ARCHIVIO ANOMIA

HACKING IS DEAD
LOTTE META-PUNK E BREAKDOWN DEL CAPITALE
FRANCISCO NUNES

“Movements are systems and systems kill”, cantavano i Crass in Punk is dead. Secondo F. Nunes, lo stesso si può dire della classe Hacker. Nata dalla crescente informatizzazione della vita con l’obiettivo di realizzare la virtualizzazione di una politica antagonista – mediante sabotaggi di copyright e infezioni di sistemi -, gli hacker sono dileguati davanti al potere dei vettorialisti, “gli architetti della piattaformizzazione, i burattinai dei dati”, con le parole di McKenzie Wark. Relegato all’immaginario cyberpunk, l’hacking come gesto rivoluzionario è morto. Rimane la sua promessa: quella di una politica dell’irrappresentabile. Tradotto da Colapso y desmo, The hacker class is dead, long live the hackers è stato originariamente pubblicato su e-flux – Issue #146. 

Alcuni di noi invecchiano meglio di altri. I vent’anni trascorsi dalla prima pubblicazione di Manifesto hacker non sono stati gentili con coloro che hanno i “nervi a pezzi”, quelli che, per Tiqqun, si rifiutano di “accontentarsi di qualsiasi tipo di comfort”. Il Manifesto hacker si orientava verso un’articolazione teorica più coerente rispetto ad alcune delle sue alternative contemporanee più alla moda, come la “moltitudine” di Michael Hardt e Toni Negri, evitando al contempo il riduzionismo linguistico e filologico della “comunità che viene” di Giorgio Agamben. Certo, entrambi i termini ci hanno indicato in modo efficace i modi in cui la biopolitica contemporanea riplasma le identità soggettive e le loro rappresentazioni.

Eppure, le “singolarità che agiscono in comune” di Hardt e Negri e le “singolarità qualunque” di Agamben prestavano poca attenzione alle condizioni materiali che avrebbero dovuto rendere possibile qualcosa come una fuga effettiva, da parte di una comunità spontanea e auto-organizzata, dalle strutture oppressive che la legano all’ordine dominante. Individuando, nello sviluppo del vettore dell’informazione, le condizioni di possibilità per la realizzazione di questa rottura, gli hacker di Wark trovavano il loro possibile punto di partenza. L’originale e provocatorio manifesto di Wark cercava di articolare l’esistenza di una nuova classe che emergeva dalla crescente informatizzazione della vita e del lavoro: la classe hacker, la controparte della classe vettoriale – la nuova classe dominante. All’epoca – cioè all’inizio di questo secolo – la classe hacker aveva bisogno di alleati. Doveva anche sviluppare e intensificare i propri interessi di classe e acquisire una coscienza di classe a tutti gli effetti. La classe hacker avrebbe dovuto realizzare la sussunzione finale della nozione stessa di classe, la virtualizzazione della politica di classe. L’informazione sarebbe stata la forza trainante di questo processo, e questo si è dimostrato vero. Ma gli ultimi vent’anni ci hanno dimostrato il contrario: la potenzialità astrattiva dell’informazione, come nuova forma di proprietà dominante nel modo di produzione capitalistico, non è abbastanza. Totalmente mercificata dai vettorialisti, non può “liberare la virtualità dell’essere-classe”.

Il risultato è che coloro che hanno resistito alla svolta vettoriale del capitalismo sono finiti con il rafforzare sempre di nuovo la morsa dell’identità e della rappresentazione sulla virtualità e sull’astrazione. Sebbene non vi fossero altre strade per assicurarsi certi diritti formali e per difendersi contro una prospettiva di totale disintegrazione politica, il continuo rimando tra le rivendicazioni di identità e le loro rappresentazioni sanzionate dallo Stato ha fatto sì che la “crisi di identità” che gli hacker di Wark avrebbero dovuto provocare non fosse abbastanza profonda da sconvolgere radicalmente il soggetto della politica liberale. Questa crisi, che ha origine nella virtualità liberata dall’hack, non si basa su una svolta puramente linguistica o performativa, ma è piuttosto assolutamente immanente e materiale. Gli hacker dovevano destabilizzare l’auto-reclusione del soggetto liberale attraverso una politica dell’espressione – che avrebbe trovato il proprio paradigma nel gesto dell’hacking – in grado di superare i limiti posti dalla “introduzione coatta della scarsità e della mancanza” che infesta la soggettivazione capitalista.

Da allora, gli hacker hanno incassato più di qualche colpo. La morte del capitale, per dirla con Wark, non ha segnato la scomparsa delle sue forze operative. I capitalisti abbondano – come sappiamo fin troppo bene. La figura dell’hacker, in qualche modo, vive ancora , ma ha un’esistenza apparentemente impotente dal punto di vista politico. Ciò che è rimasto è la sua generica associazione alla sfera della criminalità, e il suo immaginario è sempre più confinato a una serie di manifestazioni hauntologiche, come i vicoli bui dei libri cyberpunk di William Gibson o Philip K. Dick. Lo spazio digitale aperto dall’emergere dell’informazione come forza produttiva dominante nell’economia globale è stato progressivamente spogliato delle sue possibilità radicali. Se si può parlare di una vera morte, è quella della classe hacker in quanto classe.

Ciò che rimane sono le potenzialità intraviste da Wark quando ha teorizzato l’hack come un evento che tocca l’irrappresentabile, innescando una politica in grado di andare oltre la trappola della rappresentazione, oltre l’informazione, oltre la proprietà. Tutto ciò comincia là, dove ci ha indicato il Manifesto hacker: dall’astrazione, quel doppio che infesta e inquieta il mondo, che è ancora la principale forza motrice dell’attuale modo di produzione, qualunque sia l’epiteto che si sceglie per descriverlo. “L’astrazione è ciò che ogni hacker produce e afferma”. Questo è ancora vero, ma che tipo di astrazione viene prodotta? Quali prodotti dell’astrazione hanno portato al potere dilagante dei vettorialisti e alla scomparsa della classe hacker? La tesi di Wark era che “la classe hacker nasce dalla trasformazione dell’informazione in proprietà, sotto forma di proprietà intellettuale”, in quanto, sotto il dominio della classe vettoriale, “brevetti e copyright divengono l’equivalente delle fabbriche o dei campi da coltivare e arare”.

Oggi, tuttavia, all’origine dei profitti presenti e futuri dei vettorialisti non c’è soltanto la proprietà intellettuale. Sebbene l’informazione sia al centro di questo processo, il tipo di informazione da cui la classe vettoriale trae profitto è molto più astratto della proprietà intellettuale convenzionale, dei brevetti e del copyright. La classe vettoriale ha elevato questa cattura a un livello ancora più astratto. Non si tratta più solo di possedere il vettore e i sistemi logistici che permettono di trasformare l’informazione prodotta – “il crocevia dove l’informazione transita”. Centrali sono piuttosto le estreme possibilità di profitto offerte dal potenziale infinitamente ricombinante dei metadati. Wark, scrivendo dieci anni dopo Manifesto Hacker, osserva: “Allora potevamo essere data-punk; ora dobbiamo essere meta-punk”. Scrivendo quindici anni dopo, le condizioni si fanno più drammatiche: “Oggi è quasi impossibile pensare a un approccio non blindato, aperto e giocoso, in grado di far apparire il nuovo a partire dal vecchio attraverso tecniche di informazione che non siano del tutto assorbite dalla mercificazione e dal controllo vettoriale dell’informazione”. Se l’oppressione di classe si fonda su un’espropriazione originaria, è utile tornare al momento fondante – in quanto momento originale e ricorrente – che corrisponde alla depredazione della classe hacker, il momento della cattura e dell’appropriazione del prodotto del suo lavoro. Per Wark, è la scoperta della “virtualità immateriale”, della materia prima della classe hacker – l’informazione –, che segna l’inizio della rottura storica rispetto ai suoi predecessori. Questo momento era, e rimane, un barlume di fuga produttiva dal mito della scarsità: l’informazione libera, l’istanziazione materiale illimitata della virtualità. Ma negli ultimi vent’anni, ciò che è apparso come il risultato di un cambiamento quantitativo nel livello di astrazione è stato, in realtà, un’ombra perennemente in agguato dietro la forma-merce dominante.

 

Dai dati ai metadati, dall’informazione come proprietà intellettuale all’informazione come traccia residua del comportamento mediato digitalmente, qual’è dunque, oggi, la forma fondamentale assunta dall’espropriazione?

Come nota giustamente Frédéric Neyrat, le merci originali del capitalismo oggi imperante – che potremmo chiamare la forma contemporanea del vettorialismo – sono elementi dividuali digitalizzati fatti di “cronologie di acquisti, elezioni e annunci pornografici assemblati da bot e algoritmi di mercato”, in grado di essere (ri)combinati e (ri)assemblati secondo linee transindividuali. Ecco la principale ragione della rovina della classe hacker: la forma primaria di informazione è qui prodotta, selezionata e raccolta da operatori di network umani e (soprattutto) non-umani. Astratta e abbondante, questo tipo di informazione non è propriamente un prodotto del lavoro, ma è prodotta virtualmente da tutti. Anzi, è più spesso il risultato del non-lavoro, o meglio, del non-lavoro ormai diventato una forma di lavoro. Ironia della sorte, tutti noi che produciamo questi dati siamo stati trasformati in hacker: in effetti, non facciamo che creare il nuovo a partire dal vecchio.

Allargando drasticamente il perimetro concettuale e materiale dell’informazione e, soprattutto, scoprendo che il potere astrattivo dell’informazione non si ferma al livello della rappresentazione, ma si estende fino in fondo e in tutte le direzioni, la classe vettoriale ha neutralizzato ogni possibilità di hacking. Rendendosi conto che il percorso verso l’astrazione reso possibile dall’esplosione dell’informazione stava introducendo un’intrinseca volatilità nel processo di cattura e gestione di un intero nuovo regno di rappresentazioni, la classe vettoriale ha imparato rapidamente ciò che i ben più radicali hacker di Wark avevano già compreso da un pezzo: l’intrinseca falsità di tutte le rappresentazioni. Ma invece di permettere il libero gioco delle espressioni, che avrebbe dato vita a un campo di differenze irriducibili, la classe vettoriale ha fatto uso dei suoi vettori per ricostituire le rappresentazioni lungo nuove linee infra-soggettive. La strategia del “divide et impera” è stata così portata a un livello di astrazione completamente nuovo, ora applicato agli elementi più infimi. Realizzazione materiale ciò che i post-strutturalisti, nei decenni precedenti, avevano teorizzato senza sosta – la dissoluzione del soggetto –, il post-umano del mondo vettoriale è stato appunto descritto da N. Katherine Hayles come “un pattern di informazione accidentalmente istanziato in un substrato biologico”. Non solo la materialità dei confini del soggetto è irrilevante rispetto all’informazione disincarnata che produce, ma lo sono anche le sue rappresentazioni.

Quando la classe dominante si poteva ancora chiamare “capitalista”, doveva agire come “polizia autorizzata della rappresentazione”, gestendo da vicino il legame sempre più instabile tra l’espressione e la sua rappresentazione – nella ben nota tradizione delle mobilitazioni di Stato volte a sanzionare le identità. Il più grande successo della classe vettoriale è stato lo smantellamento preventivo di questo nesso, seguito da un’appropriazione strategica dello spazio che ne ha preso il posto. Se il vettorialismo si basa sulla vittoria ideologica e materiale del connettivismo, che è “la realizzazione del sogno tecno-affermativo della completa trasparenza”, allora questa trasparenza può essere completamente operativa solo quando la distanza tra l’espressione e la sua rappresentazione diventa nulla.

L’obliterazione di questo nesso rivela l’impossibile corrispondenza tra ciò che è espresso e la sua rappresentazione. Invece di portare all’affermazione di una virtualità infinita e illimitata – di una differenza al di là della ripetizione – questa nullificazione è in realtà l’unica forma possibile per controllare gli effetti destabilizzanti delle identità dilaganti. Sotto la superficie di uno degli ultimi capitoli della storia dell’astrazione digitale troviamo le tracce di un altro passato: quello della ben più lunga storia dello Stato come garante dei referenti della significazione. Le astrazioni dominanti di oggi sono tracce infinitamente ricombinate di qualcosa che non esiste in quanto tale: l’interiorità del soggetto, strettamente legata ed ermeticamente sigillata. Nel regno dei metadati, non si può più parlare di “non conformità tra segno e referente”.

Non c’è non-conformità, ma piuttosto segni che compensano i vuoti: una tragedia platonica, se mai ce n’è stata una. Tutto è segno, nulla è referente. Non è un caso che, nella cosiddetta “era dell’informazione”, la continua profusione di elementi dividuali altamente astratti – la cui permanente ricombinazione costituisce il substrato delle rappresentazioni e delle identità del soggetto – sia accompagnata da un lessico (presumibilmente critico) derivante dalla privacy (o dalla sua mancanza). Più che essere derubato dei segni che formano una certa soggettività, il soggetto viene piuttosto fatto apparire come composto da questi gruppi di segni. È un processo che si estende in tutte le direzioni: in altro come in basso. Le comunità si ricompongono lungo le linee sempre mutevoli dei punti dati coincidenti, delle funzioni vitali individuali indicizzate secondo i pattern di informazione. In effetti, “il vettore dell’informazione si estende alla vita stessa”.

Questo trucco non è nuovo. Ciò che Foucault ha rilevato nella sua analisi del neoliberismo negli anni ’70 è stato il risultato del primo sviluppo del vettore come forza di produzione, quando ha iniziato a prendere il sopravvento sul vecchio dominio capitalista. Nel primo momento vettoriale, vediamo il primo scorcio di un soggetto già dato parcellizzato in elementi discreti quantificabili, e quindi ottimizzati e lanciati sul mercato sempre di nuovo. È il “capitale umano” di Gary Becker. Da qui in poi, non sarà più attraverso l’astratta e onnicomprensiva categoria del lavoro che un individuo si proietterà sul mercato. Riferendosi alla “fantasia di quello che Marx chiamava il soggetto automatico, questa fantasia che il capitale possa esistere senza il lavoro”, Stefano Harney e Fred Moten (dopo Marina Vishmidt) osservano che il soggetto automatico è emulato dal capitale umano, nella forma di un “soggetto vuoto, … un soggetto dedicato a svuotarsi proprio espellendo la negatività del lavoro”. Per loro, il “capitale umano” è il segno di un’imposizione autoinflitta che il soggetto effettua sulla propria interiorità esiliata; questo soggetto si trasforma in “un oggetto poroso che parla ancora come un soggetto”. Sotto il dominio vettoriale, i mezzi tecnici impiegati per l’estrazione di capitale umano hanno raddoppiato tale porosità. Non dimentichiamo: “la produzione non produce solo l’oggetto come merce, ma anche il soggetto che appare come suo consumatore”.

Questo, tra l’altro, è proprio ciò che sfugge a Shoshana Zuboff nella sua critica al “capitalismo della sorveglianza”. La ricombinazione di elementi dividuali mette in luce un problema ben più profondo di quello della “privacy” – che ci giunge piuttosto a noi come “la luce lontana di una stella ormai morta”, come dice giustamente Clare Birchall. Le rivendicazioni di privacy, che ricordano le idilliache nozioni liberali delle sfere perfettamente delimitate di pubblico e privato, sono sempre più risibili data la forma contemporanea del potere vettoriale. Invece, come sostiene Neyrat, “quando il capitalismo diventa ricombinante, quando prende il controllo dei processi di virtualizzazione e attualizzazione, ciò che ci viene tolto è la nostra capacità di sintesi in quanto tale”. In altre parole, la colonizzazione vettoriale dei nostri modi di soggettivazione confina il campo dell’esperienza possibile del soggetto alle successive disposizioni transitorie di punti dati che il vettore propone in ogni momento. La critica, nella tradizione occidentale (post-)marxista, come pratica per squarciare il velo dell’ideologia e per liberare la rappresentazione dal feticismo capitalista, è insufficiente. Non c’è nulla da recuperare, nulla da esporre. In questa matrioska digitale, qual è esattamente il nocciolo che sta sotto i vari gusci? Se si analizza al contrario il processo che ha portato alla mercificazione dei metadati, cosa c’è da recuperare, al di là della fallacia del discorso incentrato sulla privacy? Che cos’era tutto questo rumore, prima di essere trasformato in denaro?

Qualche decennio fa, una certa modalità di affermazione dava speranza alle politiche emancipatorie; ci veniva detto di sfuggire al negativo e di scegliere il positivo, come raccomandava notoriamente Foucault nella sua prefazione all’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. In poche parole, quando Foucault invocava “la differenza sull’uniformità, i flussi sulle unità, le disposizioni mobili sui sistemi”, c’era ancora una scelta politica da fare. Erano forse gli ultimi anni del romanticismo nomade. Il problema oggi, nell’epoca del vettorialismo a tutti gli effetti, non è la lotta tra i limiti del negativo e il potenziale emancipatorio del positivo, ma piuttosto la terribile realtà che i flussi sono le forze dominanti, che i sistemi sono stati da tempo sostituiti da disposizioni mobili e che, ovviamente, è il capitale oggi la più alta forma di nomadismo. I vettori hanno vinto. Oggi la vera tragedia politica è l’interattività.

come ha osservato Wark:
“il capitalismo è una malattia trasmissibile sotto forma di malattia della comunicazione. Mette tutto in comunicazione con tutto il resto”

Il vettorialismo è una forma tecnologicamente migliorata del capitalismo come comunicabilità assoluta. Qualcosa come i metadati, dal punto di vista del vettorialismo, sono una forma raffinata di ulteriore astrazione delle rappresentazioni, la cui interazione genera un surplus per la classe vettoriale. Ecco perché la classe hacker non può reclamare nulla dai vettorialisti, perché non può riprendersi ciò che le appartiene, emancipandosi: le astrazioni che produce, le informazioni che genera – volontariamente o, il più delle volte, inconsapevolmente – non sono riscattabili. In effetti, la maggior parte di ciò che viene capitalizzato dai vettoriali non corrisponde esattamente a un’espropriazione dei frutti del lavoro di una certa classe (sebbene si tratti anche di questo). Si può forse descrivere più accuratamente come una circolazione forzata di rappresentazioni sempre più astratte. Certo, queste ultime sono prodotte dall’indicizzazione delle tracce di tutto ciò che facciamo; si estendono praticamente ovunque, formando una vasta rete di “smartness” globale”. Ma sono anche spesso inutili se scollegate dai vettori (o stack) che ne sfruttano il potenziale economico. Le asimmetrie informative che il vettore produce sono continuamente rimodellate, poiché i vettorialisti smantellano i vecchi mercati e ne creano di nuovi, capitalizzando ogni informazione che può essere ulteriormente astratta.

Qualche anno fa, un cibernetico entusiasta ha osservato che “l’informazione, a differenza della materia o dell’energia, non è una quantità conservativa: in linea di principio può essere replicata senza limiti”. E aggiungeva che Internet, “per il suo carattere digitale… può essere visto come un mezzo virtualmente privo di attrito, [rendendo] possibile nella pratica la replica illimitata [delle informazioni]”. Questo, sperava l’eminente cibernetico, avrebbe portato a un “metasistema che avrebbe integrato l’intera umanità a tutte le sue tecnologie di supporto e alla maggior parte degli ecosistemi circostanti, e che avrebbe funzionato a un livello di intelligenza, consapevolezza e complessità che attualmente non possiamo semplicemente immaginare”. Un “superorganismo globale” diretto da un “cervello globale” sarebbe quindi in grado di autenticare, selezionare e gerarchizzare le interazioni tra gli agenti – che, nella visione dell’autore, “possono essere persone, organizzazioni, cellule, robot o qualsiasi organismo vivente” – in un determinato sistema. Questa “rete intelligente” “attingerebbe all’esperienza e alla conoscenza dei suoi utenti collettivamente, attraverso la loro esternalizzazione nelle “tracce” che essi lasciano sulle strade virtuali che percorrono – vale a dire nelle loro preferenze. Esiste forse un’istanziazione teorica migliore del vettorialismo?

I nostri hack stanno forse astraendo verso l’integrazione digitale globale, partecipando alla nascita dell’infrastruttura che sottende il vettore? E la vexata quaestio: È stato questo il destino sfortunato delle nostre speranze rizomatiche? Nelle condizioni attuali, non possiamo più discostarci dal ritornello proudhoniano che “la proprietà è un furto”. Lo scandalo è però altrove, nella costrizione alla presenza, e quindi alla rappresentazione e alla comunicazione, di ciò che non potrà mai diventare proprietà, non-proprietà in quanto tale. Anche le cose più astratte possono assumere la forma della proprietà – e in effetti lo fanno – ma non quelle che esistono su un piano che ne vieta l’appropriazione.

Come dimostrano gli ultimi vent’anni, le differenze qualitative introdotte dall’informazione nel momento in cui è diventata la forma dominante di proprietà non sono state sufficienti a minacciarne l’esistenza. Il suo potere astrattivo, di per sé, non è stato in grado di sussumere la forma della proprietà. Se la classe hacker non è riuscita a socializzare i frutti del suo lavoro, è perché l’informazione è sempre e già espressione di proprietà; è proprietà in potentia. Come Wark sapeva bene, “la proprietà produce, pezzo per pezzo, l’armatura della soggettività”. I buchi che troviamo nelle odierne armature della soggettività testimoniano il successo dei vettoriali nel prendere il controllo del portale che collega informazione e rappresentazione. Da dove possono ripartire gli hacker, ora che la tragedia degli ultimi vent’anni comincia a rivelarsi ovunque come una farsa? Gli hacker di oggi non devono essere il nuovo soggetto della storia, un’altra iterazione dell’infinito gioco di etichette della sinistra, che scambia un soggetto collettivo con un altro. Dagli zapatisti a Occupy e oltre, ogni volta che un nuovo soggetto collettivo perde il suo slancio politico, le speranze rivoluzionarie della sinistra vengono trasferite al soggetto collettivo successivo. La “comunità che viene” continua a venire in eterno.

Al di là della storia calcificata delle relazioni di classe, l’hack può forse rinnovare la sua vitalità come istanziazione materiale dell’espressione, come insinuazione di un piano di asoggettività. In realtà, i vettoriali hanno fatto la prima parte del lavoro. Le loro rappresentazioni sempre più astratte hanno fatto più di quanto gli hacker possano sognare in direzione di uno svuotamento del soggetto. Riconosciamo allora le nostre sconfitte. Non lo facciamo per denunciare un furto, ma per elaborare nuove strategie a partire dal nostro esilio.

Come Wark vent’anni fa, anche noi “non offriremo il virtuale come ostaggio semantico al nemico”. La virtualità è tutto ciò che abbiamo. Sappiamo già che le rappresentazioni trasformate in identità che circolano con velocità crescente all’interno del vettore non solo sono false, ma che le loro configurazioni transitorie vengono ciclicamente revocate e sostituite da altre che si rivelano circostanzialmente più adatte a spegnere qualsiasi scintilla di rivolta – e a fare soldi. Ora che i vettoriali sono definitivamente tornati al platonismo – ora che, come nota Alexander Galloway, “il divenire è diventato superiore all’essere” – il nostro punto di partenza è forse più chiaro.

ancora una battaglia tra la nostra virtualizzazione e la loro attualizzazione, il nostro valore d’uso e il loro valore di scambio, la nostra espressione e la loro informazione? Lo sviluppo dei mezzi di produzione – la loro successiva astrazione, intensificata nell’era dell’integrazione digitale globale – si è rivelato insufficiente per il nuovo, per qualsiasi cosa l’espressione esprima, per sfiorare l’irrappresentabile. Se l’hack, come strumento concettuale, deve sopravvivere, deve portare a una forma di essere-comune che vada oltre l’universalismo liberale.

Wark aveva già indicato la strada, ma da allora molto è cambiato. Allora, forse, era possibile fare qualche concessione nel conflitto di classe, “acconsentendo momentaneamente alla rappresentazione”. Ma questo spazio è già stato hackerato dai vettorialisti. Ora, l’hack non può che operare nell’impercettibilità e reinventare nuovamente l’espressione nell’oscurità. Nella “ricerca dell’inesistenza”, l’hack è sia concetto che strategia. Il fallimento della classe hacker, sotto questa luce, non è affatto un fallimento. In altre parole, l’hacker non è un’identità, una posizione in uno schema aggiornato dei rapporti di classe, ma solo un punto, da qualche parte lungo una linea di fuga verso la genericità e l’essere-comune. L’essere-comune – l’istanza più notevole del comunismo – è sempre stato incompatibile con il soggetto della politica liberale, come Deleuze sapeva molto bene. Oggi, le forme di soggettivazione permanentemente ricombinanti che il vettore dominante autorizza hanno già messo fine a qualsiasi recupero di quel soggetto idealizzato. “La logistica vuole fare a meno del soggetto”, sostengono Harney e Moten. Ecco ciò che il vettorialismo, la forma più sofisticata di governance logistica, è riuscito ad attuare. Nel processo, ha fatto conoscere a molti di noi la sensazione di essere “un problema nella catena di approvvigionamento di qualcun altro”.

Seb Franklin, parlando del film di Eduardo Williams El auge del humano (The Human Surge, 2016), affronta questa specifica situazione: i soggetti sono “marcati come componenti inaffidabili”, e alcuni corpi sono “vita da computare” mentre altri sono “vita da ricombinare”. Franklin si interroga sulla possibilità di vivere in una “relazione di indifferenza alle richieste informatiche di valore”. L’hack può quindi essere pensato come una forma di indifferenza intensificante, di offerta di un substrato materiale per la sottrazione strategica che Deleuze e Guattari pongono come gesto privilegiato di liberazione. Per Wark, la classe hacker doveva “violare e fare a meno di tutte le proprietà dell’oggetto e del soggetto”. Ora che il vettore ha definitivamente astratto tutte queste proprietà – tutte, tranne la forma stessa della proprietà – gli hacker devono trovare nuovi complici per portare a termine il compito. Avendo installato un regno di ipercomunicazione sovrasaturato di rivendicazioni identitarie che si annullano in questo processo, i vettorialisti sono sempre meno interessati a lavorare per mantenere la finzione di una corrispondenza stabile tra gli esseri e le loro immagini proiettate. Dopo Tienanmen, i carri armati si sono occupati di altro.

Se, come sostiene Andrew Culp, “la sottrazione è la scienza politica del sottosuolo”, allora questo piano sottrattivo è il luogo in cui nuovi e inaspettati hack possono aiutare a smantellare la classe dirigente vettoriale. I luoghi in cui il sottosuolo prende vita sono pieni di complici innaturali, umani ma anche più che umani. Anche le farfalle e i miceli possono hackerare, ma i loro hack sono stati troppo spesso inquadrati come parte di una rete perfettamente comunicativa di energie vitali e flussi circolanti, che condividono con il capitalismo un’etica di assoluta commensurabilità. Può l’hack, viceversa, essere uno strumento di xenocomunicazione? Esiste un modo per proiettare le linee verso un esterno che non conosce differenza tra presenza e apparenza? Al di là della riproposizione di stucchevoli dibattiti su quali strumenti concettuali siano più adatti alla situazione attuale, c’è ovviamente molto a cui attingere, se scaviamo nei sedimenti accumulati dall’apparato post-situazionista e dai suoi eredi. Ci sono intensità al lavoro, che portano a nuove complicità. Ci sono altri hacker che lavorano in questo mondo, tagliando la materia, formando vaste zone di opacità che rifiutano la rappresentazione. Schierandosi con l’impercettibile, l’opaco, l’alieno, gli hacker possono trovare nuovi modi per virtualizzare lo spazio di indeterminazione che si installa in ogni incontro? Harney e Moten hanno ragione: “Noi ci dobbiamo, l’un l’altro, l’indeterminato”.

Tutto si è già dissolto nell’aria, l’aria nell’etere. La distanza tra santità e profanità è crollata da tempo e non c’è nulla di profondo dietro il velo delle apparenze. Finalmente un po’ di speranza.

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