COMUNISMO GOTICO

FANTASMI, MOSTRI E L’OLTRETOMBA DEL REALISMO CAPITALISTA

JON GREENAWAY

Mai come oggi il comunismo viene associato all’orrore. Che a dirlo siano, con crescente allarme, i giornali o la propaganda politica conta poco: nell’immaginario collettivo il comunismo appare come il regno del terrore. È un’idea antica, costruita riutilizzando immagini e miti molto più vecchi, dalle litografie delle guerre di religione medievali alle caricature antisemite del Settecento. Già uno dei primi manifesti anticomunisti ritrae due proletari della Comune come figure scheletriche e ubriache, quasi morti viventi sostenuti soltanto dall’alcol e dalla passione per molotov e ghigliottine. Da lì si apre un vero tunnel dell’orrore: comunisti descritti come cannibali e mangiatori di bambini, nichilisti che vampirizzano le ricchezze borghesi, fantasmi che si aggirano per l’Europa e terroristi che vestono i panni notturni di squartatori noir; oppure come mostri rossi — ragni, idre, piovre — che avvolgono e soffocano i continenti, o come eserciti di scheletri all’assalto delle democrazie. Partendo da questo immaginario, Jon Greenaway indaga il rapporto tra horror e comunismo e scopre che, oltre la propaganda, tra i due esiste un legame più profondo. Sulle tracce di Ernst Bloch e Walter Benjamin, attraversando il realismo capitalista di Mark Fisher e la fantascienza di Fredric Jameson, Greenaway riscopre un comunismo oscuro e visionario: un comunismo gotico che emerge dall’oltretomba del capitalismo.

UNA TRASFUSIONE UTOPICA

È possibile pensare l’horror e l’immaginario gotico come dotati di una particolare carica utopica? Per alcuni, la questione è un puro ossimoro: per sua intima natura l’horror tende alla chiusura, alla cupa rivelazione che ogni speranza deve essere abbandonata: per dirla con American Psycho, non c’è alcuna “via d’uscita”. Eppure nell’horror insorgono spesso tracce indelebili di un passato distorto e di un soprannaturale paranormale. In questo senso, se il gotico e l’horror sono, come sostiene Victor Sage, una fantasia sulla Storia, allora non potrà che esistere nel gotico e nell’horror—sia pure implicitamente—una strana forma di allucinazione della Storia, un sinistro sogno dell’avvenire, una bizzarra forma di utopia.

Questo ci obbliga a riflettere sul modo in cui il gotico e l’horror sviluppano una visione della Storia che, evidentemente, si oppone all’irrigidimento normativo del passato caratteristico dell’ideologia capitalista. L’aspetto per noi determinante è proprio riconoscere questo tratto utopico, troppo spesso trascurato; vale a dire, vedere come nell’horror si tenti una riconfigurazione del passato, in cui elementi mostruosi e soprannaturali emergono come speranze di un qualche avvenire. Del resto, il mostro dell’horror è un genere nuovo di soggettività; una soggettività che dalle oscurità ha sempre cercato—con molta fatica—di emergere, di venire alla luce. Forse, se l’umanità si vedesse per la prima volta per quello che è davvero, apparirebbe inevitabilmente mostruosa: portatrice di oscure minacce e, forse, di rivelazioni su una nuova forma-di-vita.

Quello che qui vorrei fare è operare una sorta di “trasfusione filosofico-politica”: rimettere sangue nella carne dell’utopia. E questo perché l’utopia non è affatto un’idea, un sentimento vago o un semplice sogno rivolto al futuro, ma una politica incarnata, una modalità esistenziale di orientarsi nel mondo. In questo senso intendo proseguire sulla scia della filosofia della speranza di Bloch, rintracciando nelle cripte della Storia i fantasmi di un avvenire che ancora cerca di emergere. Detto in modo semplice: l’utopia è un divenire-mostruoso, un mostro che cresce dentro e contro il sistema capitalistico, un sistema che, al tempo stesso, produce e teme le mostruosità che genera.

Per perseguire questo intento, desidero dedicare qualche istante per richiamare gli aspetti generali che dovrebbe avere una filosofia utopica della Storia. A tal scopo, non possediamo risorsa più preziosa e completa dell’opera di Ernst Bloch. Per Bloch, l’idea di una Storia teleologica, facilmente distinguibile in un passato ormai superato, in un presente che attraversiamo e in un futuro che progredisce in modo lineare e agevole è semplicemente insostenibile. Si tratta, secondo Bloch, di una visione della Storia come processo auto-concluso, che ignora completamente l’idea che possa esistere una Storia come processo dinamico e molteplice.

In questo senso la nozione blochiana di non-contemporaneità della Storia è fondamentale. In Eredità del nostro tempo Bloch analizza l’ascesa del fascismo nella Germania di Weimar. Tradizionalmente la sinistra dell’epoca considerava il fascismo un’ideologia falsificatrice—come se si trattasse di un pericoloso trucchetto politico, in cui le masse, ingannate, cadevano per ignoranza e scarsa furbizia. L’analisi di Bloch è invece molto più interessante: il saggio infatti articola una sociologia approfondita dei modi in cui il fascismo parlò ai vari strati della società tedesca. Secondo Bloch i fascisti agirono a lungo sull’immaginazione delle diverse classi e il loro successo fu possibile proprio grazie a ciò che Bloch chiama Ungleichzeitigkeit, la non-contemporaneità.

L’esperienza dell’attualità non è la stessa per tutti. Alcuni vivono il presente solo esteriormente, per il semplice fatto che li si può vedere oggi. Ma ciò non vuol dire che vivano nello stesso tempo degli altri […]. Epoche più antiche di quella attuale continuano a vivere nei ceti più antichi. Si sogna facilmente, si sogna di tornare, ai vecchi tempi.Certo, un uomo semplicemente maldestro che, per questo motivo, è rimasto indietro rispetto alle esigenze del suo ruolo o del suo impieguccio, è semplicemente rimasto indietro come individuo. Ma cosa dire quando, a causa per esempio di un’antica origine contadina ancora operante, in quanto tipo d’uomo del passato, non si adatta a un’impresa molto moderna? Diversi anni in generale scorrono nell’anno preso come riferimento, l’anno che domina. Questi anni non si dispiegano più in segreto, come è accaduto finora, bensì entrano in contraddizione con il presente in forma molto curiosa, trasversale, da dietro. Questo corso anacronistico ha mostrato la sua forza, ha finito per promettere una nuova vita per quanto recuperasse solo l’antico. Anche le masse sono affluite verso diessa, purché l’insopportabile presente sembra almeno diverso con Hitler, perché Hitler propone a ognuno l’immagine delle vecchie cose buone. Quasi a nient’altro è stata attribuita una attenzione così scarsa, niente è più pericoloso di questa capacità di essere ad un tempo ardente e miserabile, contestatario e non contemporaneo.

L’idea che la Storia sia un movimento che dal passato porta al futuro attraverso il motore del progresso è, a ben vedere, minato dall’incompletezza costitutiva della stessa rivoluzione capitalista. Su questo punto già molti marxisti avevano riflettuto a lungo scrivendo dello sviluppo contraddittorio e diseguale del modo di produzione capitalista nelle varie regioni europee. L’idea proposta da Bloch di una non-contemporaneità amplia questa prospettiva fino a includere il grado in cui la natura diseguale dello sviluppo capitalista porta inevitabilmente con sé pesanti ricadute culturali, sociali e politiche.

L’idea che sviluppo diseguale del capitalismo portasse a sviluppare forme d’esistenza non-contemporanee fu un’aspetto che i movimenti socialisti e comunisti dell’epoca di Bloch si ostinarono ad ignorare, legati, come erano, ad una visione ancora ferocemente positivista della Storia (visione che sorprendentemente anche Lenin liquidò come forma di “materialismo stupido”). Come ricordato poc’anzi, Victor Sage ha definito il gotico come una sorta di fantasia sulla Storia, ma ciò non equivale a dire che la contraddizione da cui questa fantasia emerge sia irreale. Ancora una volta, Bloch offre un spunto utile ed esemplare:

Per le coppie di oggi, il falegname del villaggio fabbrica ancora cassapanche di forma gotica con un millesimo di moderno non per fare un falso, ma come hanno fatto suo padre, suo bisnonno e i suoi avi. Nonostante la radio e i giornali al villaggio, ci sono ancora delle coppie per le quali l’Egitto resta il paese in cui la principessa ha salvato dalle acque Mosè bambino, e non il paese delle piramidi o del canale di Suez; si continua a vederlo attraverso la Bibbia e il figlio d’Israele, e non attraverso il faraone. Di nuovo Konnersreuth: Therese Neumann, la vergine estatica che suda sangue, nello stesso luogo, nel 1928, contro il parere del vescovo, molto più contemporaneo, rivela un altro elemento gotico in Germania. Il Fichtelgebirge, lo Schwarzwald e lo Spessart contengono incapsulati degli elementi affini; anche se queste montagne non sono più così tenebrose e abitate dagli spiriti come ai tempi di Hauff, conduttori di zattere, soffiatori di vetro, spiriti, briganti potrebbero ancora oggi fare da apparato al gotico contadino.

Pensare che l’immaginario gotico sia una semplice metafora, un espediente estetico o un gioco di fantasia significa ignorare i molti modi in cui il presente è in realtà infestato da qualcosa che è superficialmente scomparso ma che ancora indugia e si muove nel sociale. Il tempo è eterogeneo: in ogni situazione esistono una pluralità di tempi percepiti e vissuti. Ruolo di ogni buon marxista gotico dovrebbe dunque essere quello di portare l’attenzione alle increspature e ai sommovimenti della cultura e della Storia, andando alla ricerca di ciò che fa sinistramente ritorno in forme fantasmiche.

Si badi, la non-contemporaneità non è solo un dato sociologico e di classe. Per Bloch la non-contemporaneità è legata a doppio filo con la soggettività. Siamo intimamente non-contemporanei, estranei a noi stessi: siamo tanto inconsapevoli di ciò che potremo diventare in futuro, quanto—e allo stesso tempo—estranei alla persona che eravamo in passato. Bloch coniò l’espressione “l’oscurità del momento vissuto” per illustrare quanto ci sia preclusa la possibilità di riconciliarci con un senso di sé completo, progressivo e lineare.

ANGELI E FANTASMI DELLA STORIA

Dalle nazioni alle culture, fino alla classe e agli individui, l’indagine storica condotta dal marxista gotico non potrà che giurare eterna fedeltà al fantasma della Storia—allo spettro che ancora infesta l’intero mondo di produzione capitalistico. E questo perché gli elementi del passato possiedono sempre una sorta di possibilità latente e spettrale, per cui il loro significato e la loro potenzialità non si sono ancora pienamente dispiegati. Questo—mi sembra importante sottolinearlo—non contraddice affatto il materialismo che fonda qualsiasi politica comunista degna di questo nome.

Possiamo anzi allargare gli orizzonti di ogni prospettiva materialista. Si pensi, per esempio, a quando Mark Fisher chiedeva provocatoriamente alle generazioni più giovani perché non fossero furiose per tutto ciò che era stato loro sottratto—e, in fondo, il suo concetto di “hauntologia” riguarda proprio questo sentimento di perdita, l’assenza nel futuro di ciò che la cultura del modernismo popolare sembrava promettere loro. Proprio perché quel progetto utopico appare ormai dissolto, le sue rovine e i suoi fantasmi continuano a infestare l’immaginario contemporaneo. Anzi, l’intera opera di Fisher può essere letta come un confronto diretto con questa infestazione, un tentativo di riattivare le possibilità politiche latenti—dall’elevazione della coscienza alla creazione di nuove forme di vita sociale—che il realismo capitalista non è mai davvero riuscito a sopire.

In modo analogo, lo scrittore Richard Gilman-Opalsky sostiene che i fantasmi siano l’immagine in negativo e vivente—uno spettro appunto—della violenza e dello sfruttamento che si sono realizzati nella Storia. I fantasmi sono presenze reali, nate dalla dominazione e dalla brutalità che il capitalismo attua e ha attuato nei secoli.

Su un terreno più esplicitamente politico, la prospettiva sulla Storia aperta e mai davvero conclusa da Bloch è molto prossima a quella del suo amico e collega Walter Benjamin. Anche Benjamin, come Bloch, accoglieva una forma di critica romantica al capitalismo—una critica che metteva in evidenza l’alienazione, lo sfruttamento e la degradazione della soggettività. E tuttavia, questa attenzione per il non-contemporaneo e per le potenzialità nascoste e irrealizzate nel passato non implicano per Benjamin un ritorno a un’origine che, nella sua innocenza, risulta mitica. L’attenzione di Benjamin si proietta piuttosto verso un futuro utopico.

I più forse lo dimenticano, ma anche Marx sosteneva che il passato non fosse solo un’entità astratta, una dimensione per sempre alle nostre spalle; immaginare il passato in questi termini significherebbe non solo lasciare troppo spazio all’inevitabilità logica del capitalismo, ma anche sottrarre alla lotta rivoluzionaria una delle sue armi più taglienti. Basti pensare al celebre passaggio del Diciotto Brumaio:

La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia. Così Lutero si travestì da apostolo Paolo; la rivoluzione del 1789-1814 indossò successivamente i panni della Repubblica romana e dell’Impero romano; e la rivoluzione del 1848 non seppe fare di meglio che la parodia, ora del 1789, ora della tradizione rivoluzionaria del 1793-1795.

Per Marx, come per Bloch, simboli e immagini del passato non sono qualcosa da superare o da abbandonare al loro destino, ma qualcosa di utile da saper riutilizzare in forma utopica, strumenti fondamentali nella costruzione di un nuovo tipo di futuro. Nell’horror la Storia è una temporalità scossa da forze pericolose, da rigurgiti violenti di passati barbarici e selvaggi nel cuore apparentemente statico e inviolabile del presente. Anche nell’immaginario fantasmico del gotico il presente non guadagna mai una stabilità temporale in quanto la Storia appare come una dimensione spiritica incapace di concludersi davvero, incapace di esaurirsi e scomparire definitivamente. Il fantasma continua a infestarci. Il mostro continua a inquietarci. L’assassino di cui non si avevano notizie da oltre trent’anni, questa notte è di nuovo qui, nascosto dietro la porta e pronto ad assalirci non appena rincasiamo.

 E se il realismo capitalista cerca imperterrito di imporre un’omogeneità ideologicamente conveniente, allora nostro compito è osservare che si tratta di una stabilità decisamente transitoria: un certo passato tornerà sempre ad inquietarci. Il capitalismo è infestato di questi passati disturbanti e la sua corsa disperata verso l’uniformità è solo un maldestro esorcismo destinato, nel migliore dei casi, a naufragare in un nulla di fatto. Ed è a questo che allude China Miéville in una vecchia intervista:

Il fantasma continua a infestarci. Il mostro continua a inquietarci. 

«L’adozione precoce del pensiero scientifico da parte del capitalismo fu un decisivo passo avanti rispetto a ciò che lo aveva preceduto. Su questa base il capitalismo edificò la propria pretesa di incarnare il culmine della razionalità sistemica, etichettando come irrazionalismo qualsiasi forza gli si opponesse. Eppure sappiamo bene che il capitalismo genera in modo del tutto inevitabile le stesse forze che dovranno contrastarlo. Il capitalismo reprime ogni impulso immaginifico, utopico e fantastico; impulsi che prima o poi tornano in forme diverse e distorte e, cioè, in forme mostruose o spettrali. Per noi ciò equivale a dire che il capitalismo produce e, contemporaneamente, reprime la classe lavoratrice e il suo progetto politico. Il capitalismo finge che il conflitto di classe gli sia estraneo mentre in realtà gli è inevitabile. Monleon lo dice con chiarezza: “lo spettro della rivoluzione sembra essere alla base del riscatto dell’irrazionalità in un senso generale e del fantastico in un senso più specifico”. Possiamo anche dire che l’irrazionalità del fantastico è una specie di riflesso deviato della razionalità capitalista. È la “razionalità” del capitalismo a produrre inevitabilmente i suoi mostri».

Per dirla in altri termini, la cultura: 1) ha sempre funzionato come medium attraverso cui rammemorare la Storia; 2) è sempre esistita, in una certa misura, in uno stato di semi-autonomia rispetto ai modi di produzione. Quando la produzione culturale venne integrata con maggior forza nel sistema capitalistico, questa autonomia finì per svanire. La dissoluzione dell’autonomia della cultura non ha però implicato la scomparsa della cultura tout court. Sarebbe infatti più corretto affermare che la cultura non si è dissolta nel capitalismo, ma che la sussunzione della cultura nel capitalismo è all’origine della sua deflagrazione: un’esplosione che ha lasciato sparpagliati ovunque frammenti, resti e detriti di immagini e memorie passate.

Come ebbe a dire una volta Jameson: «si può dire che il nomos, il potere statale e forse le nostre stesse strutture psichiche siano diventate ‘culturali’ in un senso originario e non più teorico […]. Si può anzi dire che i nostri corpi postmoderni siano effettivamente (e non solo teoreticamente) incapaci di disincarnazione».

È per questo che gran parte del lavoro di Jameson è stato un esercizio di mappatura cognitiva: attraversare la cultura era per Jameson un tentativo per scovare nuovi sensi e nuove coordinate di comprensione che permettessero di afferrare le contraddizioni storiche e sociali andando oltre la Storia del capitale.

Ma dove trovare queste coordinate? Dove rintracciare un senso alternativo di storicità, per quanto frammentato e contraddittorio? In termini culturali, è un tentativo che può essere condotto solo tra le macerie. Per questo Benjamin s’interrogò a lungo sui rivenditori di stracci, mentre Miéville teorizzò, senza troppi giri di parole, una vera e propria salvage theory come modalità di produzione intellettuale—in entrambi i casi si tratta di metodi potenti e utili per immaginare questa nuova forma di pensiero.

Certo, se il capitalismo è diventato più culturale, anche la cultura è diventata più capitalistica. I film vengono progettati fin da principio per avviare ricchi franchise, generando artificialmente i propri fandom prima ancora di essere distribuiti; e tuttavia, questa evidenza non esaurisce il potenziale della cultura popolare, né annulla l’importanza di cercare quelle che Benjamin avrebbe chiamato le illuminazioni profane del nostro presente.

MELODIA NERA

Per la maggior parte della sua storia l’horror è stato disprezzato e criticato dalla produzione mainstream; è un fatto che dovrebbe attirare la nostra attenzione. Ed è in simili casi che risiede tutta l’importanza di un marxismo gotico come nuova forma di ermeneutica e filosofia della Storia.

Lo stesso Bloch era profondamente affascinato dalla cultura popolare e teneva in gran considerazione tanto i racconti popolari e le fiabe dei contadini, quanto le storie d’avventura di scrittori come Karl May, fino ai racconti polizieschi di Arthur Conan Doyle e Edgar Allan Poe. Per Bloch la cultura popolare è sempre stata un deposito di pensiero e possibilità utopiche. Allo stesso modo, l’horror preserva la possibilità di risvegliare passati che non si sono realizzati—passati avvertiti come pericolosi, passati frammentati e fatti a brandelli nella costruzione della Storia, ma passati carichi di promesse mai del tutto realizzate, mai del tutto sopite e domate.

I racconti di Thomas Ligotti sono un eccellente esempio di come il passato conservato nell’horror (che nella modernità capitalista è quasi sempre inesorabilmente associato all’irrazionale) sia al tempo stesso terrificante e rivoluzionario. Basti pensare al degrado degli edifici ne Il mio lavoro non è ancora finito o alla cittadina di Mirocaw ne L’ultimo banchetto di Arlecchino, dove i protagonisti si trovano faccia a faccia con l’alterità spaventosa di un passato irrazionale creduto superato da tempo immemore e che invece spinge i protagonisti alla follia.

Certo, una fantasia politica gotica o horror è, nel migliore dei casi, sempre ambigua, mentre, nel peggiore, già apertamente reazionaria—eppure, tutto ciò non nega affatto che se ne possa fare anche un uso marxista o ermeneutico. Anzi, proprio Jameson, in uno dei primi confronti in lingua inglese con l’opera di Bloch, sottolinea che la ricchezza della sua ermeneutica marxista risiede:

nella varietà degli oggetti analizzati; il tutto mentre il suo contenuto concettuale rimane relativamente semplice, relativamente immutato. Così, a poco a poco, ovunque ci voltiamo tutto ciò che esiste nel mondo diventa immagine di qualcosa di primordiale. È la manifestazione di quel movimento originario verso il futuro e verso un’idea ultima di un mondo ormai totalmente trasfigurato che è l’Utopia. E la presenza vitale dell’utopia—dietro qualunque distorsione, sotto qualunque strato di repressione—può sempre essere rilevata, per quanto debolmente, dagli strumenti della speranza.

Un buon esempio, nel contesto del cinema horror contemporaneo, è il film di Liam Gavin del 2016 A Dark Song. Protagonista è una donna distrutta dal lutto, Sophia, che coinvolge un medium schivo e taciturno, Joseph Solomon. Sophia vuole praticare il rituale di Abramelin per evocare il suo angelo custode al fine di riportare in vita il figlio morto. Come personaggio, Sophia è al tempo stesso colei che perseguita e colei che viene perseguitata. Vivendo costantemente nella memoria della morte del proprio bambino ella è, di fatto, intrappolata nel proprio passato. Man a mano che il rituale avanza, diventando più vincolante, il rapporto tra Joseph e Sophia degenera in coercizione mentale e sessuale, rivelando ciò che la protagonista davvero desidera: non la resurrezione del figlio, ma la vendetta verso il suo rapitore e assassino. Il tentativo di vendetta magica non va però a buon fine a causa dell’improvvisa morte di Joseph. Il rituale si corrompe e una pletora di demoni cominciano ad infestare la casa torturando Sophia. Solo alla fine, quando ormai la protagonista, sanguinante e sofferente, sembra perduta per sempre nelle tenebre e nell’orrore, l’angelo custode appare. Irruzione genuina e salvifica di magia cinematografica, la presenza dell’angelo è sconvolgente, quasi eccessiva per l’occhio dello spettatore. Solo a questo punto Sophia chiede perdono e le è consentito di lasciare la casa verso un nuovo futuro. Sembrerebbe che l’angelo intervenga solo appena dopo l’apocalisse, liberando Sophia dal desiderio—forse più che comprensibile—di reiterare una violenza mitica e vendicativa. Insomma, dove cresce il pericolo sembrerebbe crescere anche ciò che salva e, cioè, sembrerebbe crescere lo spirito dell’utopia: un gesto quasi messianico.

Il film ci mostra in modo chiaro il modo in cui l’horror può svolgere una funzione utopica; ad un livello più evidente, squarciando la Storia e aprendola a nuovi scenari possibili, ad un livello più impercettibile, rimodellando in profondità la soggettività umana. In un’epoca in cui gran parte della cultura popolare si limita a rimettere in scena i problemi del momento o si limita ad un facile ottimismo, l’horror procede in direzione ostinata e contraria, rinunciando alle speranze a buon mercato e professando la possibilità di un cambiamento radicale.

Jameson osserva che, per Bloch, vi sono due grandi nemici che combattono il senso di speranza: la memoria e la paura. La seconda incentiva una ritirata davanti la possibilità del nuovo, la prima facilita un ritorno al noto, a ciò che è già stato—in A Dark Song questa tensione tra memoria e paura trova un esito risolutivo differente e creativo. Nel film Sophia è tenuta prigioniera tanto dai suoi ricordi—che la inchiodano alla memoria della perdita—quanto dalla paura di passare oltre—che le impongono la necessità del rituale. A causa di un incidente, Solomon, l’occultista, rimane ferito a morte. Mentre giace in fin di vita confessa a Sophia che la sua morte significa che il rituale sta funzionando e che otterrà la vendetta che brama. E tuttavia, quando Sophia si troverà effettivamente a scegliere tra l’inferno della memoria e della paura da una parte, e l’attimo messianico della speranza dall’altra, non avrà dubbi e sceglierà la possibilità di una vita nuova.

Allo stesso modo, una filosofia della storia marxista e gotica recupera i detriti e i relitti del realismo capitalista, trovando in una cultura di scarso valore e macchiata di sangue—come è appunto la cultura popolare—una possibilità utopica. Tuttavia, questo ci impone di definire meglio il tipo di utopia di cui stiamo parlando. In genere l’utopia tende ad assumere due forme: per un verso tende a strutturarsi intorno ad un vero e proprio programma utopico, per un’altro tende ad animarsi mosso da uno spirito altrettanto utopico. Dopo il Novecento, i progetti utopici veri e propri sono assai rari—e forse non senza motivo. Se il Marxismo gotico può ancora dare forma a un utopismo, ebbene si tratta senza dubbio di un’utopia animata dallo spirito del mostruoso.

 

TEORIA DEL MOSTRO

Del resto, il mostro è insieme monito e rivelazione, un segno doppio e ambiguo che allo stesso tempo respinge e attrae—si pensi, ad esempio, al corpo della creatura protagonista di Frankenstein; un corpo mostruoso perché razzializzato, brutalizzato e marginalizzato, ma che divenne anche il corpo simbolico che rivela l’irrompere di un nuovo potere politico, quello di una classe lavoratrice capace di rispondere in termini rivoluzionari ai propri oppressori. Un esempio attuale, è lo zombie così come immaginato nei suoi film George A. Romero. Nelle pellicole di Romero lo zombie è il volto della soggettività alienata della metà del ventesimo secolo, una soggettività condannata a vagare senza fine nei centri commerciali. Eppure, in tutta l’opera di Romero, ci viene lentamente rivelato che le orde di creature sono coscienti, capaci di provare dolore, di organizzarsi e di esprimere un nuovo tipo di soggettività. Il mostro è cioè sempre un soggetto-in-divenire, una soggettività nuova che trova espressione solo nei luoghi più oscuri della cultura umana.

Intendiamoci, se c’è qualcosa che è davvero mostruoso in un senso assoluto, questo è il capitalismo. Ma proprio per questo le metafore gotiche su cui ci stiamo insistendo non dovrebbero essere scartate ma, anzi dovrebbero essere strappate con tutte le nostre forze dalla gelida presa degli ideologi che cercano di strumentalizzarle ad altri scopi. Il linguaggio del gotico e dell’orrore, con cui il capitalismo può essere descritto con precisione, mira esattamente a denaturalizzare i sistemi che producono il sadismo razionalizzato del capitalismo contemporaneo. Siamo tutti soggetti al sadismo del capitale; descrivere la mostruosità del capitalismo non significa trasformarlo in qualcosa di diverso, significa piuttosto scardinare la maschera dell’ideologia e rivelare l’orrore che sta sotto le sue politiche e i suoi spettacoli. Per forgiare un futuro diverso dobbiamo quindi diventare-mostri contro la mostruosità rappresentata dal capitalismo.

La conseguenza diretta è che l’utopia del marxismo gotico non può limitarsi a rivelate un qualche generico universalismo—e, del resto, nemmeno potrebbe, visto che, come osserva China Miéville, viviamo già questa utopia che è semplicemente quella del capitale. L’universalismo è infatti un’utopia che appartiene da parte a parte alla classe capitalista, una classe che soffocherebbe volentieri l’intera terra pur di trarne profitto e che massacrerebbe di buon grado tutti i poveri del mondo con il proprio malthusianesimo apocalittico. Oggi viviamo sicuramente dentro una realtà utopica, ma l’utopia del mostro richiede necessariamente la distruzione dell’utopia del capitale. Dobbiamo, in altre parole, imparare a tagliare le cose con l’accetta. Se c’è una utopia che viene, questa sarà per coloro che, proprio oggi, vengono ridotti a mostri e scarti dal capitalismo. Del resto, il mostro contiene una sorta di “eccesso utopico” che va controcorrente rispetto al cosiddetto mondo reale. L’utopia del marxismo gotico è l’utopia di una comunità in cui ciò che è comune è proprio ciò che è stato ridotto a mostruoso dal sistema capitalista—per dirlo più chiaramente: è la mostruosa utopia del comunismo. A tal riguardo, per evitare di venir subito trascinati in argomentazioni su programmi, partiti o politiche egemoniche, vale la pena ricordare ciò che affermava Adam Jones: «È inutile interrogarsi su come sarà il mondo “sotto” il comunismo—il comunismo è l’oltretomba, il luogo in cui la vita supera sé stessa e indica qualcosa di più, qualcosa di nascosto sotto la pelle del corpo sociale egemonico. Certo, nell’oltretomba comunista ci saranno ancora mostri, ma nessuno sarà mai ridotto a mostro. Certo, nel comunismo ci sarà ancora contraddizione e il mostro continuerà a parlare, ma il suo significato particolare, l’anarchia della sua anomalia, sarà finalmente liberato dai quei vincoli che lo costringevano ad essere una contraddizione vivente agli occhi di quell’universalità, altrettanto orribile, che lo aveva ridotto a creatura mostruosa. I mostri si parleranno e vivranno tra loro senza rendersi mostruosi l’un l’altro, perché tutti noi siamo mostruosi in gradi diversi, perché tutti noi siamo, già da sempre, particolari e contraddittori a modo nostro».

Il comunismo è l’oltretomba,
il luogo in cui la vita supera sé stessa e indica qualcosa di più, qualcosa di nascosto sotto la pelle del corpo sociale egemonico

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