come la crisi settoriale di questo o quell’apparato, rimediabile grazie ai prodigi di ma partecipazione popolare. Con o senza versamento di sangue, il potere alterna le sue forme nutrendo nel suo seno opposizioni nominali: là dove il «golpe» non interviene a gestire apertamente la guerra anti-proletaria, essa viene realizzata ventilandone e favorendone la minaccia. Ogni vuoto dilatorio è inseparabilmente minatorio.

L’ANGURIA MECCANICA

In Italia, la «sorpresa» del referendum è esemplare di una tecnica della manipolazione giunta a un’efficacia mai veduta. Mentre in Francia gli strumenti previsionali avevano saputo pronosticare uno scarto dell’uno per cento, in Italia «miracolosamente», non riescono a preannunciare all’opinione pubblica uno scarto del venti. Da trent’anni al potere, la DC procura e trova, nel referendum, quella «sconfitta» apparente di cui ha bisogno per ristrutturarsi e ammodernarsi. Si allea con la destra-storica, ne riverbera nel proprio seno la sconfitta (storicamente sancita da decenni), unisce la sua pubblica penitenza al coro di trionfo simulato dagli «ignari» riformisti. Mentre la «sinistra» esibisce la sua maturata idoneità a co-gestire la bancarotta fraudolenta, dietro il paravento della quale il capitale allestisce la propria ristrutturazione d’emergenza, il partito di maggioranza restaura la propria facciata arcaica addebitandone i costi di demolizione a un fascismo fin qui protetto, e spiccando tratta, per il rifacimento, al riformismo di «opposizione». La crisi prepara con gesuitica cautela il terreno per una realizzazione del compromesso storico che si attui giocando sul «vuoto di potere»: alla DC e ai suoi intimi la gestione della crisi del potere formale, essenzialmente a livello delle istituzioni centrali di Stato (con la prospettiva di possibili rimpasti costituzionali); al PCI e ai suoi la gestione della crisi del potere economico: giustificazione socializzata della carestia e curatela fallimentare delle forze produttive a livello di amministrazioni periferiche. Ai sindacati il ruolo di affossatori storici della coscienza di classe: tutti più che mai ai remi affinché la galera del capitale non si schianti sulla grande secca, affinché i proletari non si avvedano che la secca è il limite toccato dal loro nemico mortale, è il principio della terra che può essere la loro, liberata.

Mentre alle clientele «borboniche» si sostituiscono gli organigrammi dei nuovi rackets mafiosi, i lavoratori allineati alle catene (produrre di più) si vedono sottratta la carota della «civiltà dei consumi». Ricompare il bastone: il «nuovo modello di sviluppo», camuffamento risibile del collasso incombente, esige costi altissimi. Come sempre, a pagarli sono i proletarizzati, ma i costi salgono al passo vertiginoso delle contraddizioni che si moltiplicano. I grassatori di Stato hanno la mano pesante, ora che si tratta di abrogare il divorzio dalla povertà, e impongono una taglia su ognuno dei feticci del consumo che appena pochi mesi avanti imponevano come simboli di Stato.   

L’ESTREMISMO VUOTO: OPPOSIZIONE MILITANTE E OPPOSIZIONE MILITARE

La partecipazione militante al referendum traccia una linea di demarcazione nell’ultra-sinistra. È qui che un primo nodo viene al pettine: mentre LC, AO, ed altri si allineano con la «politica» istituzionale nel mistificare la mistificazione, e parlano di «vittoria proletaria», mostrando così di occupare il vuoto storico già ricoperto dal PCI (l’opposizione fittizia), le BR ed altri irrompono sul mercato come l’anticipazione creditizia della futura opposizione «reale» per la gestione «alternativa» dell’esistente in nome dell’ideologia del contropotere (preliminare alla dittatura del proletariato). Le formazioni militanti si distinguono dalle formazioni militari dell’«ultra-sinistra» – prendendo reciprocamente le distanze – soprattutto nel loro modo di definirsi in rapporto alla crisi del sistema. Le prime, essenzialmente socialdemocratiche, giocano il ruolo immediatistico delle istanze razionalizzatrici, moralizzatrici e demagogicamente populiste, negano l’evidenza della crisi strutturale denunciando l’apocalittica capitalista come una messa in scena, senza volere o saper riconoscere in essa il travestimento di una realtà sostanzialmente esplosiva; le seconde, neo-leniniste, vedono nella crisi la disgregazione del sistema capitalistico borghese, quasi si trattasse ancora e solo di quest’ultimo, e ne evidenziano, con le loro azioni di manageriale efficienza, gli aspetti più spettacolarmente scandalosi, ma ponendosi nell’ottica delle «teorie rivoluzionarie» terzomondiste, anticipando nei metodi e nelle analisi il ruolo che si attribuiscono di eredi del potere, in nome di una dittatura del proletariato parodiata, e comunque vincolata all’ideologia corrente della «transizione» non riformista. Il ritardo teorico consente loro di ammantarsi di tutto il fascino romanzesco e filmico nostalgicamente emanante dalle ideologie del passato, sconfitte e sussunte dalla controrivoluzione e superate dal movimento reale. Le distanze prese dai «militanti» rispetto ai «militari» tradiscono d’altronde, proprio nei loro circospetti «distinguo», il segreto di un’invidiatimore, odio-amore nel quale si prefigura un possibile travaso di forze, a mano a mano che l’eversione puramente verbale lascerà più che mai insoddisfatte le nostalgie «eroiche» dei militanti, e i sogni proibiti di una falloforia micidiale prometteranno di barattare una mortificazione da trappista con un’immolazione da kamikaze.   

 

I MAGISTRATI 

L’integrazione delle formazioni militanti nello spettacolo in cui il vuoto di potere socializza le sue problematiche fittizie produce una banalizzazione sempre più evidente della loro funzione «eversiva». Per riflesso, e in prospettiva, l’altro spettacolo, il «futuro migliore» anticipato dalle «avanguardie armate dell’esercito popolare», potrebbe garantirsi un credito crescente. A tradirne il carattere di alternativa illusoria, è la scelta dei metodi, quali già oggi vengono da quella parte prospettati come paradigmatici. Costrette dalla collocazione che si sono scelte, le BR non possono, per mimare la loro presa di potere, che farsi prendere dalla logica di tutti i poteri, adottando le forme da sempre intrinseche all’oppressione che pretendono di combattere: la doppia vita auto-«gratificante», le gerarchie, gli schedari, la prigione, infine, il tribunale: oggi giudica un servo dello Stato, in prospettiva si prefigura (quantomeno come possibile modello operativo) quale il tribunale «rivoluzionario» pronto a giudicare chiunque lotti contro qualsiasi forma di «gestione politica» del furore proletario. Di fatto, le BR filmano in primo piano la disgregazione del sistema, perché ne sono, anche, la cattiva  coscienza: attori stalinisti della disgregazione, nulla hanno a che spartire con l’irriducibile differenza, se non il rifiuto violento della «pace sociale». Ma la loro apparizione armata contrassegna il più disarmante spettacolo possibile: la guerra civile in vitro; ed è proprio sulla loro pelle che si attua la forma estrema del controllo tentato dal capitale sull’esplodere delle sue ultime contraddizioni.   

LA VITA È SOGNO

«La gente tenderà fortemente a farsi trascinare in società segrete il cui risultato è sempre negativo. D’altronde questo tipo di organizzazione contrasta con lo sviluppo del movimento proletario, poiché tali società, invece di educare gli operai, li assoggettano a leggi autoritarie e mistiche che ostacolano la loro autonomia e indirizzano la loro coscienza in una direzione sbagliata» (Marx). La cattura in ostaggio, nelle forme della fantasticheria «eroica», della collera proletaria, risulta doppiamente castratrice: in quanto riduttiva agli stilemi del beau geste e della temerarietà gratificante; e in quanto diversiva rispetto all’emergere critico, nella dimensione quotidiana della falsa vita, dei termini soggettivamente riconoscibili nei quali l’alienazione viene interiorizzata. Così gli stessi proletari esercitano in prima persona la produzione del vuoto dilatorio in cui il desiderio di vita si neutralizza nella fascinazione del fittizio. In questo senso svia gli «operai» della sopravvivenza da quella educazione radicale che è la lotta contro l’organizzazione delle apparenze ingaggiata a partire dall’eteronomia della propria «soggettività» apocrifa; e, indirizzando la loro coscienza in una direzione sbagliata, ne impedisce l’esplosione nella certezza della loro alterità, negatrice dell’esistente e della «coscienza» quale suo riflesso idealizzato. La scelta falsamente qualitativa del cospiratore, spingendolo a «evadere» la comune condizione di non-vissuto per costruire, contemplare e vivere di sé l’immagine fantasmatica dell’eroe, dell’«avanguardista», del «nuovo partigiano», non soltanto, cristallizzandosi, surgela la sua latente passione, ma ne stravolge il senso vivo in «significato» liturgico, in simbologia. La vera rivoluzione sarà sempre per lui dopo morto: salvazione cristiana. E le «masse», il «popolo», le sognate «maggioranze» cui la personalità del cospiratore (ambiguamente divenuta quanto più clandestina tanto più pubblicata) si rivolge come un elettrizzante messaggio pubblicitario, o dovrebbero orientarsi a seguire affascinate le sue orme nel tentativo dell’ultima auto-valorizzazione possibile, disertando a loro volta la vera guerra quotidiana, oppure, e nella maggior parte, dovrebbero vivere in sogno le sue «avventure», ribadendo quella condizione di impotenza cui si sarebbe voluto, così a buon mercato, farle sfuggire.   

UN TERRORISMO IN CERCA DI DUE AUTORI

Poiché l’insolvenza promossa a metodologia ha i tempi corti, al capitale occorre accelerare la militarizzazione del controllo. Le bombe di Brescia, il «giallo» di Padova, il seguito alle prossime puntate: la sceneggiatura incalza. Ecco aggiunto al prezzo della «sconfitta», conquistata sul campo col referendum, il peso del sangue operaio, messo in conto al fascismo dal volto di zombi. Il rompicapo è perfetto: chi riconosce, tra arditi della morte, «triplogiochisti», polizie separate, giornalisti specializzati in trame, la mano del SID e della CIA? Che ci sia ciascun lo vede, ma sembra uscire da tutte le maniche. Il coro degli altoparlanti vocifera che il terrorismo fascista ha gettato la maschera; ma usando a rovescio lo smascheramento popolare della trappola di piazza  Fontana, si proiettano sulle frange «ultra-sinistre» ombre sufficienti a un rilancio più drastico della lotta contro gli «opposti estremismi». Il fine è doppio, o triplo, come i mezzi: 1) con l’esporre alla pubblica esecrazione il volto  sanguinario dei fascisti, già alleati nel referendum «perduto», e incoraggiati a ogni sorta di manovra golpista, la DC ottiene lo scopo di liquidare, apparentemente, il suo passato recentissimo, licenziando sicari e compromessi finanziatori; 2) alla vigilia della più pesante grassazione di Stato perpetrata nel trentennio, si canalizza la rabbia proletaria verso un nemico già storicamente liquidato, e tenuto in vita grazie al suo potere di polarizzazione diversiva; 3) si approntano gli apparati polizieschi e militari contro l’emergenza eversiva, giocando d’anticipo su una temuta risposta proletaria. Il terrorismo di Stato, organico al terrorismo del capitale multinazionale, spera di esorcizzare la guerra civile in vivo, manovrando in vitro qualche sensale di cadaveri.   

LA PESTE

A un capitale che gioca d’anticipo, mistificandone i termini, su una crisi irreversibile, le sue ultime chances di sopravvivenza, non resta alcun margine, nemmeno ideologico, per proporsi di amministrare un ordine apparente. Solo un disordine controllato gli prospetta qualche respiro. Una guerra civile pilotata è il tipo di realtà quotidiana che meglio gli consentirebbe di estremizzare il proprio terrorismo. La «società dello spettacolo» non paga più i costi di una sua gestione pur fittiziamente «idilliaca»: la fine dello sviluppo indefinito segna la fine del consumismo «ebbro». La tragicommedia della grande abbuffata vede uscire dalla buca del suggeritore lo spettro della carestia. Per scritturarlo quale suo attor giovine, lo spettacolo deve cambiare copione.

Il furore monta ovunque, al passo col disvelarsi della realtà nascosta dietro le «crisi» manovrate: non rimane ormai che deviarlo. L’antico artificio della rappresentazione è il solo capace di restituire alla «politica» un resto di potere illusorio, che freni la coscienza emergente delle dimensioni totali dello scontro, per la vita della specie. La guerra civile in vitro è l’espediente con cui si vela a se stessa tale coscienza, riducendola ancora una volta alla gestualità e alla verbalità sceniche degli scontri separati. La vera guerra è appena al di là di queste estreme finzioni. La «questione irlandese» già si pone come primo abbozzo operativo di questa strategia del capitale. Ipotizzandone una generalizzazione opportunamente diversificata, è agevole prefigurare i vantaggi che il capitale sarebbe in grado di trarne. Stato d’assedio permanente; congiunturale riduzione dei consumi ma iper-valorizzazione delle industrie di guerra meno vincolate ai fattori energetici; selezione coatta, «per cause di forza maggiore», della piccola e media industria e del parassitismo terziario; iper-sviluppo della burocratizzazione militarizzata; centralizzazione funzionale del planning; uniformazione dei «bisogni primari»; arruolamento dei proletarizzati in una condizione di emergenza permanente diversiva; polarizzazione della carica eversiva su obiettivi fittizi; schermatura, dietro le esigenze eccezionali, di una ristrutturazione profonda della produzione e della distribuzione; proletarizzazione ed emarginazione brutalmente accelerate; emergenza di una casta ristretta economico-militare, monopolizzatrice del potere reale. Un «modello di sviluppo» perfettamente consono all’inversione di tendenza predicata dagli economisti d’avanguardia, sfrondata da ogni décor umanistico.   

NORIMBERGA, LEUR AFFAIRE

A Norimberga fu seppellita per sempre, ammantata nella sua mostruosità, una forma estrema del modo di produzione capitalista, quella che sintetizzava nella morte il sapone con cui lavarsene le mani. Nel lager, concentrazione di tempo-spazio-denaro, il genocidio degli «inferiori» ricapitolava, ostentandone efferatamente l’orrore, la logica del dominio individuato (nazione, razza, bandiera, religione), in nome della quale da secoli il lustro degli imperi riverberava dal sangue delle stragi. Il nazifascismo aveva accorciato tempi e modi, con efficientismo scientista, purgando nel fulgore del destino di Stato ogni residuo senso di colpa. L’«individuo» borghese vi ritrovava il carisma perduto della signoria, imponendosi come agente di destini superiori su una plebe di reietti. Un capitale apertamente schiavista avrebbe massimizzato il profitto sulla morte dei non-uomini; di lì avrebbero tratto la loro «umanità» i super-padroni. Le leggi che giudicarono quei carnefici emergevano da un passato a sua volta denso di eccidi, ma coperto sotto la mistificazione storica del progresso avanzante e sotto l’ideologia del liberalismo egualitario.

Norimberga rappresenta il nodo storico in cui il capitale abbandona l’opzione apertamente genocida, conservandola come ultima ratio ideologicamente non più giustificabile, per abbracciare una forma di dominio fondata sulla interiorizzazione del mortuum nella vita eucaristicamente distribuita ad ogni suddito-partecipe.

Ma Norimberga non chiuse il conto: da allora i regimi democratici rappresentativi hanno allevato nel loro seno le sette di cadaveri incaricate di eternizzare, nelle forme pietrificate del «fascismo», il mostro destinato a canalizzare la rabbia dei proletarizzati, mortificandola nella strettoia dell’antifascismo, e di perpetuare l’ideologia arcaica della «signoria fondata sulla schiavitù» per poter far meglio passare quale suo effettivo superamento il progetto della distruzione di ogni signoria nella Società dei tutti schiavi. In questo movimento, il mito eccentrico della razza eletta si neutralizza nel mito, centrale all’Occidente, del progresso; il mito del super-uomo in quello della scienza; quello del carisma e dell’«individuo» diviene il mito della meritocrazia nell’ambito della mondanità spettacolar-mercantile. Intorno a questa specularità del fittizio si armano gli attori della guerra civile in vitro; ma non e solo contro di essa che si muove già ora – e sempre più la vera lotta armata. Essa riconosce, negli operatori dell’ultimo sfruttamento – l’estrazione dal furore eversivo della forza viva da trasformare in organizzatrice di morte –, i nemici reali dell’affermazione della soggettività in divenire e del suo movimento per la realizzazione comunista. Essa si muove contro tutti coloro che, operando il recupero del rifiuto della partecipazione e dell’identificazione in «delirio schizofrenico», della rabbia totale in contestazione parcellare, della critica in cultura (ideologi «rivoluzionari»; psichiatri e psicanalisti «in» e «out»; magistrati democratici; artisti della «rivoluzione»; leaders gruppuscolari), concorrono a che l’ideologia si materializzi immediatamente in istituzioni riformate e in avanguardie sperimentali: dal gruppo politico alla «comunità» terapeutica, dalla comune «psichedelica» alla famiglia matriarcale riformata, e così via.

LA VERA FAME

La critica radicale è il movimento stesso in cui i proletarizzati lottano contro il dominio del fittizio, smascherando l’organizzazione delle apparenze. Da quando il fittizio e la sua avvelenata promessa si insinuano in ogni esistenza, svuotandola di ogni senso vivo e presente, vengono a cozzare contro il furore crescente di una fame di vero e di senso, che parte dal corpo stesso della specie. A mano a mano che in ogni forma dell’esistente si realizza un momento del valore autonomizzato, a mano a mano che l’antropomorfosi del capitale mette in scena un’«umanità» di automi, insorge a combatterla ciò che le è irriducibilmente alieno. La lotta in processo è innanzi tutto smascheramento e denuncia del falso, rottura violenta degli schermi frapposti tra il fine reale della rivoluzione e il furore degli oppressi deviato in falsi scopi. Al punto estremo di contraddizione tra capitale e vivente, il fine reale della rivoluzione non può essere che la distruzione del capitale e la realizzazione della specie umana quale comunità vivente in un rapporto di coerenza organica coll’universo naturale. Il dominio del capitale su una collettività sotto-umana e su un pianeta avvelenato, sempre più si rivela come l’ultimo ostacolo che separa l’auto-genesi creativa della comunità-specie dal suo mondo latente. È quanto la critica radicale, attaccando ogni forma di rappresentazione fittizia, indica nel suo muoversi. Perciò da sempre essa suscita l’odio infallibile dei gestori della finzione. Ogni sorta di amministratori fraudolenti di «crisi» parcellari, di «politiche» alternative, di «battaglie» immaginarie, trova in essa il nemico irriducibile. Essi si provano a combatterla con i mezzi che sono loro congeniali: la calunnia, la deformazione della storia, sino al ripudio di quanto, nel passato, la loro «cultura» indica come anticipazione dello stesso movimento.

FANTASMI & SICARI

Ciò contro cui si lanciano oggi i topi di fogna, snidati dalla carestia, sono proprio le spoglie abbandonate dalla critica radicale nel suo procedere: essa per prima se le è lasciate alle spalle rifuggendo la sclerosi di forme involutesi in ideologia. Non potendo frenare il suo movimento presente (né denunziarlo delatoriamente, poiché la critica radicale non si annida in nessuna «organizzazione» o racket, né ufficiale né clandestino), contro i suoi fantasmi si scatenano gli avvoltoi della «cultura» e del giornalismo. Il «vero» che mosse le occupazioni e gli scontri del ’68 fu essenzialmente lo smascheramento del progetto riformista che tendeva a ridurre l’insurrezione a rivendicazione, riaprendo così il baratro tra la domanda e il desiderio che la sottende, baratro che potrà chiudersi solo nella loro coincidenza. Quel movimento agitò nel suo vortice, insieme con momenti di effettiva emancipazione, frammenti di ideologia emersi dal passato storico, animandoli di una rinnovata «modernità». In breve, il tessuto dell’ideologia si irrigidì sul movimento, paralizzandolo nell’auto-contemplazione. La critica radicale non evitò, in parte, la morsa regressiva dell’ideologia. Il «Consiliarismo», fin lì trattenuto come una reliquia nei tabernacoli dell’anarchismo accademico e della sinistra comunista tedesco-olandese, ruppe quei gusci per presentarsi come un modello di democrazia reale, diretta, di base, immediatamente alternativo tanto alla democrazia rappresentativa quanto alle tirannie orientali. Nella lotta, talune assemblee d’occupazione e nuclei rivoluzionari ne incarnarono lunghi istanti di verità operante, ma spezzandone il canone e riconoscendolo non già come il primo e nuovo, ma come l’ultimo dei vecchi modi di combattere. Il «consiliarismo» radicale (in Francia essenzialmente l’I.S. e organismi non altrettanto radicali, in Italia la sezione italiana dell’I.S., il gruppo «Ludd – Consigli Proletari» e in seguito la più ingenua e immediatista O.C. poi trasformatasi in «Comontismo») ha criticato praticamente i limiti del «consiglio» quale ideologia operativa. In altri paesi il consiliarismo ebbe sviluppi analoghi, e, analogamente, quanto ne resta è un precipitato. Nessuno può comunque negare quanto di radicale si è espresso al di là del «consiliarismo» quale sigla: la passione di conquistare la signoria senza schiavitù criticando praticamente ogni potere e ogni separazione. Dagli aspetti «formali» e ideologici del consiliarismo la critica radicale, nel suo muoversi, si è separata per sempre: essi restano, vuoti e morti, in preda agli sciacalli. Da parte sua «Comontismo» si autocriticò con lo scioglimento, mentre da altri radicali l’apologia della criminalità come modello eversivo e l’ideologia della critica della vita quotidiana, in esso espresse, vennero puntualmente e pubblicamente criticate. 

Nessun comportamento illegale è di per se stesso eversivo, come, per converso, nessuna «linea rivoluzionaria» può dimenticare che cosa e di chi sia la legge, senza svelarsi come finzione politica. L’autogestione generalizzata dell’universo trasformato è il fine cui punta il movimento reale; e non può tradursi in autogestione dell’inerzia dell’esistente, senza convertirsi in autogestione della schiavitù. Nel suo farsi in processo, l’autogestione generalizzata è essenzialmente auto-genesi creativa: negazione determinata e rivoluzionaria dell’esistente quale organizzazione del fittizio, e trasformazione attiva dell’esistenza in luogo d’origine reale della comunità – specie umana, e del suo mondo. La verità è il frutto vivo di una lotta in atto: chiunque proclami moralità ideologiche come via di salvezza, spaccia droga politica in forma di verità. Del pari, nessuno può giocare d’anticipo modelli «alternativi», senza perciò stesso prefigurare mitologicamente il futuro, inquinandolo così sin d’ora con gli archetipi del passato: condannandolo a eternare il dominio del morto sul vivo.

CONTRO LA SPERANZA

Non si tratta di togliere alle lotte ancora prigioniere della separazione ogni senso vivo, si tratta, liberandole dalla loro schiavitù al senso morto, di scoprire ciò che le sottende, ma che esse non arrivano ad esprimere nella sua interezza e totalità. Il movimento reale non è l’esercito rivoluzionario annidato in una latenza ineffabile, ma l’articolarsi vivente, nelle contraddizioni dell’esistente e nell’inganno delle lotte fittizie, di una emergenza che le trapassa senza morirvi, che si rinnova e rafforza al di là delle tagliole allestite per

catturarla e deviarla. A emergere, è una certezza senza precedenti storici: la consapevolezza di un comunismo realizzabile senza «transizione», sulla base materiale conquistata dalle forze produttive; strappato che sia il mondo degli uomini alle mani di chi sta devastandolo pur di perpetuare una rapina secolare. L’umanizzazione del pianeta e dell’universo naturale, e l’umanizzazione dell’uomo stesso, è il possibile che traspare al di là dei diagrammi del collasso capitalista, al di là della mostruosità imposta al mondo e agli uomini da un modo di produzione necrotizzante, fondato sulla valorizzazione del falso storpiando il vero sin dal seme e sin dalla culla. La produzione di profitto mortifero e di sotto-uomini a esso incatenati deve aver fine, o finirà ogni progetto umano.

Questa certezza realizza e incarna, nel movimento reale, il contenuto delle «teorie rivoluzionarie» del passato, superando la loro forma ancora idealisticamente coscienziale. Il passaggio in armi dalla speranza alla certezza, dalla «coscienza» alla esperienza vivente, alla vera gnosi, è la transizione necessaria. La certezza fatica a liberarsi dalle forme vuote in cui l’ideologia la trattiene; a mano a mano che la falsa guerra sceneggiata dall’ideologia mostra ai rivoluzionari la corda con cui strozza il loro furore, la certezza avanza, la vera guerra procede. È questo il compito della critica radicale. Con le parole di Marx: «Noi illustreremo al mondo nuovi princìpi traendoli dai princìpi del mondo. Noi non gli diciamo: abbandona le tue lotte, sono sciocchezze; (…). Noi gli mostreremo soltanto perché effettivamente combatte, perché la coscienza è una cosa che esso deve far propria, anche se non lo vuole». Dal tempo in cui queste parole furono scritte, fatica e lotte di uomini hanno strappato ai princìpi del mondo il segreto di un mondo finalmente possibile, hanno fatto propria la coscienza di una speranza, il «sogno di una cosa»: si tratta oggi di infrangere l’ultimo diaframma, di fare proprio il mondo stesso. «Noi non temiamo le rovine» dice Buenaventura Durruti: «Erediteremo la terra, questo è certo. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo proprio adesso che sto parlando con voi».

ARTICOLI CORRELATI