ARCHIVIO ANOMIA

DEPOSE
L’INSURREZIONE DEI SOPRAVVISSUTI
FELIX CLOSTER
Il 4 dicembre 2024, a New York, Brian Thompson, CEO di United Healthcare, viene assassinato. A Felix Closter non interessa né il come né il perché. Conta solo ciò che quel gesto rivela – e che la mediasfera americana ha compreso all’improvviso in quei giorni: il cuore pulsante del dominio contemporaneo, il punto esatto in cui biopotere, capitale e spettacolo si intrecciano con la vita quotidiana. Con la biopolitica ormai riorganizzata attorno al potere delle assicurazioni – che differiscono, gestiscono e vampirizzano la vita di ciascuno – la vita stessa si riduce a un’agonia permanente: non-vita, mera sopravvivenza, nuda vita. Da qui ripartiremo, per passare al sabotaggio. Sarà una rivolta feroce, irrecuperabile, perché finalmente destituente. Come inciso su uno dei bossoli dell’arma che ha sparato: DEPOSE. È l’insurrezione dei sopravvissuti.
GIORNALISTA TERRORISTA
Peggio di uno sbirro, c’è solo un giornalista. Dopo cinquant’anni di controrivoluzione spettacolistica, lo slogan degli anni Settanta «giornalista terrorista!» appare ormai come una verità banale. Lo stesso vale per la seconda lezione che abbiamo potuto ripassare in questi giorni: la vera ambizione dello sbirro è quella del maître à penser – insegnarti a pensare. Lo sapevano bene, già negli anni Cinquanta, gli utopisti cibernetici del fascismo neoliberale. La comunicazione è già controllo, il potere spettacolare è già disciplinare – e viceversa. Lo sanno anche meglio le moltitudini senza nome che, il 4 dicembre, sono state trapassate da un brivido di gioia autenticamente politica.
A Manhattan, un tizio spara al CEO di una compagnia assicurativa. I media e gli sbirri lanciano la solita, consumata parola d’ordine: identificazione. Chi è stato? Un pazzo asociale, uno school shooter troppo cresciuto, una donna isterica, un negro del ghetto, un terrorista islamico? O un giovane rampollo bianco etero-cis con un invidiabile cursus honorum sulle spalle? Ma cosa legge, un individuo del genere? Cosa pensa? Opinioni politiche? Anamnesi medica? Il suo health care provider gli avrà rifiutato le cure, certo. Altrimenti perché mai uno sparerebbe al simbolo di una compagnia assicurativa?
Li hanno seguiti a ruota, per idiozia o malafede, intellettuali, politicanti, opinionisti e buffoni di ogni genere, gettando un po’ più di benzina sulle fiamme dello Spettacolo. Fortunatamente, solo pochissimi, nella mediasfera Reddit, Instagram, Telegram, Facebook, X, Threads o Signal, coltivano ambizioni intellettuali. A decine di migliaia di noi, perciò, è bastato poco per scrollarci di dosso l’imperativo poliziesco di fare gossip. In poche ore, la consapevolezza che la biografia è una faccenda da questure, è diventata un’evidenza palmare. Sotto un thread Reddit, leggiamo: «Per la cronaca, credo a tutto e al contrario di tutto. Che sia stato lui, che non sia stato lui, che sia stato lui e che i poliziotti gli abbiano messo le prove addosso, che non sia stato lui e che sia stato incastrato. Nel mio cuore c’è solo amore per i nemici dello Stato, sia che si siano fatti da soli sia che, senza volerlo, si siano ritrovati avvolti in un manto di gloria».
«ONCE AGAIN, THE WORLD STAGE IS LIT!»
Che lo stile di pensiero dello sbirro non sia che l’epistemologia di chi ha perso ogni capacità di comprendere il proprio tempo, oggi, non è più un segreto per nessuno. Fiorita sul terreno della biopolitica, della giustizia penale moderna, del capitale predatorio, della tecnologia di sorveglianza, delle dottrine igieniste, della psicanalisi e della narratologia, l’epistemologia dello sbirro coincide punto per punto con quella del giornalista. È il metodo, il principium individuationis delle «five Ws»: Who? What? When? Where? Why? Le domande-guida dell’inchiesta giornalistica non si distinguono affatto dai principi dell’inchiesta giudiziaria. Entrambe parlano il linguaggio ben rodato dell’ontologia giuridica occidentale: l’ontologia del soggetto responsabile, imputabile, colpevole.
Diciamo meglio: lo performano. In effetti, la macchina dell’ontologia ha sempre bisogno di manutenzione: per funzionare, deve essere ben oliata. Le linee strategiche che la attraversano non devono cessare di essere percorribili, perché l’ontologia, in fin dei conti, non è che strategia cristallizzata. Ontologia del soggetto come strategia di assoggettamento: di messa in soggezione al potere che, mentre ti giudica, ti dice chi sei, ti produce come soggetto e ti obbliga a dire «Io». Di un assassinio, si potrà sempre dire che il killer era drogato, psicotico, isterica, o costretto alla legittima difesa. Omicidio colposo. Alla peggio, si dirà che lo shooter era spinto da un movente: interesse economico, gelosie, vendette, invidie, tutto il teatro dell’intimità: si inchioderà l’assassinio a un «Io». Omicidio doloso.
In entrambi i casi, si fabbricherà un Io e, al tempo stesso, si incatenerà un gesto – singolare, inderivabile, politico, esistenziale – a una biografia. Quadrillage poliziesco. Il gesto, tradotto in azione imputabile, diventerà un anello della miserabile catena di cause ed effetti a cui vorrebbero ridurre le nostre esistenze e i nostri mondi. La rosa è senza perché, diceva qualcuno. Lo è anche un dono, un bacio, un assassinio. Finché restiamo imprigionati nel recinto dei «perché», delle ragioni o dei moventi, non usciamo dalle infami praterie del diritto. E avevano una buona ragione per chiuderci là. Altrimenti, avremmo preso la cattiva abitudine di pascolare nei campi della vera politica: dove la vita non è un problema da gestire, ma il flusso sempre interrotto delle nostre forme di vita; dove le cose sono di chi le sa usare; dove la nostra potenza non si cristallizza nel loro potere. Dove la politica, cioè, coincide integralmente con il tessuto discontinuo dei gesti, della vita quotidiana.
Di colpo, dopo il 4 dicembre, la mediasfera underground americana ha spezzato senza nostalgie una gabbia metafisica, linguistica, psichica, politica vecchia di almeno due millenni. Se n’è accorta la psicopolizia del New York Times, che ha lanciato immediatamente il segnale di pericolo: «In tutto questo clamore – e, potenzialmente, nel modo in cui tali storie vengono spesso riscritte e ricreate dalla storia – ciò che si perde è la violenza, così come le vittime […]. Il problema è che, man mano che ogni nuova storia si aggiunge alla tradizione, perde un po’ del suo vero orrore, e si carica di fascino (glow)». Bene così. Hanno ragione quasi su tutto. Nel volto sorridente dell’eroe popolare, riflesso innumerevoli volte nel gioco di specchi di una mediasfera non più spettacolare, dimentichiamo vittime e carnefici, smantelliamo il dispositivo della colpa e lasciamo finalmente cadere a terra, come un brutto giocattolo, l’arsenale epistemologico degli sbirri. Il NYT, però, ha fatto un piccolo errore di malafede. Nulla a cui non si possa rimediare. Non è infatti fascinazione, la nostra – il fascino lo lasciamo agli stregoni, agli stregati e ai fascisti –: è chiarezza – così traduciamo «glow» nella nostra lingua. In questo modo, ci riappropriamo della nostra violenza.
Per non cadere nella tana del Bianconiglio, basterebbe evitare di saltarci dentro – direbbe qualcuno. Troppo facile. Quando ci si leva il terreno da sotto i piedi, bisogna sapere dove saltare. Al di là del bene e del male? Dell’azione e della colpa? Fuori dal soggetto? Nella tradizione rivoluzionaria, c’è un’espressione elegante e un po’ demodé per casi del genere: oltre ogni coscienza di classe, c’è il carattere oggettivamente rivoluzionario di un gesto. L’assassinio di Brian Thompson è un gesto così chiaramente rivoluzionario, che di fronte ad esso ogni domanda è subito apparsa inadeguata. Tana libera tutti! Usciti all’improvviso dalla loro nefasta prigione, ci siamo liberati altrove: sul piano di consistenza del Partito Immaginario.
Da quaggiù, al livello della vera politica, si può verificare facilmente il carattere rivoluzionario di quel gesto. Se l’assassinio di Thompson ha potuto risuonare così intensamente in tutte le echo chambers della mediasfera, è soltanto perché si è situato nel nucleo esatto del dominio di oggi: là, dove il punto di tangenza di biopotere, capitale e spettacolo si incrocia con la linea della vita quotidiana. Dall’analisi del gesto rivoluzionario del 4 dicembre, non ci dobbiamo aspettare alcun programma. Ed è giusto che sia così. Ci aspettiamo, piuttosto, la messa a fuoco di ciò che è già chiaro. Letteralmente. Aumentare il grado di chiarezza – Glow up! – di un fatto, fino a farlo deflagrare – Blow up!
Ecco perché abbiamo deciso di prendere la penna in mano. Non per distillare la teoria dal gesto, la coscienza dell’inconscio, fulgor ex fumo. L’unica valutazione che ci interessa è strategica. Misurare il terreno di scontro che quel gesto, ancora una volta, ha portato alla luce: l’espropriazione della vita quotidiana, ridotta a vita assicurata. E da lì, passare al sabotaggio, alla rivolta della sopravvivenza: fulgor ex luce.
VOGLIO SOLO UNA VITA DECENTE (DELAY!)
È la vita stessa, oggi, a essere invivibile. Allo health care system statunitense va il merito di averlo messo sotto gli occhi di tutti. Quando è l’impresa assicurativa a mediare il rapporto tra medico e paziente, infatti, la cura è sempre peggiore della malattia. Sotto un post di X dedicato all’affaire, si può leggere: «Mi ricordo di una donna sopravvissuta all’attacco di un orso, che le aveva letteralmente ridotto la faccia a brandelli. In un’intervista, dichiarò che la parte peggiore della faccenda – l’attacco, il salvataggio, le decine di interventi chirurgici, gli anni di recupero e di cure, ecc. – è stata avere a che fare con l’assicurazione».
Un tempo, ed è ancora così in qualche luogo buio del Vecchio Continente, tra la miriade di malattie che ci infestano e una «vita decente», si frapponeva la più o meno oscura figura del medico. Che, negli ultimi due secoli, la gestione medica della salute abbia avuto il duplice ruolo di devastare il corpo di ciascuno, elaborando nel frattempo un vocabolario teologico-iniziatico utile a nascondere il carattere strutturalmente politico della salute, è ormai cosa nota. In piena epoca biopolitica, persino l’idea quasi banale formulata da Ivan Illich ormai cinquant’anni fa, secondo cui l’incessante approfondimento e moltiplicazione dell’interventismo medico nelle società occidentali testimonia, con ogni evidenza, a sfavore delle buone intenzioni della medicina stessa, è considerata bizzarra.
Se il dottore ti avesse davvero curato, non avrebbe ragione di sottoporti a sempre nuovi controlli e terapie, presentando sempre nuove fatture. D’altronde, non è un segreto che, se si legano le condizioni di esistenza di una professionalità alla ratio economica, essa farà di tutto per convincerti di essere indispensabile. A lungo andare (e due secoli sono parecchi) avremo da un lato una setta che amministra il «monopolio sulla metodologia e la tecnologia della salute», e dall’altro una massa umana medicalizzata, ridotta in condizioni di totale dipendenza sanitaria. «Il vero miracolo della medicina moderna – concludeva Illich – è di natura diabolica. Consiste nel far sopravvivere non soltanto degli individui ma intere popolazioni a livelli di salute personale disumanamente bassi». Il risultato più o meno paradossale della «medicalizzazione della vita», cioè, è precisamente di ridurre la vita a sopravvivenza generalizzata.
Con un po’ di carità ermeneutica, se ne potrebbe concludere che quello del medico è un «bullshit job» – un lavoro autoreferenziale e ricorsivo, capace di risolvere soltanto i problemi che esso stesso, in virtù della sua sola esistenza, crea. Lasciamo amenità del genere all’ingenuità di David Graeber, o alla poca fantasia dei complottisti di terz’ordine. Il fatto che la medicina non curi la vita, infatti, non significa che non se ne curi affatto. Parafrasando Foucault, potremmo dire che, se la medicina preclassica aveva preso in carico la morte e la malattia, dalla fine del XVIII secolo una nuova medicina ha preso in carico la vita e la salute. E, con esse, la gestione delle popolazioni, o addirittura, spingendoci poco più in là, la produzione della società.
Ecco dove sta il suo tratto politico. Le «arti mediche» dell’epoca preclassica, miravano anzitutto alla cura della malattia: il loro oggetto epistemico e tecnico era, cioè, la morte. Quando, viceversa, in gioco è anzitutto la formulazione di metodi di amministrazione della salute, la medicina diventa un’impresa di gestione della vita. Ma la vita amministrata è anche la vita manchevole, la vita bisognosa, la vita che supplica di essere gestita, che chiama a gran voce un tutore. Come diceva Foucault, con l’avvento della biopolitica, la malattia e la morte non sono più «accidenti», ma «fattori strutturali» della vita. L’epoca della medicina biopolitica è anche l’epoca della «morte permanente, che si insinua e penetra nella vita, la rode di continuo, l’accorcia e la indebolisce».
Come la gestione della salute non è che gestione del suo interminabile differimento («Delay!»), così la gestione della vita coincide senza residui con l’amministrazione della sua mancanza. La prestazione decisiva dell’apparato biopolitico è, cioè, la cura della non-vita, la riproduzione della sopravvivenza e delle condizioni che la rendono possibile.

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA (DENY!)
Il presupposto biopolitico della medicina moderna emerge in piena luce quando il monopolio delle tecniche di riproduzione della non-vita passa dalle mani del medico a quelle, ben più sporche, dell’assicuratore. Oggi, la nomenclatura ufficiale della burocrazia USA chiama sia l’uno che l’altro con lo stesso nome: health care provider. E, infatti, chi provvede – chi amministra, chi gestisce – la salute della popolazione americana? È lampante che l’indistinzione sul piano del linguaggio, contro cui piovono le lamentele di tanti medici feriti nell’orgoglio, non è che la presa d’atto del fatto che, negli USA di oggi, impresa assicurativa e impresa medica si situano finalmente sul medesimo piano: il biopolitico come complesso di dispositivi orientati alla «difesa della società», vale a dire all’incessante produzione delle condizioni della sopravvivenza generale.
È una circostanza singolare, la cui chiave è però da tempo nelle mani di chi sappia leggere la storia con occhio politico. Signatura rerum. Il declassamento del medico («doctor», «physician») a health care provider, integrato (non a caso) dal vocabolario introdotto dagli emendamenti al Social Security Act del 1965, che miravano a estendere la gestione assicurativa della non-vita alla totalità della società americana, trova, come spesso accade quando si parla di governamentalità neoliberale, il suo illustre precedente nella Germania nazista. Nel giro di un paio d’anni dal decreto del 1935 zum Schutze des deutschen Blutes und der deutschen Ehre («per la difesa del sangue e dell’onore tedesco»), infatti, le licenze dei medici ebrei vennero revocate dal regime nazista, e i medici ebrei vennero declassati a Behandler, «colui che tratta o provvede» – «provider», appunto (cfr. Paul Saenger). L’interdizione dalla professionalità medica che definisce la figura del Behandler ebreo presenta, però, un’importante limitazione: essa, infatti, proibiva soltanto di prendere in cura pazienti di sangue tedesco, e lasciava liberi i medici ebrei di esercitare la loro professione verso altri ebrei.
Al medico ebreo, al quale si proibiva di prendere in carico la salute della popolazione tedesca, si permetteva però di «gestire», «amministrare» la salute e la vita dell’ebreo. Mentre la vita qualificata del tedesco doveva essere curata, la vita squalificata e sempre più mortificata dell’ebreo doveva essere semplicemente gestita. In questo senso, la gestione della vita squalificata – cioè la gestione della nuda vita, in quanto gestione della sopravvivenza – non è che la premessa e il rovescio della gestione della sua morte. Il fatto che «l’ebreo sotto il nazismo» sia «il referente negativo privilegiato della nuova sovranità biopolitica e, come tale, un caso flagrante di homo sacer» non significa altro che la sua vita, completamente spogliata di ogni qualifica e di ogni politicità, è ridotta a mera materia di amministrazione. «Gli ebrei – scrive Giorgio Agamben – non sono stati sterminati nel corso di un folle e gigantesco olocausto, ma letteralmente, come Hitler aveva annunciato, “come pidocchi”, cioè come nuda vita».
Negli USA di oggi, dove il medico è stato integralmente sostituito dallo health care provider, e dove l’amministrazione della non-vita è stata estesa alla totalità della popolazione, la messa in sicurezza della società non è più distinguibile dalla produzione perpetua di condizioni di insicurezza, e ciascun cittadino porta il volto dell’homo sacer.
Lo health care provider non è solo l’istanza che eroga le cure sanitarie: è l’istanza che, mentre tenta con ogni mezzo di differirle, riproducendo di fatto sempre di nuovo la negazione («Deny!») della tua vita biologica, realizza la negazione effettiva della tua vita quotidiana. È l’espropriazione integrale della parte di salario che il tuo datore di lavoro non era riuscito a fotterti. È, cioè, l’espropriazione di ogni chance di conquistarsi un tempo libero, un tempo liberato, del minimo residuo di vita possibile al di là del lavoro totalitario del workaholic. Ma è anche appropriazione concreta della vita e produzione della non-vita di chi, «appena ha un attimo», è obbligato a occuparsi di quando, come e perché morirà, a pre-occuparsi della propria morte, a domandarsi se la sua morte frutterà qualcosa a qualcuno, a misurarla e a misurarsi.
«Nell’asettica filigrana dei questionari e delle schede sanitarie – scrive un amico che potresti essere tu – deflagra l’orrenda verità di un male che mai nella storia umana era stato a tal punto rimosso. Specchiandomi in quel questionario, ho avvertito come la mia giovinezza e la mia “buona salute” venissero da esso incluse e catturate per il fatto stesso di esserne escluse, a me concesse in prestito da Qualcuno come un bene da gestire, per i giorni contati – non importa quanti, ma solo che siano contati – che mi separano dal momento in cui invecchierò e mi ammalerò». Con la codificazione assicurativa della vita, «sterminato supporto oggettivo nel quale giovinezza e salute appaiono come correlati di tutta una tassonomia dell’invecchiare e dell’ammalarsi, rintoccano nitidamente le campane a morto per la giovinezza e la salute». Assicurazione paranoica, soggettivazione burocratica, algebrizzazione della vita, con la testa perennemente nella ghigliottina assicurativa. L’eziologia della nostra emicrania cronica, della «brain fog» o della «intermittent numbness», della pressione alta, dei nostri attacchi di cuore o di panico, la possiamo indovinare da soli.
In questo senso, all’occhio biopolitico dello health care provider, la tua vita è puramente uccidibile. Un Brian Johnson può «far vivere», può spingerti a vivere in una certa maniera, entro i confini di una precisa forma di vita: vita medicalizzata, paranoica, assicurata, condannata al lavoro in piena epoca di Great Resignation (come sapeva bene l’amministrazione Obama, quando si incaricò di portare a compimento il programma del Social Secury Act imponendo ai cittadini l’obbligo legale di stipulare un’assicurazione sanitaria), e così via. O può semplicemente «lasciar morire», privandoti di cure che comunque non ti avrebbero guarito (ma avrebbero senz’altro fatto lievitare il tuo premio assicurativo), o lasciandoti morire per strada dopo aver pagato un conto ospedaliero troppo salato. Eppure, a ben vedere, «far vivere» e «lasciar morire» non si lasciano distinguere tanto facilmente, quando l’amministrazione della vita coincide punto per punto con l’organizzazione delle condizioni della mera sopravvivenza.
MAMMA GUARDA, SONO NATO PER FARE LA GUERRA! (DEFEND!)
Diciamolo ancora una volta, a chiare lettere. Con il regime biopolitico, assicurativo e securitario, non si è mai trattato di curare la salute, ma di produrre in permanenza le condizioni di un incessante intervento sul corpo sociale. La posta del gioco biopolitico è sempre stata la produzione e la difesa della società: istituire e proteggere le invivibili condizioni della vita associata («Defend!»). Lo sapeva Ivan Illich, che, a proposito della medicalizzazione della vita, scriveva: «più la diagnosi è persuasiva, più appare preziosa la terapia, più è facile convincere le persone che esse hanno bisogno dell’una e dell’altra, e meno è probabile che esse si rivoltino contro la società industriale». A maggior ragione, lo si può dire a proposito della gestione assicurativa della vita. Nell’epoca del monopolio assicurativo della salute, lo health care system non è che «un mezzo per convincere chi è stanco e disgustato della società, che in realtà è lui che è ammalato, impotente e bisognoso di riparazione tecnica».
Non meno dell’ipotesi dell’Io, è l’ipotesi della Società, oggi, a fare acqua da tutte le parti. Nessuna sorpresa, dunque, che il potere disciplinare – incaricato del primo – e il biopotere – responsabile della seconda – abbiano avvertito l’esigenza di combinarsi in una nuova configurazione. Biopolitica securitaria, capitalismo cannibale, genocida e suicida, neoliberalismo autoritario, crack capitalism, economia del debito, necrocapitalismo – chiamatela come vi pare. Il risultato è sempre lo stesso: quando i monumenti crollano, i nostri nemici tenteranno di tenerli in piedi con ogni sorta di stampelle. È a quel punto che la vita si fa difficile, diventa sopravvivenza: la scarsità artificiale ci affama, la burocrazia prosciuga le nostre energie, la mediasfera spettacolare ci fotte il cervello, la perpetua guerra civile diventa genocida, e gli sbirri, per smantellare le nostre forme di vita, ammazzano i nostri amici. «Piantatela di chiamarlo “burnout” – è il capitalismo che ti sfrutta finché non rimane più nulla. Piantatela di chiamarla “self-care” – è sopravvivenza in regime di oppressione», commenta una psicologa su Instagram.
La vita si fa difficile per noi, certo – ma non meno per loro. Non è semplice incollare con lo sputo i cascami di un impero. E può sempre capitare che una folata di vento mandi tutto all’aria. Non lo si potrebbe dire meglio che con le parole di un utente di X: «La fabbrica della società cade a pezzi. Un tizio spara a un CEO e la gente esulta. I politici non possono nemmeno indossare la loro maschera moralizzante, perché l’hanno persa mentre supportavano il genocidio del popolo palestinese». La conferma di questa lucida diagnosi la si può cercare sui marciapiedi di New York che, dopo il 4 dicembre, si sono ricoperti di manifesti da ricercato: sotto la scritta «Wanted», sopra la foto di decine di CEO.
È da qui che dobbiamo ripartire. Dalla nostra non-vita, dal nostro sopravvivere quotidiano. Chi è stato ridotto alla mera sopravvivenza, infatti, non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. «Non si tratta – scriveva un amico mezzo secolo fa – di revocare il senso dell’orrore evocato dalla “sopravvivenza” come non-vissuto, organizzazione delle apparenze, irrealtà quotidiana: si tratta al contrario di assumere questa conoscenza dell’orrore quale punto di partenza della vera guerra». Che la posta in gioco, nella lotta di chi sopravvive, sia precisamente la vera guerra, dopo l’esecuzione di Brian Thompson, è diventato moneta corrente. Persino la vedova dell’ex CEO, quando la polizia giudiziaria le chiese se il marito avesse qualche nemico in particolare, si trovò a rispondere: «Sì, chiunque».
E aveva perfettamente ragione. Il nemico dell’impero non è questo o quel giustiziere della notte, ma precisamente chiunque, la singolarità qualunque, il non-soggetto. Sotto un post Instagram, si legge: «Il Riparatore (The Adjuster) è più grande di Luigi Mangione/ Il Riparatore è più grande di ogni singolo essere/ Non lasciarti ingannare dai ricchi e dei potenti / Questo è solo l’inizio / Deny-Defend-Depose!». E non è la prima volta che, negli ultimi tempi, la miriade di nemici qualunque si materializza di colpo nel medesimo gesto. Ciascuno, ascoltando le ultime parole di George Floyd, si è sentito soffocare con lui. Ciascuno, vedendo Aaron Bushnell darsi fuoco protestando contro il genocidio dei palestinesi, è stato divorato dalle stesse fiamme. A farci mancare l’aria, è la prigione a cielo aperto che ci hanno insegnato a chiamare società.
A bruciare, in ogni protesta e in ogni guerriglia urbana, è l’involucro dentro cui hanno rinchiuso la nostra potenza: il «mio» Io.
MUCCHIO SELVAGGIO (DEPOSE!)
Che lo voglia o no, ciascun policyholder, ciascun soggetto assicurato, è già un bandito. Tre colpi di pistola e un po’ di hype, e quella che poteva ancora apparire un’ipotesi di scuola è diventata un fatto palmare. Oggi, non è con un foglio di via che veniamo banditi dalle nostre città; non è rinchiudendoci in una cella che ci bandiscono dalle nostre comunità; non è privandoci della tessera elettorale che veniamo banditi dalla politica. Sotto il bando del biopotere capitale e dello spettacolo, chiunque è già bandito da sempre. Lo sa chiunque abbia lasciato il proprio paese sotto le bombe di una guerra per procura, la pressione della miseria indotta o dell’illusione di qualche paradiso artificiale. Chiunque abbia visto i suoi amici vendersi in questura o in azienda, i parchi dove giocava da bambino asfaltati, gli spazi dove ha amato e combattuto sventrati o, peggio, integrati nelle amministrazioni metropolitane. Chiunque sappia cos’è la dissociazione: chiedersi se si è ancora vivi, e rispondersi che lo sono anche i fantasmi.
La nostra vita è già sopravvivenza. Il bando, oggi, non è un atto del potere, ma una condizione di esistenza. Ed è bene che sia così. Non tanto perché non c’è nulla da perdere – e importa poco se piove sul bagnato. Il bandito non è solo chi è stato privato di ogni cosa. È anche il fuorilegge, l’autonomo, l’out-law. Come diceva Walter Benjamin, «la capacità di fare molto con il poco è il segno distintivo di una nuova barbarie». La vera speranza, la conoscono solo i disperati. La vera politica, la conosce solo chi ha fissato il volto demoniaco e mortifero di un potere senza più veli. «Proprio in quanto è esposto in ogni istante a un’incondizionata minaccia di morte – scrive Giorgio Agamben –, l’homo sacer è in perenne rapporto col potere che l’ha bandito. Egli è pura zoé, ma la sua zoé è presa come tale nel bando sovrano e deve in ogni momento fare i conti con esso, trovare il modo di eluderlo o di ingannarlo. In questo senso, come sanno gli esuli e i banditi, nessuna vita è più “politica” della sua».
Il killer di Brian Thompson non è diventato un bandito quando ha ucciso. È vero, piuttosto, che il suo gesto ha serenamente rimesso le cose nella giusta prospettiva. Banditi, noi, lo siamo da sempre; la nostra vita, è da sempre sopravvivenza. Non resta che prenderne atto, e trarre le debite conseguenze. Non è la coscienza di classe a mancarci. Da capire, non ci resta che il fatto che «non c’è più nient’altro da capire, se non che così si muore». Con la semplicità del suo gesto, il bandito buca il gioco illusionistico degli arcana imperii. Dietro il management, vediamo chiaramente che il re è nudo – e che il suo corpo fa ribrezzo. È il puro meccanismo di un potere mortifero, demoniaco, triste. Macchina infernale che si fa vivere lasciandoci morire. Sabotandola, il gesto rivoluzionario non fa che portare alla massima intensità le condizioni della nostra sopravvivenza: là dove l’invivibilità della vita diventa il punto di partenza per una nuova arte della guerra.
Ecco l’evidenza, la chiarezza rivoluzionaria. A noi non resta che farla deflagrare. Oggi, ciascuno sa che la soglia estrema dell’invivibilità è anche il nascondiglio a cielo aperto di ogni bandito.
Oggi, ciascuno sa che la non-vita è anche la condizione di una rivolta terribile, irrecuperabile perché, finalmente, destituente («depose!»): l’insurrezione dei sopravvissuti.
LEGGI GLI ARTICOLI CORRELATI
MENU
INFO
TERMINI
SOCIAL
ANOMIA EDITIONS
© ARCHIVIO ANOMIA 2025
email: archivioanomia@archivio.com