IL MONDO STA TORNANDO

ABBOZZO PER UN’ANTI-POLITICA
JOSEP RAFANELL I ORRA

 

L’articolo di Josep Rafanell i Orra, Le monde revient. Ebauche d’une antipolitique è stato pubblicato su Lundimatin, #252, il 3 settembre 2020 ed è consultabile su Le monde revient. Ebauche d’une antipolitique. Una versione precedente è stata scritta in occasione degli incontri per l’“appel aux politiques de la terre”. Di seguito la traduzione a cura di Archivio Anomia.

 

 

In un realista non è la fede a nascere dal miracolo, ma è il miracolo a nascere dalla fede.
Fiodor Dostoïevski

Crolli ecologici, implosione sociale, proliferazione di insurrezioni: le giunture del sistema-mondo si stanno scardinando un pò dovunque. Ora lo si inizia a capire: abbiamo creduto nella Natura proprio perché separati da essa, così, allo stesso modo, abbiamo creduto nella Società solo per poter esistere. Ed è questa doppia credenza che abbiamo chiamato modernità che sta oggi irrimediabilmente affondando. Costretti ed obbligati come siamo, percepiamo che i molteplici legami fra gli esseri viventi si stanno sfaldando. Stiamo scoprendo che per non perdere il mondo dobbiamo abitare mondi frammentati, mondi che gli esseri umani da soli non possono più ricomporre. «Nessuno vive ovunque; tutti vivono da qualche parte. Niente è connesso a tutto, tutto è connesso a qualcosa». E così scopriamo anche che la totalità sociale, chiusa in se stessa, è proprio ciò che ci ha escluso dal mondo: la società del resto si è sempre costituita sul rovescio delle molteplicità. Dunque come potremmo ignorare il fatto che, ancora una volta, occorra trovare modi cosmomorfi, sempre localizzati, di fare comunità? In questo senso sembra si debba addirittura prestare una qualche attenzione alle forme di vita multi-specie che emergono nella proliferazione dei disastri; come, ad esempio, ad alcuni funghi che inaspettatamente costituiscono nuove comunità nelle foreste devastate dell’Oregon. Del resto – o, perlomeno, così sembra recitare un insistente ritornello – d’ora in avanti bisogna imparare a vivere tra le rovine. E tuttavia, proprio il fatto che i frammenti del mondo ormai devastato rimangono abitabili, continua ad offrire lo spazio a nuove opportunità di appropriazione economica. Insomma, alla fine anche il matsutake tricholoma, vero guest star dell’ultima letteratura dei disastri, finirà la sua avventura in qualche lussuoso ristorante in Giappone. Vedere quindi in questa bella storia «la possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo» richiederebbe o l’ottimismo smodato di qualche accademico, o – come capitato in altri tempi e in altre occasioni ormai anacronistiche – una certa determinazione a rovinare tutto ciò che sta rovinando il mondo. A quanto pare sembra che anche i soggetti rivoluzionari, in quanto soggetti di emancipazione sociale, siano ormai entrati in una crisi irresistibile.

E così se ne conclude che anche il mondo frammentato tanto impazientemente celebrato è governato dall’economia. Ed anzi, la sua frammentazione non prelude affatto alla sua de-totalizzazione. Contro quanto sostenuto da Haraway si potrebbe anzi affermare che tutto, ogni cosa, ogni essere, rimane legato alla Totalità proprio in virtù delle mostruose operazioni di composizione capitalista. Dovremmo perciò accontentarci di indagare i mondi moribondi dell’interdipendenza tra umani e non-umani? Magari recitando la parte di diplomatici multi-specie in qualche nuova scena nel teatro della rappresentanza politica? Dovremmo considerare la ‘santa rabbia’ o, peggio, l’odio sociale come una discutibile forma di maleducazione cosmopolitica? Questo significa però dimenticare un fatto sociale davvero elementare: finché ci saranno esseri umani che pretendono di governare gli altri, finché ci saranno istituzioni sociali con i loro pretendenti alla rappresentanza, ci sarà l’odio verso coloro che rifiutano di essere governati.

Per secoli siamo stati separati dal mondo della ‘natura’. D’altronde la natura come mondo non può esistere se non ne facessimo parte. Alla stesso modo oggi veniamo invece espropriati della nostra appartenenza al ‘mondo’ sociale. Ed infatti anche nei centri del mondo le garanzie di un progetto di vita capace di integrarsi per tutti con la gloriosa marcia dell’economia sono definitivamente tramontate. Ma abbiamo mai davvero fatto parte della società economica? È mai stato davvero un mondo abitabile? La situazione paradossale in cui ci troviamo a vivere è che oggi è proprio l’espropriazione sociale a rendere possibile il risorgere di nuove comunità. Gli espropriati potrebbero dire delle espropriazioni che: “sono diventate per loro un mero dato, una specie di condizione a priori. Ma anche che non rivendicano più alcun diritto su di loro”. Privati del mondo sociale, possiamo di nuovo cominciare ad esistere realmente, in questo o quel modo, in questo o quel mondo: «Non c’è un solo modo di esistenza per tutti gli esseri che abitano il mondo, così come non c’è un solo mondo per tutti questi esseri». C’è sempre un resto e questo resto è il nostro disadattamento. È dal disadattamento sociale, dal rifiuto delle proprie identità, che nasceranno le rivoluzioni che intendono fermare la distruzione.

 

* * *

Stranamente – e nonostante il ciclo ininterrotto di insurrezioni che dai sabotaggi di massa delle riunioni dei leader mondiali a partire dagli anni ’90, giunge fino alle primavere arabe e alle occupazioni di piazza di più di dieci anni fa – il corso dell’esperienza rivoluzionaria si è pressoché arrestato. Ma non è qui furiosamente all’opera solamente l’offensiva liberal-fascista. Anche le nuove ecologie politiche, con la loro restaurazione della rappresentanza, stanno ostinatamente contribuendo al declino dell’esperienza rivoluzionaria. Sembra ormai che la rappresentanza si debba espandere su scala cosmologica! Ma vale la pena ripeterlo: i nostri nemici sono sempre stati i rappresentanti che, al posto dell’appartenenza alle comunità che si fanno, si arrogano il potere di dirci ‘ciò che è’ – soprattutto rispetto i futuri incerti. Ma la comunità è irrappresentabile. Le apparteniamo attraverso la costruzione di relazioni che singolarizzano gli ambienti. E ci ribelliamo quando questa possibilità ci viene negata.

Le scene della politica rappresentativa, con i suoi soggetti, sembrano essere dunque arrivate alla loro fase terminale. E con loro affonda il sogno dell’autonomia come distacco dai legami che singolarizzano i mondi. È la divisione organizzata in un faccia a faccia sociale che non sembra proprio più funzionare. Che senso ha quest’organizzazione ora che sappiamo bene che dobbiamo uscire dalla società? Non è che i nemici non esistano più, tutt’altro. I nemici sono, come sempre, quelli che difendono la società. Sono, oggi come ieri, i nemici della molteplicità; i fanatici militanti di un’economia che può essere solo sociale. Del resto il capitalismo non è solo un sistema economico ma anche una società da governare. Così, oggi come ieri, i nostri nemici sono ben identificabili. Di più, ci vengono riproposti ogni giorno. Ed anzi, una delle fonti di maggior disgusto che emana la nostra epoca è proprio il fatto che siamo ancora costretti a sopportare la loro grottesca agitazione nel triste scenario della rappresentanza politica.

Dunque, a che punto siamo? Si deve proprio scegliere tra mondi senza divisione e divisione senza mondi? Per uscire da questa aporia bisogna mettere definitivamente fine alla politica la cui scenografia eterna è stata fissata dal demos greco. Farla finita quindi con i suoi pretendenti predatori, con i funzionari competenti che denunciano l’incompetenza degli altri, con i governanti e i governati. Nonché con le sue postazioni commerciali in giro per il Mediterraneo. D’altro canto Détienne Marcel ci aveva ammonito sin dalle prime pagine di Les dieux d’Orphée del contrasto esistente tra le forme di vita che sussistevano negli ibridi e nei misteri della khôra da un lato e l’assemblea dei rivali nella polis dall’altro; la prima era «un tipo di vita assolutamente separato da quelli che nascono cittadini programmati, addestrati ad uccidersi intorno ai loro altari insanguinati». O, detto in modo più diretto: «La democrazia è la forma di organizzazione adeguata, ossia la più efficace, a una collettività di predatori». Può essere che questa antichità fondatrice sia stata alla fine «un profondo errore». In un regime politico, facciamo sempre bella figura davanti allo specchio nel quale guardiamo e che riflette solo noi stessi. Oppure ci sacrifichiamo in nome di quelli che dovrebbero essere i nostri simili e ai quali dovremmo riunirci, ma con cui, in definitiva, non sappiamo più vivere. Per questo non abbiamo davvero più bisogno di assemblee in nome di idee politiche, ma di comunità di pratiche. La comunità non emerge mai in nome di un’idea – nemmeno quella di uguaglianza –, ma dalle interdipendenze tra gli esseri e dall’intreccio dei loro modi di esistere. È solo con le pratiche di assemblaggio che è possibile annullare la violenza di una relazione sociale chiusa nelle sue identità. L’uguaglianza non può nascere solo attraverso l’esperienza delle differenze.

Il che implica che non ci sono identità se non quelle dei nostri nemici. Non possiamo permetterci che la nostra parte, la parte degli amici, sia costantemente devastata da identità sociali esasperate come nuovo marchio della scena politica. Abbiamo imparato che solo la non-identificazione segna l’irruzione che annulla l’ordine di polizia. ‘Gli strumenti del padrone non distruggeranno mai la casa del padrone’, recita l’ormai famoso adagio; ma come possono nascere processi di non-identificazione se non sono stati preceduti prima da nuove configurazioni d’esperienza? Sia chiaro: contro le polizie non c’è spazio per una politica delle identità, ma solo per una politica delle comuni [communaux] in costruzione. La questione non è quindi ‘io sono questo o quello’, sempre tormentato dal non essere mai sufficiente ma, piuttosto, ‘cosa divento nella variazione infinita delle relazioni tra gli esseri’?

* * *

La questione rimane decisiva. Se la comunità è l’affermazione di forme di vita condivise, è altresì il luogo del confronto con ciò che ne nega la stessa possibilità. Le insurrezioni non sono finite, ma come uscire dal cerchio che dalla destituzione passa successivamente a nuove forme di costituzioni sociali le quali, sempre nuovamente ci lasciano assenti dai mondi plurali della vita comune? All’indomani dell’ultima rivolta libanese su Mediapart ci si chiede preoccupati: «Lunedì sera, il primo ministro Hassan Diab ha annunciato le dimissioni del suo governo, abbandonato dai partiti che lo avevano inizialmente sostenuto. Ma chi lo sostituirà?». Contro ogni evidenza, contro la disperazione della politica, per le vite degne di essere vissute c’è solo una risposta: la Comune, l’indefinito come potenziale rivoluzionario, le quasi-cause contro ciò che appare come l’evidenza del già determinato – di nuovo la governabilità. Perché non c’è proprio niente da sostituire. Niente da rappresentare. Tutto deve essere creato e ricreato. Siamo gli eredi di storie sconfitte. Ai nostri amici comunisti vorremmo quindi ribadire: “Noi non rappresentiamo niente, nessuno e nessun essere. Cominciamo piuttosto a disegnare il tessuto delle nostre interdipendenze, sperimentiamo forme di ospitalità, organizziamo modi concreti di collegarci e allearci. Amici comunisti, non candidatevi mai!”.

Il che equivale a dire, come osservò un amico, che non abbiamo più bisogno di costituzioni sociali ma di geografie. E ogni geografia si costituisce nei modi di abitarla come tanti comuni in costruzione. Sono le eteronomie locali che ci permettono di affrontare l’eteronomia imposta dalla governamentalità. Possiamo nutrirci, riscaldarci, curarci, riappropriarci delle tecniche, spostarci, accogliere lo straniero e i suoi mondi. Sappiamo che possiamo se creiamo le condizioni per i nostri incontri.

Stiamo entrando in un’epoca di caos e confusione senza precedenti. Probabilmente si è ormai giunti all’intensificazione della distruzione e alle sue sequenze anaforiche. Ma in questo collasso generale si è anche dischiusa la possibilità di nuove creazioni. Non ci sarà più spazio per un piano di coerenza o per una rigida teoria capace di cogliere lo sfacelo, non ci sarà più spazio nemmeno per l’istituzione di un fronte comune, o per la convergenze di lotte orientate sulle identità sociali e sulle loro idee. Ma quale liberazione! Del resto se il mondo sta tornando dalle macerie, sta tornando comunque in frammenti. Ed è solo attraverso questi che si possono stabilire nuove forme di legami. Rimane cioè un caleidoscopio di mondi da comporre. Stiamo ormai superando tutti i limiti del mondo totalizzato con le sue divisioni metafisiche. Possiamo definire questa nostra situazione come cataforica. È la catastrofe che ci trascina, che ci spinge dall’alto al basso, dal cielo delle idee alla terra che dobbiamo abitare. Ed è dal basso, attraverso una radicalizzazione delle esperienze “terra-terra” che dobbiamo oltrepassare il limite della rappresentazione, le sue assemblee tossiche, per poter così contribuire al ritorno dell’infinita variazione dei mondi. Passo dopo passo, occorre sottrarsi all’ossessione di quella linea di demarcazione che dovrebbe riunirci in astrazioni mortali. Il binomio costruzione-destituzione segna la fine del regno della politica. Nulla, né alcuna urgenza, possono distoglierci dalla necessità della destituzione come esperienza antipolitica. E per prima cosa si deve cominciare destituendo proprio il linguaggio rappresentativo che si è insinuato surrettiziamente in ogni dove.

A forza di pressare il linguaggio in questo modo, il pensiero non può più accontentarsi del supporto delle parole; deve insorgere per cercare la sua soluzione altrove. Questo ‘altrove’ non deve essere inteso come un piano trascendente, un misterioso dominio metafisico; questo ‘altrove’ è ‘qui’, nell’immediatezza della vita reale. È da qui che parte il nostro pensiero, ed è qui che deve tornare; ma dopo quali deviazioni! Prima per vivere, poi per filosofare; ma soprattutto per vivere ancora. 

Uscire dalla gigantomachia multisecolare: Natura, Società, Istituzione, Politica, e tornare così alle regioni formative dell’esperienza. Occhi puntati lontano, ma per costruire qui, per tramandare, accogliere, tradurre, riscoprire il senso della proporzione, vivere la condivisione come un onore. Animare il deserto che ci è stato lasciato in eredità, ritornare sui nostri passi coltivando l’attenzione alle relazioni tra gli esseri per poter accedere al divenire delle nostre vite comuni. Farla finita con la politica è il modo più sicuro per smettere di essere governati. Combattere, sabotare, distruggere, creare, costruire, amare; partire per poter tornare. Non stiamo parlando di nient’altro che del comunismo. Ma il comunismo non è mai stato un’idea,  ma risiede nelle pratiche comuni. E nella convinzione che è dalla fede che nasce il miracolo. Torniamo ad essere realisti radicali.

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