GEOPOLITICA DEL SOTTOSUOLO
BOLLETTINO SU UN SACCHEGGIO TECNO-GIURIDICO
GODOFREDO PEREIRA


Il sottosuolo è la nuova frontiera dello sviluppo capitalista: non più antro oscuro, ignoto, infero, ma territorio di sfruttamento e conquista di gas, minerali, fonti e petroli. Secondo Godofredo Pereira, questa frontiera nasce dall’incrocio tra perforazioni estreme, satelliti che scrutano la crosta terrestre, algoritmi che mappano abissi e un diritto che legittima espropriazioni e saccheggi. Nelle viscere della terra, eserciti e multinazionali trasformano la profondità in dominio militarizzato, mentre comunità e movimenti si oppongono a estrattivismo, migrazioni forzate e devastazione ecologica. È dunque qui sotto, tra diamanti e dati biochimici, che si gioca la partita per il dominio del mondo. Ma ascoltare il sottosuolo, il suo coro di metalli e magmi, significa riconoscere nel crepitio delle profondità il battito stesso della resistenza. Torniamo ad essere underground.

Le modalità tecno-scientifiche di osservare, classificare e misurare la Terra stanno riconfigurando completamente il modo in cui oggi si affrontano le dispute territoriali. A seguito della sussunzione integrale della scienza da parte del capitale, abitiamo ormai una Terra ridotta a “componenti discreti”. Il caso estremo di questa condizione è ciò che qui ho proposto di chiamare la frontiera sotterranea: il sottosuolo non è più semplicemente uno spazio in cui si trovano le risorse, ma è esso stesso divenuto integralmente una risorsa. Come prima cosa, per indagare i processi che hanno trasformato il sottosuolo in risorsa e per comprendere il ruolo che la tecno-scienza ha giocato in simili mutamenti, è necessario indagare gli intrecci spaziali e politici che coinvolgono proprio la tecno-scienza. Occorre cioè chiedersi come viene mobilitata, utilizzata, finanziata, e come entra a far parte di rivendicazioni politiche, culturali o legali più ampie e generali.

 

Teoria della terra assiomatica

Come figura estrema, la frontiera sotterranea emerge in un contesto in cui la Terra e i suoi elementi costitutivi vengono sempre più astratti e ricondotti a insiemi discreti di dati. Secondo Laymert Garcia dos Santos, questa tendenza all’assiomatica è una conseguenza del paradigma dell’informazione. Un paradigma che, teorizzato e usato soprattutto nei dibattiti di cibernetica, propone di comprendere il mondo intero—umano o non umano, animale o macchina—sotto l’imperativo di un principio epistemico standardizzato. E, a ben vedere, dalla genomica alla finanza, il mondo intero viene oggi ridotto al medesimo problema: un problema di codifica, di gestione di quantità sempre maggiori di dati. È fondamentale notare come questo processo di codificazione del mondo si sia innestato (e abbia beneficiato) degli incessanti progressi nelle tecnologie di raccolta, analisi e interpretazione dei dati.

Per rendersene conto basta osservare lassù nel cielo, dove una vasta rete di satelliti pubblici e privati è oggi equipaggiata con strumenti di telerilevamento multispettrale per analizzare le condizioni della superficie terrestre, per la prospezione mineraria o per l’analisi d’uso del suolo. Oppure basta pensare a come l’aumento della potenza di calcolo permette oggi di modellare e simulare il clima globale con un dettaglio mai visto prima. Se guardiamo invece più in basso, nelle profondità della terra, oggi disponiamo di sistemi capaci di riconoscere le fuoriuscite di petrolio, di classificarle e di “inquadrarle” immediatamente in base alla loro composizione chimica. Soprassediamo poi sul fatto ormai scontato che le biotecnologie dipendono sempre più dalla bioinformatica nella possibile progettazione di sistemi viventi.

Questa moltiplicazione delle capacità tecnologiche è ciò che ha consentito una classificazione estensiva della Terra sin nei suoi più minimi dettagli; un processo in cui il campionamento dei minerali per l’estrazione energetica e quello dei microrganismi per fini medici rispondono alla stessa logica. Che si tratti di esseri umani, di animali, di microrganismi o di rocce, ogni aspetto della Terra viene oggi catalogato come “risorsa” nel momento stesso in cui viene tradotto in un dataset—è la conclusione a cui era già approdato Heidegger quando, in netto anticipo sui tempi, descriveva la nostra epoca come l’epoca dell’immagine del mondo, in cui la natura intera viene ridotta e configurata a Bestand, come fondo disponibile. Propongo di dare il nome di “Terra assiomatica” a questa condizione in cui l’estrazione diventa la norma.

Il punto cruciale è che la Terra, una volta catturata dai processi di quantificazione, viene piegata alle logiche della valorizzazione capitalistica e perciò astratta dal capitale come puro insieme di quantità, le cui relazioni differenziali generano plusvalore. In questo scenario, la scienza diventa un motore dell’accumulazione: ogni nuova analisi apre la strada a nuove forme di valorizzazione e circolazione.

Il culmine di questo processo è la trasformazione di persone e materiali in flussi codificati al servizio dei dispositivi finanziari. Seguendo questa traiettoria, possiamo affermare che anche la costituzione del sottosuolo come  frontiera, così come le specifiche forme di conflitto che vi emergono, non possono essere separate dai modi di vedere e conoscere la terra propri del sodalizio tra capitalismo e tecno-scienza. Al contrario, ne rappresentano l’espressione più estrema e violenta.

Uso volutamente il termine tecno-scienza, seguendo Boaventura de Sousa Santos, per affermare che scienza e tecnologia non possono essere separate, per evitare la pretesa di una presunta neutralità scientifica. Dopo Stengers e Haraway sappiamo che la scienza non è né omogenea, né necessariamente votata a cancellare altri saperi. Tuttavia, un serio progetto di decolonizzazione della scienza ci impone, come primo passo, di comprendere sempre come le scienze vengano impiegate per delegittimare altre forme di produzione del sapere.

Ed è proprio questa complicità tra scienza, tecnologia e capitale a manifestarsi con forza nella frontiera sotterranea. Del resto, l’emergere stesso del sottosuolo come nuova frontiera è la conseguenza di pesanti investimenti tecnologici e scientifici. Per fare un solo esempio esempio, l’espansione verso aree difficili raggiungibili o la capacità di estrarre risorse non convenzionali dipendono integralmente dal grado di sviluppo delle tecnologie di perforazione del suolo e dal grado di precisione degli interventi geotecnici. Non solo: il sottosuolo, così come oggi lo conosciamo, non esisterebbe affatto senza il diretto coinvolgimento della tecno-scienza e del modo in cui ha plasmato i nostri regimi percettivi.

Oggi le macchine sensoriali ci permettono di vedere il sottosuolo, potenti computer elaborano dati che giungono dalle profondità terrestri, macchine di simulazione sviluppano algoritmi capaci di modellare i comportamenti futuri del pianeta. Proprio ora, molto al di sopra delle nostre teste, iper-radiometri multispettrali montati su satelliti che orbitano a 20.000 km/h classificano la superficie terrestre, mentre geofoni e camion vibranti (thumper trucks) captano riflessioni e rifrazioni sismiche che, rielaborate da algoritmi complessi, generano sezioni 2D e 3D. Nel mentre, decine di trivelle aprono carotaggi per campionare la composizione terrestre. Il sottosuolo che conosciamo è già una fabbricazione o, se si preferisce – parafrasando Johnston che su questo punto segue Guattari—il sottosuolo è già una visione macchinica.

A questo punto, ci tengo a ribadirlo: la questione decisiva non è che oggi il sottosuolo venga rappresentato in modo più adeguato, né il fatto che ne sappiamo molto di più rispetto ad un tempo: la questione decisiva è che ciò che percepiamo—anche scientificamente—non può essere mai separato né dai meccanismi utilizzati, né dalle ambizioni che animano il loro utilizzo. Detto senza troppi giri di parole: l’attuale costituzione del sottosuolo—sia come questione filosofica, sia come frontiera dell’espansione capitalista—è immanente alle forme e alle pratiche di produzione del sapere che definiscono ciò che qui ho proposto di chiamare la Terra assiomatica.

Di conseguenza, risulta evidente come l’emergere di nuove tecnologie sia inseparabile dall’emergere di nuove contese e guerre politiche. Come nel XIX secolo la costruzione della dimensione verticale del territorio—frutto della co-evoluzione tra scienze geologiche e rivoluzione industriale—aveva posto il problema squisitamente giuridico di distinguere tra proprietà superficiale e proprietà sotterranea, così oggi—e nella stessa identica maniera—le specifiche percezioni tecno-scientifiche del sottosuolo saranno destinate automaticamente a sollevare tutta una serie di questioni politiche e giuridiche.

La più rilevante tra queste è la trasformazione del sottosuolo in dominio geopolitico e strategico. Ciò porta con sé anche l’immediata militarizzazione del sottosuolo nella forma di programmi speciali di sorveglianza—non è quindi un caso se proprio le forze militari figurino tra i principali finanziatori della ricerca scientifica del sottosuolo. È altresì evidente che alcuni di questi progetti di dominio, come il Transparent Earth dell’agenzia DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), mirano addirittura a modellare direttamente l’intero sottosuolo terrestre. Rispetto questo punto, secondo Ryan Bishop, «verrà presto schierata una moltitudine di strumenti proiettivi e sensori, inclusi algoritmi capaci di stimare e prevedere spostamenti tettonici e altri movimenti sotterranei».

Ma, al di là degli interessi militari per il dominio strategico di spazi e siti sotterranei, è la geopolitica delle risorse ad aver preso il sopravvento nelle nuove contese sotterranee, in particolare in su due punti: da un lato, i conflitti sull’uso e la proprietà delle risorse, dati gli intrecci ambigui tra regimi di proprietà fondati sulla giurisdizione superficiale e un dominio sotterraneo che le oltrepassa; dall’altro, le contese sugli effetti dell’estrazione, come la contaminazione di suoli o falde acquifere che attraversano i confini giurisdizionali, le emissioni derivanti dalla combustione di fossili che si espandono nell’atmosfera o particolati che si disperdono con il vento. Tutti questi sono problemi che un tempo venivano inquadrati in modo completamente diverso—o che semplicemente non esistevano. Così come non esisteva il sottosuolo come invece oggi lo iniziamo a rappresentare—in quanto prima non poteva essere visto, misurato, percepito, classificato, quantificato e nemmeno dibattuto.

 

Teoria dell’attrazione sotterranea

Se la frontiera sotterranea si espande fin dai primi giorni del colonialismo europeo, l’accelerazione recente nella corsa alle risorse energetiche e minerarie—alimentata dagli investimenti in nuove tecnologie proiettive e di misurazione—ha portato questo processo a un livello completamente nuovo. Tra il 2000 e il 2010 la capacità produttiva globale di petrolio ha registrato un aumento vertiginoso, passando da 80 a 90 milioni di barili al giorno. Un dato che si prevede in crescita per l’immediato futuro—e ciò è davvero sorprendente se si considerano le teorie a proposito del picco del petrolio di appena qualche anno fa; teorie che prevedevano una decrescita progressiva dell’estrazione in virtù dell’esaurimento delle riserve a livello globale.

Questa resurrezione degli impianti estrattivi è frutto di massicci investimenti tecnologici nei campi della perforazione orizzontale e in quello della fratturazione idraulica; tecnologie capaci di sfruttare risorse di gas e petrolio non convenzionali, come idrocarburi extra pesanti, sabbie bituminose, olio di scisto e petrolio pre-salino. Parallelamente, gli idrocarburi situati in aree difficili da raggiungere—come l’Artico, i giacimenti offshore profondi o in zone instabili dal punto di vista militare—sono anch’essi divenuti oggetto di esplorazione intensiva. E non sto ovviamente parlando delle crescenti pressioni per rimuovere gli ostacoli legali e politici all’estrazione in riserve naturali e delle aree protette. Come afferma Labban, la questione del petrolio non riguarda tanto il dove trovarlo, quanto, piuttosto, il grado di volontà per estrarlo.

Ed è questa volontà che ha trasformato paesi come Angola o Canada nei maggiori esportatori di petrolio degli ultimi anni—una ricchezza fino a ieri impensabile ma che oggi garantisce loro un nuovo potere geopolitico. A questa espansione dell’estrazione di idrocarburi si è affiancata una corsa alla prospezione mineraria: oro, rame, litio. Oggi anche nazioni come Mongolia (rame e carbone), Perù (rame e zinco), e Mozambico (carbone e gas) si uniscono alla lista dei più affermati esportatori di minerali, insieme a Cile, Stati Uniti e Cina.

l’estrazione di minerali e combustibili fossili è parte di una corsa globale, alimentata sia dall’industrializzazione su larga scala cinese che dall’espansione dei mercati dell’elettronica di consumo, nonché dallo sviluppo industriale dell’India e delle altre nazioni BRICS.

Questo solo per ribadire che la conoscenza delle dimensioni di queste risorse, della quantità stimata delle riserve—o persino del semplice fatto che esistano—è il risultato diretto degli investimenti economici e tecnologici impiegati per renderle visibili e calcolabili.

In questo contesto di espansione e colonizzazione si possono identificare una serie di attrattori sotterranei. Con attrattori sotterranei intendo delle aree specifiche di contesa geopolitica, aree che vivono condizioni di frontiera generate proprio dall’improvvisa accelerazione dell’estrazione. È ciò che è capitato in alcuni luoghi dell’Artico, in regioni interne dell’Amazzonia, lungo la cosiddetta cintura petrolifera dell’Orinoco in Venezuela, tra le sabbie bituminose dell’Athabasca in Canada o tra il mari Cinese orientale e quello meridionale.

Nelle teorie dei sistemi non lineari o dinamici, il termine attrattore indica una tendenza ricorrente nel comportamento di un sistema: col tempo, ogni sistema tende a ripetere determinati schemi, anche se mai nello stesso identico modo. È per questo che uso l’espressione attrattori sotterranei per descrivere il modo in cui sembra funzionare la frontiera sotterranea. Naturalmente è difficile sostenere che la storia di ciascuna di queste frontiere risponda a un unico sistema ben definito—e, in fondo, non è nemmeno così rilevante stabilirlo con precisione. Eppure, entro certi limiti, l’analogia degli attrattori aiuta a cogliere alcuni aspetti importanti della colonizzazione del sottosuolo: questa continua infatti a fondarsi sull’estrazione di risorse, e la nozione di attrattore permette di osservare come le frontiere seguano cicli temporali che, pur variando da un caso all’altro, tendono a ripetere uno stesso schema di fondo—trasformazioni del territorio accompagnate da conflitti violenti.

Parlare di attrattore aiuta a comprendere come la frontiera segua dei cicli temporali precisi: nonostante le differenze storiche, si ripete spesso lo stesso binomio di trasformazioni territoriali e conflitti violenti. In Cile, ad esempio, la frontiera si è definita prima con l’estrazione di oro e argento nel primo Settecento, poi con quella del nitrato—soprattutto a fine Ottocento—e infine con il rame, a partire dall’inizio del Novecento. Ogni ciclo ha portato con sé cambiamenti legali, nuove infrastrutture e, ovviamente, nuove forme di dominio e di guerra. L’argento è stato il motore della guerra contro le popolazioni indigene; il nitrato ha scatenato perfino una guerra civile; il rame, invece, è stato uno dei motivi alla base del colpo di Stato e del genocidio che ne è seguito.

Ancora più importante, però, è che l’idea stessa di attrattore esprime bene il modo in cui l’immaginario politico e sociale—ieri come oggi—è rimasto catturato dalla volontà di sfruttare le ricchezze nascoste della terra. Sin dal mito di El Dorado da parte dei conquistadores spagnoli e portoghesi nel Cinquecento, i tesori del sottosuolo sono stati al centro tanto dei progetti di espansione coloniale quanto delle rivendicazioni nazionaliste o indipendentiste.

 

Giurisprudenza, logistica e saccheggio

L’estrazione di risorse minerarie richiede l’esistenza di un complesso apparato giuridico. Lo sviluppo di questo apparato giuridico e delle sue leggi è teoricamente pensato per regolare i rapporti tra le diverse parti coinvolte ma, nella pratica effettiva, viene spesso impiegato per legittimare il saccheggio, l’appropriazione di terre e il trasferimento coatto delle popolazioni locali. A partire dall’esempio delle miniere di Potosí, in Bolivia—dove si stima che circa otto milioni di schiavi indigeni abbiano perso la vita—Mattei e Nader mostrano come il diritto sia stato uno dei più potenti strumenti nell’articolazione del progetto imperiale e coloniale occidentale. Basti pensare alla dottrina della terra nullius, che negava l’esistenza e i diritti di interi popoli autoctoni. Secondo i due autori, questo uso del diritto si è oggi esteso fino a diventare un vero e proprio meccanismo di saccheggio globale, incorporato nei regimi di diritto transnazionale a sostegno del progetto neoliberale: «Vediamo questo meccanismo all’opera ancoraggi nella moltiplicazione delle zone economiche speciali: enclavi con regimi fiscali eccezionali e normative sul lavoro fuori dagli standard, che aggirano del tutto la responsabilità democratica degli Stati. Queste aree sono diventate uno degli strumenti territoriali più diffusi per l’espansione del capitale. L’estrazione di petrolio e l’attività mineraria si svolgono spesso in questi regimi di enclave promossi dallo Stato, ed è anche per questo che molti sostengono che tali pratiche minino la legittimità stessa degli Stati».

Lungo questa traiettoria, David Harvey ha mostrato come il diritto abbia avuto un ruolo centrale nell’aumento dell’«accumulazione per espropriazione», già incentivata dalle politiche neoliberiste di aggiustamento strutturale e dalla crescente alleanza tra Stato e capitale privato. Si tratta di un processo che non si limita alla sola appropriazione di combustibili fossili o risorse minerarie, ma che rientra in una strategia più ampia di distruzione dei beni comuni: si favorisce la conversione dei diritti collettivi o comunitari in proprietà privata e si espellono le popolazioni contadine dai propri territori. Anna Tsing si spinge addirittura oltre, affermando che la separazione cinica tra ciò che è legale e ciò che è illegale non è un effetto collaterale, ma un aspetto centrale nella costituzione delle frontiere estrattive: «Le frontiere non sono solo margini; sono un tipo particolare di margine, dove la natura espansiva dell’estrazione può dispiegarsi pienamente. Modellate sulla storia delle conquiste europee, le frontiere creano “selvatichezza” così che alcuni—e non altri—possano trarne beneficio». Secondo questa prospettiva, non è la violenza dell’estrazione ad essere giustificata dal diritto: è piuttosto il contrario, cioè, è il diritto stesso che risulta essere inseparabile dalle politiche e dalle violenze legate all’estrazione delle risorse. Storicamente è cioè la violenza a dare forma al diritto.

Accanto ai dispositivi giuridici, l’attrazione del sottosuolo si fonda anche sull’implementazione di un’estesa rete logistica planetaria. Una logistica capace di gestire i flussi transnazionali di materie prime, merci e forza lavoro. Il fascino discreto esercitato dal petrolio e dai minerali dipende, dopotutto, dalla necessità globale di queste nature mercificate.

Merci indispensabili tanto per il funzionamento dei sistemi di trasporto, quanto per i sistemi di produzione industriale e agricola. Sulla scia di Lefebvre, il geografo Neil Brenner descrive questa ri-territorializzazione dell’espansione capitalista come un processo di urbanizzazione planetaria. È lo sviluppo di una politica spaziale incentrata sulla circolazione, che ignora deliberatamente le differenze tra spazi urbani e non urbani, sostituendole con una rete logistica globale. In questo modo, la terra «viene sempre più strumentalizzata e messa operativamente al servizio della vorace crescita industriale del capitalismo». Se consideriamo anche la dimensione legale, possiamo capire come questa espansione non sia una mera questione di infrastrutture, ma il risultato di complessi intrecci tra componenti eterogenee: scientifiche, tecnologiche, sociali, giuridiche. In luoghi come il Delta del Niger in Nigeria o come la Fascia Petrolifera dell’Orinoco in Venezuela, gli insiemi estrattivi comprendono non solo oleodotti, raffinerie e bacini di raccolta, ma anche recinzioni di sicurezza, mappe dei blocchi petroliferi o laboratori di ricerca petrolchimica. Siamo davanti ad un fenomeno più vasto e complesso, che potremmo definire come “macchina territoriale”: dispositivi o assemblaggi fatti di elementi giuridici, spaziali, logistici e soggettivi, che lasciano un’impronta visibile sulla superficie della terra, disegnando nuove geometrie territoriali che si estendono in profondità, verso le aree più remote del continenti africano e di quello sudamericano.

Quando parliamo di macchine territoriali, intendiamo dire che parliamo di strade di accesso, canali d’acqua, città minerarie, bacini di decantazione e, in modo ancora più drammatico, dell’apertura di enormi canyon creati dalle miniere a cielo aperto—come Chuquicamata nell’Atacama. Parliamo della deviazione e del dragaggio dei fiumi, o della deforestazione massiccia di aree tropicali e della savana. Sono trasformazioni talmente vaste da poter essere percepite nella loro grandezza solo attraverso fotografie aeree o immagini satellitari.

In quest’ottica, il termine di attrattore che avevo proposto in precedenza sembra condividere una certa affinità anche con il modello proposto da Manuel De Landa in Mille anni di storia nonlineare.

In questo testo l’autore suggerisce che dovremmo interpretare simili cambiamenti della superficie terrestre come il risultato di forze sotterranee che, nel tempo, si “mineralizzano” in superficie. Ma ciò che DeLanda non dice è quanto violento possa essere questo processo di mineralizzazione—sia per gli ecosistemi che per le popolazioni che abitano la frontiera sotterranea.

Politica

Ciò che vorrei sottolineare in conclusione è che, oltre tutto ciò che ho provato a riassumere in questa genealogia del sottosuolo, esiste una molteplicità di attori subalterni che proprio nelle contraddizioni e nelle tensioni della frontiera sotterranea trovano uno spazio in cui far valere rivendicazioni politiche alternative. Popoli indigeni, movimenti sociali e studenteschi, comunità locali hanno iniziato a trasformare i conflitti legati a queste zone in occasioni per proporre cambiamenti politici radicali. Più interessante ancora è osservare che queste battaglie politiche non sono state condotte negando la tecno-scienza, ma incorporandola nelle proprie lotte, come strumento e alleato. Un esempio importante è stato offerto dai popoli indigeni del Guatemala, che per primi si organizzarono in una piattaforma politica per partecipare alle elezioni. Al centro del loro programma c’era la necessità di ottenere il diretto controllo dell’ambiente e delle risorse naturali, oggi in mano a imprese private protette dallo Stato. Un altro caso rilevante è stato il movimento studentesco cileno del 2011, che ha posto al centro la richiesta di ri-nazionalizzazione del rame, riprendendo un progetto centrale che già fu del governo di Allende. E, in effetti, persino alcuni Stati vedono nella frontiera sotterranea una possibilità di reinvenzione: un processo descritto ampiamente da studiosi come Boaventura de Sousa Santos, specialmente alla luce delle riforme costituzionali in Bolivia ed Ecuador.

Quello che mi preme sottolineare è che tutti questi progetti rivoluzionari sono accomunati dalla volontà di stabilire una nuova relazione tra risorse e politica. È un bene, perché si tratta della relazione fondamentale della politica contemporanea. Mi si consenta di osservare poi che ciò è possibile proprio perché oggi gli strumenti tecno-scientifici di analisi e indagine permettono di vedere come mai prima d’ora il complesso intreccio tra esseri umani e natura. Se la tecno-scienza può offrire una nuova prospettiva sulla storia e sulla realtà dell’estrazione di risorse, allora, forse, può offrire più di una buona idea su come organizzare frontiere di convivenza tra umani e natura. Del resto, la tecno-scienza ci consente già di aprire nuove prospettive e questo, in almeno tre modi: 1) collegando problemi prima trattati separatamente—come le questioni ambientali e quelle del lavoro; 2) portando alla luce violenze prima invisibili; 3) permettendo di formulare le rivendicazioni politiche in forme nuove. È il caso, ad esempio, del progetto Yasuni ITT in Ecuador, che ha saputo usare la potenza della tecno-scienza per organizzare un progetto di difesa del territorio e di sviluppo ambientale alternativo. Naturalmente, non tutta la politica può essere tradotta nei termini della tecno-scienza. Eppure, più la corsa all’El Dorado sotterraneo alimenta lo sviluppo di queste tecnologie, più esse diventano strumenti disponibili anche per altri fini—contribuendo a immaginare nuove possibilità politiche.

L’estrazione di risorse richiede l’esistenza di un apparato giuridico. Nella pratica effettiva, lo sviluppo di queste leggi viene impiegato per legittimare il saccheggio.

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