DEMOLIRE LA CULTURA DI DESTRA

INTERVISTA CON ANDREA CAVALLETTI
ANDREA CAVALLETTI

L’intervista ad Andrea Cavalletti intitolata Démolir la culture de droite è stata originariamente pubblicata in Lundimatin #286 del 4 maggio 2021, in seguito all’uscita nelle librerie dell’edizione francese di Cultura di destra di Furio Jesi. Ringraziamo Andrea Cavalletti per averci gentilmente inviato la traduzione delle sue risposte. Le rimanenti parti del testo sono state tradotte da Archivio Anomia. 

 

 

Enfant prodige della mitologia, dell’egittologia e della filosofia, Furio Jesi ha scritto la sua prima opera a 15 anni. Autentico erede di Walter Benjamin, mette la sua immensa erudizione al servizio dell’analisi delle rivolte. In occasione della pubblicazione in Francia di Spartakus. Simbologia della rivolta, avevamo già parlato con il filosofo Andrea Cavalletti dell’opera di Jesi, di cui è il curatore in Italia. Questa settimana, abbiamo discusso con lui di Cultura di destra, un altro libro essenziale di Furio Jesi appena pubblicato dalle edizioni La Tempête. Si tratta di analizzare le radici del fascismo e del nazismo per comprendere appieno le loro manifestazioni contemporanee.

Cultura di destra è l’ultimo libro pubblicato in vita da Jesi. I concetti da lui forgiati in altri libri sono qui presenti, in particolare quello della “macchina mitologica”, e funziona come un metodo originale per comprendere le mitologie della destra. Cos’è questa “macchina mitologica” e come Jesi ha costruito il suo metodo?

Jesi rimanda al saggio del 1973 La festa e la macchina mitologica, cioè alla definizione del suo più noto “modello gnoseologico”, la “macchina mitologica” appunto. Si tratta di un dispositivo di cui vediamo solo l’esterno, ma che allude alla presenza, al suo interno, del “mito”, custodito e inaccessibile dietro le proprie pareti impenetrabili, e di cui offre intanto e rende apprezzabili i racconti, le testimonianze, cioè le mitologie: «il suo funzionare rimanda incessantemente al cibo mitico, che però resta inaccessibile, e offre in luogo di quello il cibo mitologico». Si potrebbe forse paragonare questo modello a quello del panottico foucaultiano, cioè della presenza inverificabile del guardiano all’interno della torre. Le pareti del modello jesiano sono fatte però di mitologie. Ora, la “cultura di destra” è per Jesi il prodotto del meccanismo mitologico o linguistico delle «idee senza parole». È una circolazione linguistica che «esige non-parole», usa stereotipi, frasi fatte, parole d’ordine, non tanto e non solo per ragioni di ignoranza, ma proprio perché la stessa povertà dei vocaboli e dei sintagmi, la loro evidente insufficienza, allude a qualcosa che resta in fondo incomunicabile.

La serie dei luoghi comuni, delle superstizioni e dei pregiudizi rinvia alla dimensione del segreto, va compresa e collocata nella prospettiva di una verità solo presunta, che è tale proprio perché soggiace inespressa, e restando inafferrabile viene condivisa dal parlante e dai suoi ascoltatori. La lingua di non-parole, alludendo all’inverificabile, raduna così una cerchia di seguaci, e agisce sul piano della pura veridicità (proprio della diceria): chi crede nei Protocolli dei Savi di Sion, per esempio, si preoccupa ben poco della loro autenticità, perché il complotto non dev’essere un fatto accertato, ma un’eventualità plausibile (come la presenza del guardiano di Foucault). Per questo motivo, dichiarare l’inesistenza (o la falsità) di ciò che la macchina dice di contenere (libro, documento, notizia, fatto) sarebbe cadere nel suo inganno. Dichiarare che il suo contenuto non è (reale), significherebbe confermare appunto la sua essenza mitica, che agisce qui proprio quando non è qui, realmente verificabile. Jesi ci insegna a non cadere in questa trappola, cioè a studiare piuttosto e cogliere in flagranti e ad esporre il funzionamento della macchina mitologica. Questo studio resta, nello specifico, l’unica maniera di non mettere in moto il dispositivo, di non aderire alla “cultura di destra”, e in fondo l’unica maniera di non essere fascisti.

 

 

– Cultura di destra riunisce due studi di Furio Jesi pubblicati su riviste nel 1975 e nel 1978. Per cominciare, potrebbe tornare su ciò che ha spinto Jesi a mettere insieme questi testi in un libro e su ciò che lui chiama cultura di destra?

Che cosa spinge cioè il mitologo a studiare precisamente la cultura di destra? A questa domanda risponde in realtà la prima frase del libro: «Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra o provare la necessità di fare i conti con essa». E in effetti, sin dal 1964, Jesi ha in un certo senso sempre studiato la cultura di destra ovvero la cultura imperante come forma di «tecnicizzazione» (Kerényi) o «manipolazione» dei miti. Nel contempo, egli ha riconosciuto nei limiti della stessa scienza mitologica (praticata dai suoi maestri) delle barriere funzionali alla salvaguardia della cultura borghese. Orientata dalla constatazione che ogni conoscenza intellettuale eredita strumenti e materiali non neutrali e inoffensivi ma coerenti con la natura del patrimonio culturale, dunque dei rapporti di potere vigenti, la sua ricerca risulta quindi tanto più penetrante ed efficace proprio in ragione di una marcata tensione autocritica.

In particolare, però, questo libro intende chiarire «alcuni aspetti» della cultura di destra, certo tra i più eclatanti e più pericolosamente attivi. Citerei, a proposito della scienza del mito, e delle religioni, le pagine che Jesi dedica al “triviale Eliade”, come lo chiamava Kerényi, studioso in quel momento all’apice della celebrità ma negli anni Trenta autore di testi ferocemente antisemiti nonché ammiratore del fascista romeno Codreanu. E poiché Jesi mette in luce alcune significative contiguità fra lo studio dei miti e la produzione di una mitologia fascista, citerei poi altre pagine, dedicate a Julius Evola esoterista, razzista, grande sapiente tutt’ora adorato dal neofascimo italiano. L’apprendistato a cui una simile guida e i suoi epigoni sottopongono i loro adepti è fatto di gesti gratuiti e brutali, di esaltazione del sacrificio, dalla morte insensata e bella. E proprio questi «compiti inutili ideati dai saggi del neofascismo esoterico», spiega ancora Jesi, «vengono di fatto utilizzati da altri per ragioni molto meno metafisiche, e diventano autentico terrorismo per obiettivi molto concreti». Si ricorderà probabilmente che il periodo fra la primavera e l’estate del 1974 è quello delle stragi di Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus. Già qualche anno prima, nel 1970, Jesi aveva preso la parola per difendere gli anarchici ingiustamente accusati della strage di Piazza Fontana a Milano.

– Jesi sostiene che c’è altrettanto, e a turno, un neofascismo “dal volto feroce” o un fascismo “in doppio petto”. Se questo ha una particolare risonanza per l’oggi, dove Jesi situa la genesi storica delle loro ideologie?

Jesi esamina la differenza fra le due modalità di comportamento ponendola in relazione con la differenza fra le ideologie del neofascismo esoterico, sacro, ispirate a Evola, e quelle del neofascimo profano, con i suoi feticci e il suo culto del lusso spirituale e materiale. Egli constata quindi che non vi è un’omologia fra la differenza ideologica e quella di comportamento: il volto feroce non è una prerogativa del neofascismo sacro e il neofascismo in doppio petto non è solo quello profano. Non vi è dunque, nel fascismo, una coerenza fra ideologia e comportamento. Entrano qui in gioco, invece, alcune relazioni più interessanti: il fascismo esoterico, per esempio, prevede una separazione gerarchica fra i saggi e coloro che per scarsità di attitudine non possono accedere al mistero. Questi ultimi possono tuttavia operare nel mondo, poiché il saggio, il «didatta della Tradizione», assegna loro dei compiti che sono di per sé inutili, ma proprio per questo non sono che una serie di ‘prove’, prove di apprendistato, tese al miglioramento dei seguaci e prima ancora, anche attraverso il sacrificio dei singoli, al rafforzamento della razza. L’ipotesi di Jesi, che mi pare molto convincente, è che almeno in parte gli atti terroristici di quegli anni siano stati progettati come compiti inutili dai sapienti-maestri per i loro (certo, assurdi) fini didattici, e intanto favoriti, strumentalizzati, sfruttati da altri per ben altri fini, cioè nell’ambito di strategie politiche per cui è utile che la bomba scoppi e che scoppi soprattutto ‘al momento giusto’. Se questo è vero, aggiunge Jesi, si chiarisce anche l’insensatezza evidente e insopprimibile di certe azioni: proprio il gesto inutile può infatti sfuggire al controllo dei manipolatori; allora quell’inutilità resta tale, per così dire pura (cioè solo coerente con la didattica esoterica): la bomba scoppia in un momento qualsiasi, e la logica del cui prodest risulta in tal caso inapplicabile.

– In seguito alle reazioni degli ambienti di destra alla pubblicazione di questo libro, i Wu-Ming hanno potuto affermare di Jesi che era «il più odiato dai fascisti». Come spiega queste reazioni?

In effetti bisogna fare un certo sforzo per spiegarsele, proprio perché erano troppo prevedibili e chiunque avrebbe evitato di cadere nella trappola, mostrando così che i propri nervi sono ancora, dal 1979, tanto scoperti e irritabili. Certo, si può riconoscere un riflesso condizionato. Cultura di destra è d’altro canto il più provocatorio dei libri, e Jesi – che non ha avuto certo paura di esporsi – sembra una provocazione fatta a persona: studioso geniale e indipendente, comunista, ebreo, e poi davvero insopportabile perché maneggia, indaga rovescia come calzini oggetti e libri sacri, a cui un tipo del genere non dovrebbe mai avvicinarsi. Bisogna comunque tenere presente che queste reazioni non provengono soltanto dall’ambiente neofascista (da quegli anni ancora attivo, come le stesse case editrici citate da Jesi), ma anche di certi progressisti democratici, opinionisti più o meno influenti che non possono tollerare Cultura di destra perché li pone di fronte a una spiacevole verità: quella cultura, quella pappa omogeneizzata del passato, fatta di «idee senza parole» (Jesi cita Spengler) e quindi di «parole scritte con la maiuscola» è la stessa di cui si sono sempre nutriti e in cui sguazzano agevolmente – proprio loro, che continuano a ripetere da quarant’anni che la differenza fra destra e sinistra è vecchia, inservibile, dev’essere superata. Quando i fascisti attaccano Jesi e il suo libro, sanno così di trovare una sponda sicura, di rivolgersi ad altri, in un affettuoso dialogo. Jesi tuttavia ridicolizza, rende improponibili sia quel superamento che i suoi attori. In base alla sua definizione di cultura di destra, infatti, la differenza fra destra e sinistra, benché non sia «in astratto infondata», in Italia semplicemente non sussiste, perché non c’è cultura che non sia appunto di destra. La pretesa di superare una distinzione che non c’è, quello sforzo plateale di andare ‘oltre’, tutta quella noiosa retorica di novità, appaiono allora per quello che sono: stantie ripetizioni del sempre uguale. Perciò sono in molti a non poter far altro che irritarsi, e così oltre a tanti nervi scoperti vengono in luce le vecchie amicizie e complicità.

– Nel 2016 le edizioni La Tempête hanno pubblicato Spartakus, nel quale Furio Jesi analizza, da mitologo, la “simbologia della rivolta” soprattutto attraverso l’esempio del sollevamento spartachista. Con Cultura di destra il lavoro di de-mitologizzazione si concentra sui discorsi e sulle teorie dei rappresentanti della destra europea. Vede una forma di continuità e/o di rottura tra queste due opere?

Posso rispondere ricordando che più di vent’anni fa, quando trovai il dattiloscritto inedito di Spartakus, notai con un certo disappunto la mancanza di una pagina. Per fortuna, però, non era andata perduta. Jesi l’aveva estratta dal plico del libro per inserirla (preparando così uno dei suoi «montaggi») in una cartella di lavoro intitolata appunto «Materiali dello studio sulla cultura di destra». Dunque dobbiamo parlare di una certa, sicura continuità, verificabile nelle stesse intenzioni dell’autore. E possiamo indicarla con maggior precisione: riprendendo molti anni dopo quella pagina Jesi, sottolinea (con un segno a margine) un passo su François de Curel, sulla concezione dell’«uomo di valore» capace di «imporsi alla massa e dettarle i movimenti» e quindi sull’idea di una massa «bisognosa di una guida». Il lettore di Cultura di destra non ritroverà il riferimento esatto, ma potrà certo riconoscere la trattazione di questo tema. In Spartakus il nome di Curel viene poi avvicinato a quello di Barrès, «boulangista, antidreyfusardo, difensore della tradizione nazionale e religiosa». E Jesi ricorda che il protagonista del romanzo di Barrès La Colline inspirée è l’eretico che infine si sottomette all’ordine della Chiesa: in altre parole, l’uomo della rivolta che ne riconosce «non solo l’estinzione ma l’appagamento nella esperienza dei miti cui si congiunge il potere». Quel personaggio letterario è così un modello politico, testimonia di quale tipo di ‘simpatia’ quel potere, a cui Barrès partecipa, può nutrire per la rivolta. E Spartakus, in effetti, è uno studio sulla rivolta intesa come «sospensione del tempo storico», dunque anche sul suo fallimento e la sua utilizzazione, sulla sua fine cruenta come potente ricostituzione (dopo la pausa provocata e interrotta al momento giusto) delle barriere del tempo ‘normale’, cioè coerente con gli assetti di potere.

Si può giustamente osservare  che il problema della tecnicizzazione dei miti e del loro sfruttamento è centrale tanto in Spartakus che in Cultura di destra; si potrebbero poi anche riconoscere delle analogie fra la mitologia del sacrificio del rivoltoso e il gesto inutile compiuto dal neofita del fascismo esoterico; e quindi, leggendo le parole di Cultura di destra sugli atti terroristici suscitati al momento giusto, si potrebbe ricordare il passo sulla lotta spartachista che, in quanto rivolta e non rivoluzione, fu paradossalmente «utile al potere contro il quale s’era scagliata». E ancora: non sarebbe forse illecito confrontare le frasi sulla frattura fra prassi e ideologia nel fascismo con quelle sulla loro inseparabilità in Rosa Luxemburg. Si potrebbe insomma rilevare una serie di analogie o di opposte, simmetriche corrispondenze. Certo, Spartakus è un’opera di de-mitologizzazione o di distruzione di quegli elementi della cultura borghese capaci di insinuarsi e agire anche nella lotta degli oppressi; Cultura di destra prende invece esame quella stessa costruzione mitologica, un ambito in cui esistono unicamente quegli elementi, soltanto le «idee senza parole», e in cui il meccanismo mitologico-linguistico funziona a pieno regime. E poi i due libri sono appunto divisi dalla ‘macchina mitologica’, che Jesi non aveva ancora ideato nel 1969, e non appare in Spartakus. Ma è vero che per ragioni contingenti quel libro sarebbe uscito soltanto postumo, è anche vero che Jesi aveva per la prima volta proposto e messo alla prova il suo modello in un geniale saggio sul Bateau ivre, pubblicato nel 1972, che è appunto un saggio sulla rivolta e la sua differenza dalla rivoluzione, dunque un po’ una versione nuova e abbreviata di Spartakus. Dunque, sì, direi anch’io: continuità e discontinuità; discontinuità o, proprio per questo, continuità.

– Potrebbe spiegarci qual era il metodo di lavoro e di scrittura di Jesi?

Jesi lavorava abitualmente in questo modo: consegnava alle riviste i suoi saggi prevedendo di riunirli in un volume. Anche il libro contemporaneo a Cultura di destra, cioè Materiali mitologici, raccoglie testi già usciti, fra l’altro in «Comunità», il periodico con cui Jesi collaborava assiduamente negli anni Settanta e in cui erano appunto apparsi i due studi sulla cultura di destra. Bisogna parlare a questo proposito di una vera e propria tecnica di «composizione»: siano appunto raccolte di saggi, o anche singoli saggio o libri come Spartakus o come il Kierkegaard del 1972, i lavori di Jesi sono comunque, in maniera più o meno evidente, opere di montaggio, e il modello di questa tecnica era «il conoscere per citazioni di Walter Benjamin».

– L’opera di Bachofen, poco letta al giorno d’oggi, sembra occupare un posto importante nel lavoro di Jesi e si può anche avere l’impressione che cerchi di ‘salvare’ questo autore dal suo recupero da parte della cultura di destra. Potrebbe dirci perché Jesi potrebbe aver considerato l’interpretazione di questo autore come la posta in gioco di una lotta?

La domanda è molto importante e meriterebbe una risposta molto più lunga e articolata di quella che posso tentare qui. Jesi cita in effetti Bachofen sin dalla metà degli anni sessanta, riprendendo l’importante concetto di «simbolo riposante in se stesso» che si ritrova anche in Cultura di destra. Sapete poi che intorno all’opera di Bachofen si erano già affrontati, fra gli altri, autori come Alfred Bäumler (che aveva introdotto nel 1926 un’antologia di scritti bachofeniani), Ludwig Klages, Walter Benjamin. Ricordo soltanto, per dare un’idea delle rispettive posizioni, che proprio nel suo celebre saggio su Bachofen, scritto durante l’esilio parigino (nel 1934-35, per la NrF, che però non lo pubblicò), Benjamin espresse una critica esplicita, quanto caustica, della filosofia di Klages; sempre a Parigi, egli poté poi osservare Bäumler, fra i membri della delegazione ufficiale tedesca al IX Congresso internazionale di filosofia: «Bäumler è impressionante – commentò –: il suo atteggiamento imita sin nei particolari quello di Hitler e la sua nuca lardosa è il complemento perfetto della canna di un revolver». Era il 1937. Trent’anni dopo Jesi inizierà a occuparsi, per l’editore Einaudi, dell’opera maggiore di Bachofen, il Mutterecht, traducendolo, scrivendo l’introduzione (di cui restano due versioni) e delle lunghe e dotte note di commento. Si tratta di un lavoro enorme, mai ultimato, e che diverrà assillante negli anni della stesura di Cultura di destra. Jesi studia in questi anni Bachofen prendendo posizione rispetto alla destra della Bachofen Renaissance degli anni Venti-Trenta (e agli epigoni italiani come Evola e i suoi seguaci); la sua è una lettura tesa, per così dire, a strappare il tenore di verità di quei libri dalle mani del nemico, dunque una lettura vicina a quella di Benjamin. Ma è anche una lettura molto attenta a collocarsi rispetto al Bachofen di Benjamin, cioè a evitare il mimetismo, a non ricadere in un facile, ingenuo rapporto di empatia, proprio perché è penetrata dall’idea – sì, genuinamente benjaminiana, delle Tesi sul concetto di storia – che «neanche i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli vince». Jesi, in altre parole, segue il tentativo di Benjamin ma questo implica per lui: non aderire alla lettera, ma al metodo di Benjamin, perché insieme a Bachofen occorre ora strappare anche Benjamin dalle mani di un nemico che non ha cessato di vincere. Siamo così tornati al metodo, al conoscere per composizione a cui accennavo prima.

ARTICOLI CORRELATI