
HANNO OCCHI SENZA VITA
IL LEVIATANO CLIMATICO E LA NUOVA FAME DI SOVRANITÀ
MIKKEL BOLT RASMUSSEN
Ci troviamo sulla spiaggia, storditi da una noia calda o cullati da un mare limaccioso, putrido, inquinato. Poi, come in un remake malriuscito di Lo squalo, un brivido ci attraversa. Gli squali sono lì, dietro di noi: “hanno occhi senza vita”. Ci guardiamo intorno, attoniti, prima che le fauci si chiudano in un bagno di sangue. Ma è tutto falso. Anche oggi, dalle acque del disastro climatico, emerge un Leviatano: simbolo di una sovranità che, attraverso la paura, tenta di governare ciò che resta dello sfruttamento ambientale. Eppure anche questa bestia, come quella del film, è solo una maschera. Tra apocalissi annunciate e greenwashing di Stato, Rasmussen ci invita a rifiutare ogni governo del terrore, perché il mostro non è nelle profondità del mare, ma nella sua promessa di salvezza armata. Un mondo abitabile sarà possibile solo oltre le fauci della sovranità.
Una volta Fredric Jameson ha scritto che è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. La formula di Jameson, ripresa più tardi da Slavoj Zizek e molti altri, in un primo momento sembrò indicare la possibilità di muovere una critica radicale all’ordine dominante della civiltà capitalista euro-modernista; è invece diventata uno slogan ampiamente abusato da giornalisti, esperti, politici ed attivisti vari. Oggi non è altro che una frase vuota che, tutt’al più tranquillizza la gente nel momento stesso in cui ci mette di fronte alla nostra mancanza di immaginazione rispetto al brivido inquieto di poter trasformare lo stato presente delle cose.
Siamo incapaci di immaginare la vita al di fuori dal capitalismo industriale, al di fuori da ciò che promette a ciascun individuo: la merce e un infinito arsenale di “rappresentazioni” con cui è possibile rattoppare un’identità lacerata. In tal senso, anche il disastro climatico incombente può essere annoverato tra queste “rappresentazioni dominanti”. E, in effetti, non potrebbe che essere proprio così: siamo bombardati tutti i giorni di immagini sullo scioglimento dei ghiacciai, di grafici sull’innalzamento del livello del mare e di foto di specie estinte. Il problema non risiede tanto nel rifiuto di riconoscere il collasso della biosfera che è in corso – anche se esiste gente come Trump
e i tecno-reazionari che lo misconosce per ragioni ideologiche. Oggi il vero problema del cambiamento climatico non è il disconoscimento di un tale cambiamento ma, piuttosto, il fatto che il disastro ha fatto seguito allo sviluppo tecnologico della civiltà capitalista è stato rapidamente trasformato in un fenomeno che legittima un nuovo modello autoritario di governo del mondo. Detto in modo più diretto: il cambiamento climatico è diventato un mezzo per amministrare il caos e per impedire una trasformazione radicale delle condizioni con cui abitiamo il mondo.
Facciamo un passo indietro e proviamo a riformulare brevemente la posta in gioco, per meglio comprendere la nuova situazione in cui ci troviamo, in cui lo Stato esercita una politica autoritaria di tipo climatico. Jem Bendell, professore di leadership e sviluppo sostenibile e attivista del movimento Extinction Rebellion, in un suo celebre articolo, Deep Adaptation. Navigating the Realities of Climate Chaos, scrive che è troppo tardi per rallentare il cambiamento climatico. Il processo è già in corso e procede molto più rapidamente di quanto gli scienziati avessero previsto, comportando la sparizione quotidiana di certi spazi e la sofferenza di milioni di persone in tutto il mondo.
Bendell mostra come gli scienziati subiscono costantemente delle pressioni per minimizzare i pericoli del cambiamento climatico per evitare di seminare il panico. Ma, conclude Bendell, le evidenze sono spaventosamente chiare: “è troppo tardi per evitare la catastrofe ambientale su scala mondiale, che avverrà certamente nel corso della nostra vita”. Le prove accumulate da parte degli scienziati coprono ormai i campi più disparati – che, sebbene diversi, sono strettamente collegati, come la distruzione della biodiversità o gli effetti dell’aumento delle temperature e dei livelli del mare sull’agricoltura – e suggeriscono, nelle parole di Bendell, che “siamo alla mercé di cambiamenti sconvolgenti e incontrollabili, forieri di carestie, devastazioni, migrazioni, epidemie, guerre. […] Può sembrare, inconsciamente, che i termini che ho impiegato alla fine del paragrafo precedente descrivono situazioni lontane, che ci rattristano solo quando le vediamo in televisione o su internet. Ma quando parlo di carestie, devastazioni, migrazioni, epidemie e guerre, intendo dire che questo riguarderà noi, proprio noi, noi in persona. Se la produzione di energia elettrica si arresta, è questione di poco e ci ritroveremo senza acqua dal rubinetto. Dipenderemo solo dal nostro ambiente e dalla nostra cerchia ristretta per nutrirci e riscaldarci. Soffriremo di malnutrizione. Non sapremo se sarà il caso di migrare o restare. Avremo paura di essere uccisi prima ancora che di morire di fame”. La situazione è drammatica e, senza dubbio, bisogna fare qualcosa. Siamo ad un punto di svolta, e bisogna fare una scelta. Ma tra cosa, esattamente? La proposta di Bendell, che chiama di adattamento profondo, è una combinazione di resistenza, rinuncia e recupero, e consiste nel domandarci “come possiamo proteggere ciò a cui davvero teniamo? Cosa possiamo ritrovare che ci aiuti a far fronte alle difficoltà e tragedie a venire?”.
Il problema che pone questa chiamata all’azione è che è piuttosto vaga e sembra sottoscrivere punto per punto il discorso apocalittico già dominante sul clima, un discorso che conosciamo molto bene attraverso la cultura pop dove degli individui o dei piccoli gruppi si muovono attraverso le rovine e combattono con altre tribù per impadronirsi di quanto resta. Ciò che c’è di altamente problematico rispetto questo immaginario distopico – in cui selvaggi errano per le strade, rovistano tra i rifiuti e stringono alleanze provvisorie per difendersi da un ambiente ostile – è che ignora completamente l’esistenza dello Stato o, nel peggiore dei casi, finisce per legittimare lo Stato come l’ultimo garante possibile dell’ordine sociale. Ogni film, libro o serie tv ci mostra il disastro come una guerra di tutti contro tutti. Abbiamo a che fare con una specie di scenario pre-hobbesiano dove lo Stato è sparito come per magia, o semplicemente non c’è. È uno scenario assai più probabile invece che lo Stato rafforzerà il suo lato repressivo e si trincererà ancor di più dietro le sue frontiere a tenuta stagna. Lo Stato tenterà di amministrare il collasso sociale alimentando le fiamme del razzismo, spiegando che è necessario tenere fuori orde di migranti climatici, rinchiudendoli in campi o, semplicemente, facendoli fuori. Nel suo appello all’emergenza climatica, Bendell si rivolge a ciò che Geoff Mann e Joel Wainwright chiamano
“sovranità climatica”, vale a dire l’amministrazione statale del disastro. Secondo questi autori, il caos climatico gestito dallo Stato può tranquillamente prendere la forma di un Leviatano climatico, ovvero di una sovranità politica mondiale impegnata ad un tempo a frenare il disastro e a mantenere al sicuro la classe dirigente, oppure di un Behemoth, in cui gli Stati nazione si troveranno ad affrontare i disordini sociali prodotti dalla distruzione della biosfera attraverso guerre climatiche. In entrambe le ipotesi abbiamo Stati che cercano di controllare la situazione per assicurarsi che il cambiamento climatico non porti ad una “grande politica” nietzscheana, vale a dire a una politica di così vasta portata per cui anche i ricchi perdono le loro ricchezze diventando poveri.
È questa la questione che ho posto poc’anzi quando mi riferivo a un nuovo Stato ecologico autoritario. Questo può assumere tanto la forma di quello che potremmo chiamare un fascismo green, quanto la forma di uni Stato sociale verde. In entrambi i casi però sarà un sistema fondato sull’esclusione e sul campo, con un benessere riservato a pochi eletti. Nelle loro analisi, Mann e Wainwright sottolineano le conseguenze politiche probabili del disastro climatico. Essi propongono uno schema che prevede quattro forme politiche. Le prime due combaciano con la forma del Leviatano e con quella del Behemoth che abbiamo già incontrato. Le altre due potremmo chiamarle “la forma climatica Mao” e “la forma climatica X”. Nella forma Mao, il Partito Comunista Cinese è il sovrano mondiale. La forma climatica X, invece, prevede la rivoluzione. Mi trovo in disaccordo con lo schema di Mann e Wainwright in quanto i due considerano la forma climatico-politica Mao come la possibilità di uno “Stato mondiale non capitalista”. Questo assunto, che trovo errato, li costringe a lavorare con una comprensione assai problematica del capitale, laddove la sua abolizione prende la forma di una socializzazione della produzione che, come ben sappiamo, non ha nulla a che vedere con l’abolizione del modo di produzione capitalista. L’abolizione del capitale, infatti, implica molto di più rispetto l’abolizione del lavoro salariato, del denaro e dello Stato.
Detto in modo rapido: la forma climatica Mao non è’ una possibilità’ non-capitalista, anzi.
In tal senso, con questa correzione prospettica, possiamo aggiungere al Leviatano climatico e al Behemoth anche il Mao climatico, come rappresentazione compiuta di una riorganizzazione della sovranità dello Stato nazione in una forma unica e allucinata di Stato mondiale, con un potere concentrato che permette di agire a piacimento su tutto il globo terracqueo – decidendo chi potrà bruciare carbonio o utilizzare energia, cibo, acqua; chi o quali specie vivranno e quali saranno sacrificate o eliminate, senza nemmeno l’antica dignità del sacrificio. Il Leviatano climatico e il Mao climatico si iscrivono nella medesima prospettiva di un unico Stato mondiale, un Grande Fratello orwelliano che gli attuali poteri militari e di sorveglianza hanno già reso obsoleto. Il vero Leviatano climatico è lo pseudonimo di Mann e Wainwright per descrivere la forma capitalista dello Stato mondiale; e sostengono che il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU è il primo passo, precoce ma drammaticamente chiaro, che prelude alla sua realizzazione.
Behemoth è l’immagine mostruosa utilizzata da Hobbes per rappresentare la folla o la moltitudine, vale a dire il fattore di una terribile insicurezza che il Sovrano è chiamato a domare o sgominare. Il Behemoth climatico descrive l’anarchia dello status quo inter-imperialista nell’epoca del collasso planetario. Gli Stati nazione si sforzano di sopravvivere, o quantomeno di assicurare la sopravvivenza delle loro classi dominanti. Gli è possibile farlo, sotto molti aspetti, nell’ambito di uno scontro finale che somiglia ad un gioco a somma zero. Che agiscano da soli o attraverso combinazioni instabili, nessuno Stato può permettersi che i propri poteri e le proprie prerogative si concentrino in un Leviatano. Riassumendo: il Behemoth climatico è esattamente ciò che vediamo oggi. Vediamo emergere dalle macerie dell’ideologia neoliberale il nuovo discorso ecologico autoritario. Questo, ovviamente, non è altro che un simulacro del cambiamento, un concetto volto a mantenere l’ordine attuale attraverso la tecnologia, la burocrazia, l’esercito. René Riesel e Jaime Semprun lo hanno chiamato “ecologismo da caserma” nel loro libro Catastrofismo. Amministrazione del disastro e sottomissione sostenibile. La diffusione della propaganda catastrofista mira a sottometterci allo stato d’eccezione, all’accettazione impassibile ai regimi disciplinari che verranno e al sostegno del potere burocratico, che pretende di garantire la sopravvivenza collettiva attraverso misure coercitive.
I numerosi piani, strategie e green deals che sono stati proposti durante questi ultimi anni fanno tutti parte, in ultima analisi, di una medesima impresa volta a garantire la sopravvivenza del capitale e dello Stato, rinviando il più possibile la necessaria rottura con la modernità capitalista e la sua forma politica. Il bombardamento quotidiano di informazioni sulla devastazione climatica irreversibile in corso mobilita le persone in una maniera tale che esse si sentono di dover naturalmente partecipare alla conservazione di una società che è essa stessa la prima responsabile del cambiamento climatico. Tutte le immagini e le rappresentazioni drammatiche ci pongono di fronte ad un’alternativa: salvare la civiltà industriale o precipitare nel caos della barbarie. In realtà, non si tratta di una scelta ma di un’imposizione: quella di desiderare la nostra stessa sottomissione. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo sottometterci al controllo di uno Stato di polizia green. Il dominato chiede, supplica, di essere dominato affinché i peggiori effetti del caos climatico siano tenuti a distanza o quantomeno contenuti prima che si estendano ovunque. Mann e Wainwright potrebbero aver equivocato cos’è il comunismo, ma ciò verso il quale ci mettono in guardia è comunque di cruciale importanza e ci invita ad essere prudenti su ciò che desideriamo e rivendichiamo. La maggior parte delle manifestazioni durante i vertici sul clima, le sincere petizioni degli studenti in sciopero, le azioni spettacolari organizzate da Extinction Rebellion: tutto questo mira, consapevolmente o no, a chiedere a gran voce un Leviatano climatico o una qualche forma di gestione statale della questione climatica. Anziché auspicare una versione green del capitalismo industriale, responsabile del collasso climatico, dell’inquinamento mondiale e dell’estinzione di massa delle specie, dovremmo affrontare direttamente la causa fondamentale del problema. In altre parole, dobbiamo politicizzare la questione climatica e rifiutare l’appello (che in realtà abbiamo visto essere un ordine) a diventare degli eco-cittadini. Dobbiamo intensificare il discorso ecologico dominante per spingerlo verso una critica più radicale della modernità capitalista e della sua logica di crescita e sovranità politica. Fortunatamente, possiamo constatare che una prospettiva più radicale sta in effetti emergendo. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto nascere un attivismo all’interno del quale l’imminenza della catastrofe è diventata la ragione per passare ad un’azione collettiva e radicale – ovvero rivoluzionaria. George Monbiot, veterano dell’attivismo per il clima, lo esprime così: “Con l’età ho cominciato a riconoscere due cose. La prima è che è il sistema stesso, e non una sua variante, a condurci inesorabilmente verso il disastro. La seconda è che non abbiamo bisogno di costruire un’alternativa inconfutabile per potere affermare che il capitalismo ha fallito. La nostra scelta si riduce a questo: vogliamo che la vita finisca perché il capitalismo vada avanti, o vogliamo farla finita col capitalismo perché sia la vita ad andare avanti?”. Mann e Wainwright chiamato Climate X tutto ciò che potrebbe emergere da una dialettica negativa con le altre tre forme politico-climatiche. Il Climate X lo si prefigura appena ma, in senso ampio, non si limita né alle numerose forme e lotte dell’attuale movimento per la giustizia climatica né, più in particolare, alle lotte indigene che si sviluppato all’interno di una relazione radicalmente diversa con la natura e con concezioni di tempo, parentela, bisogni e benessere totalmente differenti dai nostri. Un buon esempio di Climate X lo si può trovare indagando alcuni movimenti. Ad esempio, per più di un anno i gilet jaunes sono scesi in strada in Francia per opporsi alla socializzazione dei costi del cambiamento climatico, bloccando la circolazione, occupando caselli autostradali e prendendo di mira i simboli della ricchezza nel centro di Parigi e in altre città. In sostanza, il movimento ha cercato di rappresentare un tentativo di combinare la protesta climatica con quella sociale; tanto da trovare irricevibili sia le soluzioni ecologiche controrivoluzionarie basate sullo sviluppo tecnologico, sia i tentativi perversi da parte dello Stato di socializzare i costi della transizione verde. Ad animarli era l’idea di poter costruire una vita completamente diversa: quella che cerca di riparare il mondo attaccando lo stato di cose presenti, respingendo tutte le disuguaglianze del capitalismo.
Vogliamo che la vita finisca perché il capitalismo vada avanti, o vogliamo farla finita col capitalismo perché sia la vita ad andare avanti?
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