IL LAVORO COME VALORE

DECOMPOSIZIONE DELLA COSCIENZA E NEGATIVITÀ
ANONIMO

Analizzando i primi discorsi di Macron rispetto la questione del lavoro e dei lavoratori, l’articolo interroga i recenti movimenti di “grande rassegnazione” e “big quit” osservati negli Stati Uniti. Questi, più che dei veri movimenti contro il lavoro in generale, evidenziano l’esaurimento di una critica radicale del lavoro da ricercare nella difficoltà di “oggettivare le lotte”. L’esperienza negativa del lavoro, oggi maggioritaria, ci spinge a pensarci prima di tutto come individui e non più come proletari. Il lavoro come valore è stato originariamente pubblicato su Temps critiques e ripreso da Lundimatin e Il Will. La traduzione è a cura di Archivio Anomia.

 

“QUESTO SONO IO”. IL DISCORSO PERFORMATIVO DEL POTERE 

Con i suoi attacchi contro assistenzialismo e reddito garantito, il discorso pronunciato da Macron il 9 novembre 2021 sul valore-lavoro (o sul lavoro “come valore”) è stato, in prima battuta, poco più di un revival di ciò che Jospin aveva già detto nel 1998 durante il mouvement des chômeurs (movimento dei disoccupati), conclusosi nel 2001 con la creazione di un bonus assunzioni, che si sarebbe gradualmente trasformato in premio di produzione dopo il 2006; e poi, una replica di quello di Sarzoky sul «lavorare di più, guadagnare di più», pronunciato a proposito dell’introduzione di straordinari esentasse. Ciononostante, le misure adottate o proposte oggi (premi di produzione, “indennità inflazione”) contraddicono quanto dichiarato inizialmente da Macron, in quanto investono sull’individuo-consumatore bisognoso piuttosto che sull’individuo produttivo e creativo. In altre parole, non è il valore del lavoro e il conseguente salario («il potere del lavoro» secondo la dichiarazione rilasciata a Le Monde l’11 novembre da Aurélien Purière, direttore della Sécurité sociale) che il governo sta tentando di migliorare, ma il potere d’acquisto stesso, senza che intervenga il minimo cambiamento nel rapporto di potere tra capitale e lavoro. È da questo che dipende l’assenza di pressioni sul capitale e di aumento dello SMIC, mentre compaiono solo calcoli sofisticati, a quanto pare troppo complessi persino per il ministro del Lavoro Bruno Le Maire, cosa che il Presidente intende chiarire. A livello più generale, è la stessa logica che è stata applicata durante il movimento dei Gilet jaunes, ossia la previsione di un bonus suppletivo al premio di produzione e un bonus concesso a titolo eccezionale dal governo Macron.

Ma questa volta, l’iniziativa non è partita dalla MEDEF, e sebbene l’indennità sarà versata concretamente dalle aziende, queste non saranno tenute a versare nessun tipo di contribuzione in quanto sarà lo Stato a provvedervi. Del resto, questa “indennità inflazione” è estesa anche ai lavoratori autonomi e rappresenta l’ennesima ammissione implicita che il sistema salariale non organizza più, tranne che in maniera difettosa, la totalità della forza-lavoro di cui si suppone composta la cosiddetta “popolazione attiva” – un fenomeno che abbiamo denominato la tendenza all’irriproducibilità della forza lavoro. Nell’articolo citato, Purière scomoda Friot, London, e persino il Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 col pretesto di restaurare il potere dei “produttori” sul proprio lavoro contro il “comando capitalista”, come se quel potere fosse mai esistito – chi può dirlo? forse nell’età dell’oro dello Stato sociale, chissà. Ma non una parola, non una riflessione viene spesa riguardo l’inessenzializzazione della forza-lavoro nel processo di valorizzazione. L’ideologia del produttore del XIX secolo e del lavoratore qualificato dei Trente Glorieuse sono evocati parallelamente, sebbene il processo di valorizzazione non sia più, nella sua essenza, un processo di lavoro, nella misura in cui il “lavoro morto” domina sul “lavoro vivo” e in cui il capitale si totalizza nell’unificazione dei suoi processi di produzione e circolazione (la famigerata “catena del valore”).

 

Quello francese è lungi dall’essere un caso isolato, in quanto è in particolare negli Stati Uniti che il fenomeno è apparso su scala ancora più vasta. È qui infatti che si registra un primato nel numero di dimissioni. Secondo le ultime cifre del Department of Labor statunitense, nell’agosto 2021, 4,3 milioni di dipendenti si sono licenziati. Alcuni per cercare posti di lavoro meglio retribuiti, altri nella speranza di cambiare vita. Alcuni economisti hanno iniziato a parlare di «grande dimissione». Ciò che emerge qui, quale immagine in negativo, è che il mercato del lavoro non è affatto un mercato, o in ogni caso, non un mercato come gli altri. Secondo alcune analisi meno fattuali, ad esempio quella di Romaric Godin in Mediapart, troviamo a tratti la rimessa in discussione dell’idea del mercato del lavoro e quella che sia presente una resistenza al lavoro, ma senza andare al fondo della questione, che sarebbe quello di riconoscere che la forza-lavoro stessa non è una vera merce – cosa che, tuttavia, rappresenta la misura minima di coerenza con cui possiamo affermare che non c’è un “mercato del lavoro” o, almeno, che il “mercato del lavoro” non è un mercato come gli altri. A tal proposito un Karl Polanyi ci è molto più utile di Karl Marx.

Nello stesso ordine d’idee, il riferimento all’opposizione lavoro concreto/lavoro astratto operata da Godin non sembra più valida, per quanto potesse esserlo ancora al momento della critica del lavoro messa in pratica dal proletariato degli anni 1965/1975. Oggi, non si tratta più del lavoro astratto che è oggetto di critica – e, in effetti, questo non è mai stato il caso, dal momento che negli anni 1960/1970 era il lavoro “in generale” ad essere messo sotto attacco – ma piuttosto il lavoro concreto, non qualificato e sottopagato. Per questo motivo, quando gli impiegati del settore alberghiero, e soprattutto di quello della ristorazione, rifiutano quella che viene chiamata “la coupure”, in ciò non ritroviamo affatto la critica del lavoro “astratto”, ma solamente una critica del lavoro “concreto”, della sua organizzazione e delle sue restrizioni… senza reali compensi. La stessa cosa si applica, all’inverso, nella battaglia contro le direttive di Macron sul passaggio a 35 ore di lavoro settimanale per tutti i communes: la resistenza non è contro il lavoro in sé, ma si focalizza unicamente sul lavoro e sui privilegi acquisiti.

NON È IL CAPITALE AD ESSERE SOTTO ATTACCO

Ciò che sfugge al pensiero di Godin e compagni è che nel processo produttivo odierno lo sfruttamento della forza-lavoro non è più essenziale alla valorizzazione. Il che vuol dire confondere l’estensione del valore a tutte le attività umane e la capitalizzazione di queste stesse attività, quando è proprio il capitale ad essere arrivato a dominare quasi interamente il valore. Il valore non è certamente scomparso, ma è virtualmente cancellato dai networks e dai rapporti, e opera praticamente in maniera automatica. Il capitale ha potuto perciò emanciparsi dalla “logica del valore” e proseguire il suo caotico corso senza crollare.

Reduci dalla scrittura di un libro sull’operaismo italiano, non possiamo che essere scettici di fronte all’interpretazione secondo la quale le sparute reazioni odierne alla ripresa del lavoro dopo il periodo di isolamento rientrino nella stesso ordine della rivolta e, a fortiori, abbiano lo stesso significato delle azioni della stagione operaista italiana, in cui il contesto era fortemente diverso; un movimento offensivo e piuttosto generalizzato di critica del lavoro a partire dalla condizione dell’operatore sociale e un movimento di profonda rivolta giovanile che è lungi dall’essere rinvenibile oggi e con un rapporto di forza molto differente tra capitale e lavoro.

D’altronde, le informazioni fornite dai media o tramite i social networks a riguardo delle recenti azioni tendono a mischiarle bellamente insieme alle iniziative di “licenziamento” degli Stati Uniti, nonostante i loro motivi siano differenti. Conseguentemente, alcune interpretazioni tendono, più o meno, ad assimilare queste reazioni alle pratiche critiche di turn-over e assenteismo della fine degli anni ’60-primi anni ’70 – come se, in risposta alla flessibilità capitalista, la reazione dei dipendenti fosse, fondamentalmente, la flessibilità operaia teorizzata da Negri negli anni ’70 assieme al suo concetto di imprenditoria politica.

Questo è soprattutto il caso delle interpretazioni che fanno riferimento alla situazione americana senza per questo fare emergere la sua specificità, ossia un rapporto capitale/lavoro su un “mercato” troppo poco regolamentato e ordinato dalla legge generale (dello Stato o Federale), ma fortemente contrattualizzata secondo i precetti del liberalismo. Il risultato è che i capi possono licenziare gli impiegati in ogni momento, e gli impiegati possono (teoricamente) licenziarsi in ogni momento. Ora, nella attuale crisi sanitaria, questa situazione ha innescato il cedimento di questo rapporto, avvertito come occasionale, principalmente in quanto la retribuzione sociale della cassa integrazione non è stata utilizzata, contrariamente a quanto è stato fatto in Europa occidentale. Queste reazioni non sembrano perciò affatto assimilabili al “rifiuto del lavoro” industriale e delle condizioni di disciplinarizzazione della forza-lavoro nelle grandi metropoli, espresso in maniera significativa dagli operai italiani del sud della penisola durante l’ultima offensiva proletaria di vasta potata mai vista (1967-1977). La “rivoluzione del capitale” ha trasformato il lavoro, i tempi del lavoro, il contenuto e la natura del lavoro. Nei paesi/potenze dominanti, il valore non scaturisce pressoché più (o quantomeno, non siamo certo costretti a prendere qui una decisione definitiva al riguardo) dal saggio del plusvalore della forza-lavoro, calcolato secondo una formula matematica discutibile, all’interno di ciò che era un rapporto di produzione fondato e centrato sul processo del lavoro. È semmai dominato dalla capitalizzazione di tutte le attività umane, sia di giorno che di notte. Questo, evidentemente, non vuol dire affatto che lo “sfruttamento” non esista più, nel senso consueto del termine. La capitalizzazione, in questo campo, consiste nell’incorporazione immediata di tutte le attività all’interno del capitale a partire dal momento in cui esso vi assegna un prezzo, senza necessariamente passare attraverso la forma salariale (come nel caso, ad esempio, dei lavoratori occasionali dello spettacolo, lavoratori autonomi, clickworkers, ecc.).

L’ESPERIENZA NEGATIVA

Passando in rassegna le presenti reazioni nei confronti del lavoro, vi troviamo l’eco di una crisi di sofferenza, di frustrazione e di rivolta insieme, e tuttavia questa espressione non è collettiva: è individuale, atomizzata e soggettiva. Vedervi una coscienza collettiva non sarà allora che un’illusione in quanto, tendenzialmente, è proprio ora che la nozione e l’esperienza di una coscienza collettiva risulta alterata, dissolta, decomposta poiché – e proprio a partire dal lavoro –, non abbiamo altro che “esperienze negative”; e negative nel significato originale del termine, non nel senso heideggeriano o marxiano di “negativo all’opera”. Nello stesso modo in cui il proletariato non può più affermare la propria identità operaia, non può più rifarsi alla cosiddetta “esperienza proletaria” di cui hanno parlato sia la rivista Socialisme ou barbarie degli anni ’50 (nel suo undicesimo numero) che gli operaisti italiani degli anni ’60 e ’70. Il lavoratore uberizzato o il micro-imprenditore non sono più la massa operaia, ed essi non compongono neanche più una massa. Nella migliore delle ipotesi possono impastarsi in un’agglutinazione, senza però formare una “moltitudine”. Il nostro abbandono di tutti i riferimenti alla “presa di coscienza” o alla “coscienza di classe” potrà essere letta sotto la (cupa) luce di questo fenomeno di “perdita della coscienza” o, conseguentemente, di ricerca di “altri stati di coscienza”.

In primo luogo, ci sono quelli che commerciano col complottismo nelle sue svariate forme, attraverso i social media e non solo, tanto è grande la perdita di punti di riferimento teorici o di principi politici. Senza pretesa di volerne dispensare in maniera assoluta il movimento dei Gilet jaunes, quest’ultimo aveva avuto quantomeno l’accortezza di non farne il proprio vessillo, e trascendere la virtualità potenziale dei networks attraverso le sue offensive e per la strada; questo aspetto, per quanto riguarda le manifestazioni attuali riguardo il rifiuto dei pass sanitari, è senz’altro molto più discutibile.

Successivamente, senz’altro in maniera più marginale, il fenomeno relativamente nuovo, ma sempre più ricorrente, dei Black Blocs che esprime il rifiuto di definirsi politicamente e di affermare una propria identità come gruppo d’intervento; o l’aumento di rave parties, divenuti free parties, nei quali i partecipanti dissolvono la loro coscienza della realtà e abbandonano la propria individualità per immergersi in un immaginario, pensato come festivo e fuori dal sistema. Malgrado le differenze interne a queste pratiche estremamente diverse, esse manifestano due punti comuni:

  • Il primo è che non sembrano avere alcun sostrato oggettivo: esse esistono esclusivamente nelle loro azioni immediate, come se il loro fondamento fosse come messo tra parentesi. Questo è stato il caso dei Gilets jaunes che, per esempio, tacevano o non perdevano tempo a parlare delle loro attività professionali (non ci si domandava, quale primo approccio relazionale, “che cosa fai nella vita”, in quanto il più delle volte la cosa rimanda al lavoro), preferendo parlare invece delle loro condizioni di vita in generale, e più dal punto di vista di un “sentire” piuttosto che di “coscienza” nel senso usuale di “coscienza riflettente”. Questo “sentire” si può esprimere, come avviene ad esempio negli Stati Uniti, con lo slogan You only live once, o YOLO (“Si vive una volta sola”).
  • Il secondo è che tutte sono innescate da un comportamento individuale che si esprime collettivamente, rovesciando quello che è stato il senso del rapporto collettivo/individuale nei movimenti di classe proletari (il “proletario-individuo” è prima un proletario e solo dopo un individuo, in quanto è sussunto dalla sua classe), e questo perché, a causa del livello raggiunto dal processo di individualizzazione nella società capitalizzata, i proletari sono dapprima individui… in assenza di ogni possibilità di ricomposizione di classe nel senso marxista del termine – vale a dire quella che necessita di condizioni oggettive e soggettive per la propria formazione.

 

È questa la difficoltà a oggettivizzare le lotte e, più in generale, le pratiche e i comportamenti, che fa sì che, nel migliore dei casi – ad esempio per i Gilet jaunes – la tendenza a fare comunità sia passata principalmente dalla comunità della lotta; comunità della lotta che, a quel punto, ha costruito l’oggettivazione di quella lotta, ma una oggettivazione fragile e instabile, in quanto non può che riposare sulla lotta stessa. Può pertanto perdere facilmente il proprio senso, confondendo mezzi e fini, nello sforzarsi di perdurare oltre e dopo il movimento, come quando oggi ciò che resta dei Gilet jaunes tenta di prendere la piazza contro il pass sanitario. Essendo questa oggettività scomparsa, non esprime allora altro che una soggettività come un’altra, senza riferirsi a una determinazione sociale a priori.

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