ARCHIVIO ANOMIA

I SACERDOTI DELL’ATOMO
RELIGIONE DELLA FINE E ANTI-APOCALITTICA
JACOB BLUMENFELD

Siamo giunti alla fine. È l’Apocalisse preconizzata dai profeti, vagheggiata dai mistici, osservata infine da Günther Anders nell’orrore dei campi di sterminio e nel fuoco nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Ma quella che ci è toccata in sorte è un’Apocalisse senza Regno né Fine, senza redenzione né termine. Un Apocalisse governata da sacerdoti dell’atomo e amministrata da tribunali inquisitori di tecnici. Secondo Blumenfeld oggi la minaccia non è più quella atomica, ma quella della crisi ecologica. Continua però ad essere indispensabile una politica anti-apocalittica, una politica che saboti l’estrema possibilità della distruzione assoluta. L’articolo Welcome to the Anderscene, è stato prima pubblicato su The Brooklyn Rail e ripreso poi da Ill Will.

UNA PREGHIERA… 

«L’atomo dovrà essere il tuo primo pensiero al risveglio. Non dovrete infatti iniziare la giornata con l’illusione che ciò che vi circonda sia un mondo stabile. Già domani potrebbe essere solo “qualcosa che è stato”: questo perché io, voi, noi e tutti i nostri simili siamo ben “più mortali” di tutti coloro che, fino a ieri, erano considerati mortali. “Più mortali” nel senso che nella nostra temporalità non ci limitiamo a morire, non siamo semplicemente uccidibili. Questa condizione è sempre esistita. Significa piuttosto che noi, come umanità, siamo diventati uccidibili. E umanità non significa solo l’umanità di oggi, non solo l’umanità che abita le varie regioni del mondo, ma anche l’umanità che abita le regioni del tempo. Perché se l’umanità di oggi viene uccisa, quella che c’è stata morirà con essa e anche quella che viene. Non ci sarà nessuna umanità passata perché, dove non c’è più nessuno che ricorda, non ci sarà più nulla da ricordare; non ci sarà nessuna umanità che viene, perché dove non c’è più un oggi, nessun domani può diventare un oggi. Sullo stipite della porta che ci sta dinnanzi è incisa un’iscrizione: “Nulla sarà stato” e, sull’altro lato: “Il tempo è stato un episodio”. Non, però, come speravano i nostri antenati, un episodio tra due eternità; ma tra due nullità; tra il nulla di ciò che, ricordato da nessuno, sarà stato come se non fosse mai esistito, e il nulla di ciò che non sarà mai. E poiché non ci sarà nessuno a distinguere un nulla dall’altro, essi si fonderanno in un unico nulla. Questa nuova epoca apocalittica, l’epoca in cui viviamo, scardina tutto ciò che un tempo avevamo chiamato “temporale”. Ecco perché il vostro primo pensiero dopo il risveglio dovrà essere l’Atomo».

Günther Anders

CODIFICAZIONE, NON REIFICAZIONE

Günther Anders, marito di Arendt, cugino di secondo grado di Benjamin, studente di Husserl e Heidegger, compagno di Marcuse e amico di Brecht, rivale di Adorno e frequentatore delle lezioni di Kojève a Parigi, traduttore con Levinas, romanziere antifascista e attivista contro le bombe atomiche, filosofo della tecnica, dell’apocalisse e dell’idea che l’uomo sia ormai un concetto antiquato; e poi, ancora, compositore, sceneggiatore, costumista, ebreo che si è dimesso dalla comunità ebraica, membro del Tribunale internazionale contro i crimini di guerra del 1967 (insieme a Jean-Paul Sartre e Stokely Carmichael), critico della guerra in Vietnam come forma di genocidio. Anders morì senza un soldo a Vienna, proprio accanto allo studio di Freud, nel 1992. A ben vedere, Anders visse 90 anni in un mondo che passava da una catastrofe all’altra; sopravvisse a un secolo perennemente affasciato su di un baratro incolmabile, il ‘900, un secolo che era stato inaugurato dal singolare evento del 6 agosto 1945, quando la bomba sganciata su Hiroshima dimostrò all’umanità la sua inedita capacità di annientamento totale.

Un giorno che, secondo Anders, aveva spezzato la storia in due periodi qualitativamente distinti: il tempo prima della fine e il tempo della fine propriamente detto. Solo ora, dopo che l’umanità ha dimostrato la sua capacità di distruzione totale, viviamo davvero nei tempi della fine. Ma vivere nei tempi della fine non significa vivere la fine. Dobbiamo lottare, sostiene Anders, perché i tempi della fine non abbiano fine. Non si può tornare a un tempo in cui la possibilità di distruzione sia rimossa, dimenticata, smantellata. Anche se tutte le bombe atomiche del mondo venissero disattivate, i progetti per costruirle non verrebbero dimenticati. Le bombe atomiche sono come le Idee di Platone: eterne. Tutto ciò che possiamo fare è allora rimandare e ritardare all’infinito, trattenere e frenare in modo permanente ciò che è sempre possibile, ciò che può sempre essere innescato. Impedire la guerra nucleare, fermare l’assassinio dell’umanità, è un compito quotidiano che deve essere portato a termine da qui all’eternità. È come se il nostro assassino fosse sempre in piedi appena sopra di noi, con l’arma in pugno, in silenziosa attesa, eternamente pronto a colpire a morte. Potremmo chiamare quest’epoca folle e omicida “Anderscene”.

Günther Anders è stato uno scrittore prolifico, con decine di libri, centinaia di articoli e molti discorsi, diari e racconti, eppure il suo pensiero ha lasciato ben pochi segni nella coscienza pubblica. Che si tratti delle analisi filosofiche sulla tecnologia moderna o delle indagini sulle conseguenze morali della bomba atomica, dei diari dei viaggi a Hiroshima, Nagasaki e Auschwitz o dei dialoghi con Hannah Arendt, della corrispondenza con Claude Eatherly, uno dei piloti che hanno fatto sganciato la bomba su Hiroshima, o della critica approfondita a Heidegger, Anders non è ancora entrato a far parte del pantheon dei pensatori ebrei tedeschi del XX secolo al pari di Benjamin, Adorno, Marcuse, Arendt, Strauss, Bloch. Come scrisse in un articolo del 1972 intitolato Looking Back on the Apocalypse Jean Améry, filosofo della tortura sopravvissuto ad Auschwitz: «Günther Anders era e rimane il più lucido critico del mondo tecnologico, di cui vede il crepuscolo degli idoli nel bagliore della bomba atomica». Oggi, in un’epoca in cui la tecnologia è diventata così avanzata da rendere il suo stesso sviluppo autonomo dal controllo umano; oggi, in un’epoca in cui la tecnologia è pressoché onnipresente – e dominante – nel funzionamento di base della società, tanto da aver sostituito il giudizio umano su molte questioni morali, intellettuali e biologiche; oggi, in un’epoca in cui lo sviluppo tecnologico tenta di offrire mezzi di protezione contro l’alienazione di massa che questo stesso sviluppo costantemente provoca;  forse proprio in quest’epoca potrebbe essere utile tornare a rileggere Anders.

Diciamocelo: accanto ad Anders, Adorno sembra un ottimista. Mentre per Adorno il negativo è costellato di scorci d’utopia, per Anders il massimo che possiamo augurarci è la paura – una paura razionale, motivante, che guida l’azione, che sa orientarci nel presente contro l’annullamento del futuro:«Abbiate il coraggio di avere paura», Ricorda con insistenza Anders. «Costringetevi a produrre quella quantità di paura che corrisponde all’entità del pericolo apocalittico. Perché anche la paura, la paura soprattutto, appartiene a quei sentimenti che non riusciamo o non vogliamo realizzare». O meglio: «non temete la paura, abbiate per voi il coraggio di avere paura e il coraggio di spaventare e intimorire gli altri». Mentre Adorno si confrontava con la ferita irreparabile di Auschwitz e Arendt cercava di pensare la condizione umana nell’era atomica, Anders riuniva Auschwitz e Hiroshima in un unico evento catastrofico che segnava una nuova epoca della storia umana, definita dall’impotenza della nostra onnipotenza. Epoca onnipotente perché alcuni esseri umani hanno ora la capacità smisurata di radere al suolo il mondo intero attraverso mezzi tecnologici; ma epoca anche impotente in quanto la maggioranza degli esseri umani non ha il potere di fare nulla al riguardo.  È in questo scenario – quello in cui, secondo Anders, siamo abbandonati «all’incapacità di agire» – che, nostro malgrado, dobbiamo agire. Ma come si può agire in una simile condizione? Dobbiamo agire  ma senza avere di che agire. Come Fare? Ma agire senza agire è, da sempre, la formula segreta dello sciopero, dal momento che lo sciopero è sempre stata la più potente azione di inazione. Resta dunque da chiedersi se può esistere uno sciopero produttivo contro tecnologie così distruttive, se sia possibile organizzare un rifiuto efficace contro contro ciò che viene creato per distruggere. Era questa la scommessa di Anders; scommessa perché temeva, o forse sapeva, che in questa direzione c’era il pericolo che tutti «i nostri sforzi non facciano alcun progresso». Ma Anders sapeva anche che «il fallimento non deve intimidire; la frustrazione ripetuta non confuta la necessità di ripetere lo sforzo». Per non venir meno a questo sforzo, voglio provare a leggere Anders in un nuovo contesto, non quello della guerra atomica, ma quello del cambiamento climatico o, come è stato impropriamente chiamato, dell’Antropocene. Cosa succede se nei testi di Anders sostituiamo la parola “atomo” con “clima”? Che aspetto ha il tempo della fine quando non è più contrassegnato solo dalle bombe, ma le minacce sono rappresentate anche dalle pandemie, dalla scarsità d’acqua, dalla deforestazione e del riscaldamento globale? Come dovremmo leggere L’uomo è antiquato oggi, a quasi settant’anni dalla sua prima pubblicazione? Settant’anni in cui gli sviluppi tecnologici hanno eclissato tutto ciò che Anders pensava già allora fosse un segno di dominio totale. Proviamo ancora la vergogna prometeica di cui Anders scriveva in quel libro o siamo diventati senza vergogna? La riflessione di Anders sull’era atomica, una vera e propria epoca apocalittica in cui l’umanità è perennemente sull’orlo dell’estinzione, era legata a uno specifico contesto di Guerra Fredda, in cui la minaccia di una distruzione reciproca teneva l’apocalisse permanentemente alle porte. La minaccia atomica non è affatto scomparsa – forse è più vicina che mai, dato il numero di Stati a propulsione nucleare attualmente in guerra – ma ormai siamo così abituati che non viene più recepita come una preoccupazione nella vita quotidiana. Ciò che invece è cambiato dai tempi di Anders non è solo la maggior quantità di minacce planetarie, ma la loro nuova qualità. Non viviamo in un mondo post-apocalittico, ma in un mondo poliapocalittico, dove la catastrofe non assume più la forma di un singolo evento nel tempo, ma quella del suo stesso dispiegarsi. Il lento e costante aumento delle temperature, della siccità, della perdita di specie, delle pestilenze, delle tempeste, delle inondazioni, dell’inquinamento atmosferico e del degrado del suolo è scandita da momenti e picchi sempre più estremi che ci ricordano la china discendente su cui ci troviamo. Vediamo dunque se Anders può aiutarci a chiarire almeno alcuni punti di questa discesa verso la disperazione che abbiamo imboccato.

ANNO ZERO, 1945

Come l’inizio dell’Antropocene secondo i molti commentatori odierni, per Anders è il 1945 l’istante spartiacque che inaugura una nuova epoca storica per l’umanità. Ma l’Anderscene non è un’era geologica segnata dall’impatto dell’umanità come forza naturale sul pianeta; piuttosto, indica l’inizio di un tempo in cui gli esseri umani possono porre davvero fine al mondo. Con ciò si potrebbe addirittura sostenere che i messaggeri dell’apocalisse prima del 1945 non erano che dei bugiardi, degli indovini o dei truffatori. E infatti, prima del 1945, i messaggeri dell’apocalisse sono tutti accomunati dal profetizzare una possibilità redentrice nella rivelazione apocalittica. Nella giornata del 6 agosto 1945 l’apocalisse, divenuta infine visibile e concreta come opzione reale per tutta l’umanità, si è invece palesata come un’apocalisse senza regno, cioè senza alcuna qualità redentrice. Non c’è utopia al di là o al di qua di questa, c’è semplicemente la Fine. Questo è ciò che la bomba rivelò al mondo il 6 agosto del 1945, non solo morte e inferno piovuto dall’alto, ma un nuovo tempo dell’umanità, il tempo della Fine. Mentre gli scienziati del clima considerano il periodo del dopoguerra come la Grande Accelerazione, da una prospettiva andersiana dobbiamo intendere questo periodo di svolta come quello di un dislivello prometeico e, cioè, come il lasso di tempo definito dalla nostra strutturale incapacità di comprendere la portata delle nostre azioni.

IL DISLIVELLO PROMETEICO

Il dislivello prometeico consiste nella separazione tra la nostra prassi e la nostra capacità di rappresentarla o comprenderla. È, in breve, «l’asincronizzazione ogni giorno crescente tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, la distanza che si fa ogni giorno più grande […] tra fare e immaginare, tra agire e sentire, tra conoscenza e coscienza […]. Non siamo in grado di raffigurarci le conseguenze di quel che noi stessi abbiamo fatto. E allo stesso modo il nostro sentire arranca dietro al nostro agire». Nel corso dell’era tecnico-apocalittica, il rapporto classico tra immaginazione e azione si è dunque completamente invertito. Ciò che rende il cambiamento climatico così inquietante è che non possiamo essere in grado di immaginare l’immensità della catastrofe, «poiché questo nostro compito non consiste più solo nel rappresentarci l’inesistenza di qualcosa di particolare, in un contesto universale supposto stabile e permanente, ma nel supporre inesistente questo stesso contesto e, cioè, il mondo stesso o almeno il nostro mondo umano». Per Anders, si trattava del contesto concettuale dell’azione umana, che non riesce più a dare senso a un gesto – quello atomico – che rende l’attività stessa priva di qualsiasi significato. Per noi, questo contesto universale è quello dell’Olocene, il periodo di stabilità climatica generale in cui si sono evolute le civiltà. Per immaginare l’immensità della nostra catastrofe non è perciò necessario immaginare un olocausto nucleare, ma si deve piuttosto riuscire ad immaginare con precisione come sarà il mondo nel futuro. L’unica cosa che credevamo costante negli ultimi millenni tra le tante variabili degli eventi umani è oggi diventata la variabile più caotica di tutte, sconvolgendo le coordinate su cui si è potuto pianificare il futuro.

SIAMO UTOPIE INVERTITE

Per Anders, il dislivello non è quello tra le visioni grandiose di ciò che vogliamo fare e le misere capacità che abbiamo per realizzarle, ma esattamente il contrario. «Noi siamo inferiori a noi stessi», scrive, «siamo incapaci di farci un’immagine di ciò che noi stessi abbiamo fatto. In questo senso siamo utopisti a rovescio: mentre gli utopisti non sanno produrre ciò che concepiscono, noi non sappiamo immaginare ciò che abbiamo prodotto». Questo utopismo invertito del presente definisce «la situazione morale dell’uomo odierno: la frattura che divide l’uomo (o l’umanità) non passa, oggi, fra lo spirito e la carne, fra il dovere e l’inclinazione, ma fra la nostra capacità produttiva e la nostra capacità immaginativa». È davvero difficile per noi renderci conto di ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo a questo pianeta, nonché a noi stessi e alle generazioni future. I nostri modelli morali e mentali non sono in grado di calcolare la portata della nostra stessa azione. Il dislivello prometeico è tra noi e ciò che abbiamo già fatto; il ritardo prometeico è tra ciò che stiamo facendo e ciò che immaginiamo di fare. Ciò significa: siamo in ritardo per cogliere non tanto ciò che faremo, ma ciò che abbiamo già fatto e prodotto. L’immensità del cambiamento climatico antropogenico sintetizza perfettamente questo dislivello in cui si lotta per venire a patti con ciò che è già stato prodotto. Per Anders è stata la tecnologia moderna a porre questo problema; un problema di fronte al quale si può solo provare una vergogna prometeica, per non riuscire ad essere prestanti come la tecnologia.

UNA VERGOGNA PROMETEICA

Il dislivello tra le nostre azioni e la nostra immaginazione produce un sentimento di vergogna nei confronti di ciò che produciamo. È la vergogna di non essere fabbricati come lo sono i nostri stessi prodotti, la vergogna di essere nati, non fatti, costruiti, fabbricati; vergogna di essere mortali, unici, individuali e, dunque, di non essere immortali e riproducibili come pezzi e merci; vergogna di non essere all’altezza delle macchine, di non essere reificati come loro, di non essere alienati come loro; di aver creato un mondo che non capiamo, con cui non ci identifichiamo, che non controlliamo e non riconosciamo nonostante desideriamo disperatamente farne parte. Questo è un mondo di prodotti serializzati e di apparecchiature tecnologiche che ci sorvegliano, non con amorevole grazia, ma con la distanza di chi non è come noi. La vergogna prometeica è, per Anders, la sensazione che proviamo di fronte a questi prodotti tecnologici. Prodotti davanti ai quali i nostri corpi non appaiono così forti, così belli, così riparabili. È la vergogna per una mente, la nostra, che non è intelligente come la tecnologia, è la vergogna per le nostre parole confuse, per i nostri pensieri imprecisi, per i nostri corpi, gambe e braccia che invecchiano, si indeboliscono, hanno bisogno di cure e di nutrimento. I nostri prodotti tecnologici sono più perfetti di quanto potremo mai essere e, allo stesso tempo, più pericolosi di quanto possiamo immaginare. Questa è una doppia vergogna: la vergogna di non essere i nostri prodotti e la vergogna di provare vergogna di fronte a loro.

ICONOMANIA

Un meccanismo di compensazione contro la vergogna di essere nati e non fabbricati può essere individuato nella dipendenza dalle immagini, in ciò che Anders chiama iconomania. La dipendenza nel guardare ossessivamente noi stessi e gli altri, la dipendenza nella visione delle star di Hollywood, sempre giovani, sempre nella stessa immagine iconica, non è semplicemente un mezzo di identificazione nella rappresentazione rispetto alla realtà, ma un processo rituale di superamento della mortalità. Per Anders, la mania di osservare le immagini di noi stessi, già negli anni Cinquanta, era rivelativo di un tentativo di immortalarci per sfuggire ai difetti individuali e vivere nell’attimo statico della vita eterna catturata nell’immagine. Se per André Bazin le fotografie sono mummificazioni, per Anders significano piuttosto vita eterna: benché una vita già morta, come i prodotti che imitano. Non è esagerato dire che l’iconomania oggi ha superato le fantasie di Anders, diventando non solo un meccanismo di difesa dalla vergogna prometeica, ma il modo fondamentale di relazionarci al mondo. L’immagine non garantisce più un rifugio temporaneo dalla mortalità, ma ci vincola alla realtà predeterminando il nostro comportamento alla sua cattura.

REIFICAZIONE INSUFFICIENTE

Per Anders il problema non è perciò che la divisione del lavoro nella società capitalista ci reifichi, rendendoci così simili a cose. È piuttosto esattamente il contrario: non ci reputiamo sufficientemente simili alle cose:

Con l’ espressione marxiana “reificazione” non si coglie il fatto che i prodotti sono, per così dire, agire incarnato, poiché essa indica esclusivamente il fatto che l’uomo è ridotto qui alla funzione di cosa; ma si tratta invece dell’ altro lato dello stesso processo: e cioè del fatto che ciò che è sottratto all’uomo dalla reificazione, si aggiunge ai prodotti: i quali, facendo qualcosa già per il semplice fatto di esistere, diventano PSEUDOPERSONE

Opporsi all’ingegnerizzazione dei nostri corpi che li rende simili a prodotti non significa voler naturalizzare uno stato “non meglio precisato” dell’essere umano. Si tratta piuttosto di opporsi al tentativo molto moderno di sfuggire alla nostra vulnerabile interdipendenza reciproca, di evitare la fragilità di noi stessi in cerca di riconoscimento sigillando l’ego e l’autostima da qualsiasi disturbo esterno. La vergogna prometeica in tempi di cambiamento climatico ha una funzione simile: la vergogna non per ciò che “noi” abbiamo fatto – perché non l’abbiamo fatto affatto -–ma per il fatto che non possiamo fare nulla, che siamo così potenti nella distruzione ma così deboli nella creazione. Ci vergogniamo di fronte al pianeta per non essere in grado di agire alla sua scala; ci vergogniamo di fronte al futuro per non essere all’altezza delle sue richieste. Per questo la geoingegneria è logicamente inevitabile: è l’unico tentativo di essere all’altezza del disastro superandolo, il tentativo prometeico di rimettere il clima al suo posto, sotto il nostro controllo, per dimostrargli che siamo noi a gestire il nostro destino. Il fatto che la geoingegneria sia di per sé imprevedibile e pericolosa sarà irrilevante per la sensazione di agire. Infatti, “nel momento stesso in cui siamo diventati capaci dell’azione più mostruosa, la distruzione del mondo, le ‘azioni’ sembrano essere scomparse”. La vergogna prometeica di fronte alle nostre azioni mostruose e ai nostri prodotti perfetti converge nell’azione sovraumana della geoingegneria climatica per impedire l’aumento della temperatura globale mantenendo il nostro stile di vita alimentato a combustibili fossili. Come il principio delle armi atomiche per Anders, il principio della geoingegneria è puro nichilismo: “Qualsiasi cosa distruggiamo, per noi è lo stesso”. Contro questo nichilismo dell’immaginazione, che non può immaginare un’alternativa al presente al di là di un’accelerazione dello stesso, Anders ci implora di colmare il divario prometeico ampliando la nostra fantasia: «Il vostro compito consiste nel colmare il divario che esiste tra le vostre due facoltà: la vostra facoltà di fare le cose e la vostra facoltà di immaginare le cose; di livellare l’inclinazione che separa le due: in altre parole: dovete allargare violentemente la stretta capacità della vostra immaginazione (e quella ancora più stretta dei vostri sentimenti) fino a che l’immaginazione e il sentimento diventino capaci di afferrare e di realizzare l’enormità delle vostre azioni; fino a che non siate in grado di coglierla e di concepirla, di accettarla o di rifiutarla – in breve: il vostro compito è: allargare la vostra fantasia morale».

ANTI-APOCALITTICI

Anders ritiene che per la prima volta nella storia del mondo sia possibile una politica anti-apocalittica: «Dal momento che crediamo nella possibilità della Fine dei Tempi, siamo apocalittici, ma dal momento che lottiamo contro questa Apocalisse creata dall’uomo, siamo – e ciò non è mai esistito prima – anti-apocalittici». Qual è il disastro creato dall’uomo contro cui lottiamo oggi?

È il riscaldamento globale del pianeta e, di rimando, le conseguenze sociali ed ecologiche ad esso interconnesse, create da esseri umani per fini particolari. Mentre i movimenti millenaristici del passato cercavano di accelerare invano l’apocalisse, ora questa è effettivamente possibile e coincide, con ogni evidenza, al corso normale delle cose; a meno che non sorgano movimenti per fermarla. Per Anders «le azioni e gli sviluppi politici si svolgono all’interno della situazione atomica», per noi le azioni politiche si svolgono invece all’interno della situazione climatica. «Ciò che stiamo combattendo non è questo o quel nemico, ma la situazione atomica in quanto tale» o, diremmo noi oggi, la situazione climatica in quanto tale. In questa situazione, «le distanze sono abolite […] ognuno è insieme a chiunque altro». Essere all’altezza delle condizioni spaziali di vulnerabilità collettiva significa dunque ridisegnare i confini morali di chi è incluso nella nostra comunità di interessi: «Se non vogliamo rimanere indietro rispetto agli effetti dei nostri prodotti – farlo sarebbe non solo una vergogna mortale, ma anche una morte vergognosa – dobbiamo cercare di allargare il nostro orizzonte di responsabilità fino a farlo coincidere con l’orizzonte entro il quale possiamo distruggere tutti ed essere distrutti da tutti – in breve, fino a farlo diventare globale. Ogni distinzione tra vicini e lontani, tra concittadini e stranieri, è diventata falsa; oggi siamo tutti tra prossimi». Non solo i confini spaziali, ma anche quelli temporali devono essere aboliti. Infatti, per Anders la presenza della bomba annienta anche la distinzione tra generazioni presenti e future, «poiché gli atti commessi oggi (le esplosioni di prova, ad esempio) colpiscono le generazioni future in modo altrettanto pericoloso che le nostre». Ciò significa che «il futuro è già iniziato», poiché «dando fuoco alla nostra casa, non possiamo fare a meno di incendiare anche le città del futuro e le case non ancora costruite delle generazioni non ancora nate, che finiranno così in cenere insieme alle nostre». Per Anders questo incendio era nucleare, artificiale, causato dalla pressione di una serie di pulsanti; per noi, invece, è selvaggio, “naturale”, sintomo di un’atmosfera sovraccarica di carbonio che per generazioni è stato rilasciato dal lavoro dell’industria e dallo sviluppo del territorio. Salvaguardare il futuro per Anders significava prevenire un atto; salvaguardare il futuro per noi significa agire per prevenire. Poiché l’azione è sfuggita al controllo umano ed è passata alle cose, non esiste più una massima universale di volontà. Esiste piuttosto solo una massima universale delle cose: «dobbiamo avere e usare solo quelle cose le cui massime intrinseche potrebbero diventare le vostre massime e quindi le massime di una legge generale». Questo principio per Anders è diretto contro l’uso di armi nucleari, ma possiamo estenderlo a quelle che Marx chiama le forze distruttive delle macchine e del denaro e, più in generale, a tutto ciò che non ha più alcuna funzione nello sviluppo dei bisogni umani.

CECITÀ APOCALITTICA

Di fronte alla cruda realtà di tale minaccia, cosa fanno politici e burocrati? La mandano in commissione, organizzando un campo eccezionale in cui la questione «dell’essere o del non essere» può essere risolta. Per Anders, questa è «una prova fatale di cecità morale», poiché affrontare la realtà della nostra condizione è compito di tutti, non degli specialisti nel campo dei rischi planetari e delle policrisi. Evitare questa cecità non significa soccombere alla paralisi, al pessimismo o al fatalismo, ma avere l’integrità morale di affrontare la crisi con ciò che richiede: la trasformazione sociale.

MORITURI DEL MONDO, UNITEVI

Per Anders, la celebre affermazione di Marx che invita i lavoratori del mondo ad unirsi non ha la stessa valenza in tempi di catastrofe universale, poiché ciò che ci definisce ora non è più una comune capacità produttiva, ma la nostra comune condizione di vulnerabilità. La condizione di essere sempre “sul punto di morire”, morituri, non porta però a un’immediata unità sociale o politica. Per questo Anders chiede uno “sciopero del prodotto”, uno sciopero contro la produzione di un prodotto particolare, le armi nucleari, in linea con quanto fecero i lavoratori tedeschi nel 1917-18, quando si rifiutarono di produrre armamenti per la guerra. È possibile unire i lavoratori morituri intorno alla non produzione di qualcosa? Forse per alcuni, ma la vera sfida non è solo il sabotaggio di un tipo di prodotto distruttivo, ma la riorganizzazione della società attorno a nuove relazioni vitali, che richiederà la creazione di nuovi modi di organizzazione e di pianificazione, e non solo l’interruzione di quelli vecchi.

La vera sfida non è solo il sabotaggio di un tipo di prodotto distruttivo, ma la riorganizzazione della società attorno a nuove relazioni vitali.

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