INFERNI LIBERALI

TEOLOGIA E POLITICA DEL GENOCIDIO
IAN ALAN PAUL

C’è una sinistra intimità tra la santificazione della terra e la segregazione di un campo di detenzione; c’è una inquietante corrispondenza tra la promessa dell’elezione e l’economia che impone ovunque gerarchie in ogni ambito della vita. C’è anche una stretta e infernale corrispondenza tra la teologia, la morale e le norme neoliberali e l’amministrazione, l’organizzazione e la giustificazione della violenza. In questo articolo, intitolato Liberal infernos e apparso originariamente sulla rivista Ill Will, Ian Alan Paul prova a interrogarsi sul nesso tra genocidio e ordine neoliberale, analizzando la natura teologica e politica, giuridica e poliziesca  di questo rapporto. Infine, come può una rivolta arrestare l’inferno? Traduzione di Nigredo.

 

L’ordine liberale che supervisiona e amministra il genocidio in Palestina è costituito dal connubio tra valori egualitari e violenza sterminatrice, dall’intimo accoppiamento tra i diritti che si suppongono sacri e l’inferno che scatena sul mondo. Le armi devono continuare a essere fornite, così come il loro uso deve essere denunciato e condannato. Le manifestazioni devono essere celebrate, mentre si deve dare l’ordine di soffocarle con i gas lacrimogeni. In questo modo tutto brucia due volte, come combustibile dell’ideologia liberale e come combustibile della carneficina liberale, alimentando un inferno le cui fiamme divampano sempre più democraticamente. Se non è necessario risolvere la tensione formale tra i suoi ideali astratti e le sue realtà violente, è perché il liberalismo è l’elaborazione indefinita di questa contraddizione.

Per ogni costituzione santificata, c’è un campo di detenzione che non chiuderà mai; per ogni uguaglianza promessa, c’è un’economia che impone le sue crudeli gerarchie in ogni ambito della vita; per ogni norma civica, un’orda di poliziotti che marcia per le strade ubriaca di potere

L’ordine liberale si erge a paladino della morale in un mondo in cui si accumulano macerie e si scavano tombe ovunque. Offre spazio al rimpianto e al rimorso in un mondo in cui le macchine della morte di massa asfissiano un numero sempre maggiore di vite. La desolazione bruciante dell’ordine liberale arde in organizzazioni come la Corte Penale Internazionale, che documentano ogni singolo dettaglio del genocidio in corso solamente per poi archiviarli per una futura revisione.

È tenuta accesa dai capi di Stato che parlano del sacro diritto all’autodifesa nazionale, mentre ordinano a coloro che vivono sotto le ondate di violenza genocida di attenersi rigorosamente alle regole della guerra. Anche i presidenti delle università fanno la loro parte per mantenere l’inferno, invocando la necessità di preservare un ambiente di apprendimento sicuro mentre posizionano cecchini sui tetti dei campus e chiamano la polizia antisommossa per trascinare via i loro studenti. Proprio come Tommaso d’Aquino immaginava che i salvati non avrebbero provato nient’altro che gioia guardando dall’alto i dannati che bruciavano per l’eternità, i liberali nutrono le loro anime immacolate mentre guardano serenamente il loro ordine sociale trasformare sempre più il mondo in cenere. Il paradiso è poco più che il mezzo per gestire e mantenere l’inferno che ovunque incendia.

È una squallida ironia che i regimi liberali che si hanno definito la propria identità attraverso la loro opposizione ai genocidi del XX secolo ora cooperino risolutamente tra loro per facilitare il genocidio nel XXI. In effetti, chi ancora difende il liberalismo dovrebbe chiedersi non perché l’ordine liberale non sia riuscito a porre fine al genocidio in Palestina, ma perché l’ordine liberale lo sostenga e lo appoggi così volentieri. Le alleanze restano salde, i supporti logistici rimangono stabili e costanti, le rotte commerciali scorrono regolarmente, il sistema internazionale sopravvive, mentre un intero popolo viene sepolto sotto le macerie. Che cos’è il liberalismo se non la richiesta di rispettare i suoi processi, di seguire le sue regole e di inchinarsi ai suoi leader eletti, anche quando le sue forme di devastazione bruciano senza ritegno? Per rimanere una società libera e aperta, la popolazione deve essere brutalizzata e le prigioni devono essere riempite. Per difendere i diritti umani universali, le uccisioni devono continuare a ritmo costante. Per salvare l’anima del liberalismo, nessuno che esca dalle righe può essere risparmiato. Questa è la realtà dell’ordine liberale di oggi: una violenza travolgente e implacabile messa in atto da coloro che dicono “mai più”.

Il liberalismo vede la rivolta come qualcosa che era necessario nel passato, ma che è sempre troppo estremo ed esplosivo per il presente. La ribellione ha il suo valore, ma solo come memoria. Quando prende vita come un accampamento in un campus o una marcia che si riversa per le strade, deve essere rapidamente repressa. C’è una forma spettacolare di cattura operante nel liberalismo, che aspira a neutralizzare ogni rivolta trasformandola sempre più in un’immagine, in una storia addomesticata che può essere esibita nelle sale del potere, in una resistenza che è stata con successo relegata al passato. L’immaginazione liberale celebra la rivolta come qualcosa di rappresentato mentre lavora assiduamente per pacificare la sua realtà presente, cerca di bruciare il suo potenziale per poi archiviare ed esporre le ceneri rimanenti. Mentre vengono spruzzati con lo spray al peperoncino e legati con la zip, i manifestanti vengono istruiti a sottomettersi e ad arrendersi alla loro sconfitta di oggi, in modo da poter essere riconosciuti come giusti domani; a pentirsi ora, in modo che quando la lotta sarà finita e avranno perso potranno essere redenti di nuovo. La recente ondata di agitazioni contro il genocidio in Palestina non è stata immune da questa confusione, che funziona come una forma di pacificazione interna. Il liberalismo trionfa laddove coloro che scendono in piazza sono convinti di subordinare l’atto di resistenza alla sua apparenza come rappresentazione, credendo che la rivolta contro il potere sia in definitiva solo un mezzo per essere riconosciuti dai potenti.

L’aforisma di Hannah Arendt, secondo cui “il rivoluzionario più radicale diventerà un conservatore il giorno dopo la rivoluzione”, rivela solo l’estensione della colonizzazione culturale nella comprensione delle rivolte portata avanti dal liberalismo, fino al punto in cui ogni forma di resistenza può essere contemplata solo come un altro dialogo con il potere che aspira unicamente ad essere rappresentato al suo interno, un’altra immagine da incorporare nel panorama della governance liberale. Il coro The Whole World is Watching, che si sente regolarmente durante le manifestazioni mentre le persone vengono trascinate nel retro dei furgoni della polizia, mostra quanti hanno già imparato ad abbracciare se stessi come immagini. Il problema, naturalmente, è proprio che la gente sta solo a guardare, che anche gli aspiranti insorti intendono l’essere visti come un fine in sé, che il desiderio di essere riconosciuti usurpa il desiderio di ribellarsi.

La redenzione della rivolta messa in atto da parte del liberalismo è ciò che gli permette di chiedere perdono per tutti i suoi peccati, di essere perpetuamente purificato e rinato. La penitenza che paga per tutti i suoi torti storici diventa una fonte non solo di consacrazione, ma di auto-rinnovamento. La dominazione passata viene riconfezionata in materiale di marketing, monumenti e musei, prove del progresso dell’ordine liberale verso la perfezione. Le teste spaccate dalla polizia a Selma sono presentate come la testimonianza di un’America post-razziale, piuttosto che come una voce in un archivio di brutalità razziale che continua ad espandersi. Così come le società liberali ricordano sempre la loro violenza passata per affermare di aver liberato il mondo da essa, insistono sul fatto che la loro violenza presente è parte integrante dell’ordine liberale che deve essere preservato per poter perdonare la violenza ancora una volta. Ogni ordine liberale aspira a dominarci senza sembrare di starlo facendo, a reprimerci presentandosi come l’ultima difesa contro la nostra repressione.

Sulle vetrate colorate delle cattedrali del liberalismo sono raffigurate unità di combattimento tutte al femminile che bombardano campi profughi in lontananza, aziende produttrici di armi con consigli di amministrazione demograficamente diversificati e inclusivi, guardie carcerarie che si addestrano a rivolgersi ai detenuti con i loro pronomi preferiti mentre li chiudono in cella ogni notte

Incorporando il mondo nelle sue fiamme sempre più inclusivamente, l’inferno si allarga di giorno in giorno. Diversificando ciò che brucia, le soggettività razzializzate, di genere e di classe che sono i punti focali delle fiamme possono continuare a essere bruciate. Sebbene il liberalismo non possa promettere di mitigare la sua violenza, si impegna a rappresentare e riconoscere più equamente tutti all’interno del suo schieramento. Tutto può essere arruolato e reso parte della narrazione. Lasciamo che l’energia indisciplinata della rivolta bruci, in modo che dal fumo possa emergere un santo docile al suo posto. L’ideologia del liberalismo funziona anche in un terzo modo, come arma di contro-insurrezione, quando viene impiegata per aiutare a incorporare e riassorbire l’energia della rivolta. Il suo intervento mira a frammentare la rivolta, generando e poi acuendo le divisioni tra i salvati e i dannati, tra le voci della ragione e le grida della follia, tra il manifestante benedetto e il rivoltoso maledetto. Quando le autorità liberali aprono un dialogo con i cosiddetti rappresentanti di una rivolta, il loro obiettivo primario è indirizzare parti della rivolta contro se stessa. Prima di inviare la propria polizia, è spesso utile introdurre nuove linee di divisione reclutando nuovi agenti all’interno del movimento, sotto forma di manifestanti che hanno scelto di negoziare, accettare concessioni e, in ultima analisi, cooperare con la loro stessa repressione. Ci viene detto che se non troviamo il nostro giusto posto nelle fornaci, se non contribuiamo a mantenere i fuochi accesi ininterrottamente, potremmo ritrovarci consumati al loro interno. Tutti possono diventare martiri. All’inferno c’è abbastanza spazio per tutti.

Perché la rivolta rimanga un’arma, perché rappresenti una qualche minaccia, è necessario rompere l’incantesimo del liberalismo. Non abbiamo tempo da perdere per rincorrere il conforto di essere riconosciuti come virtuosi nella sconfitta, di apparire dalla parte giusta della storia mentre la storia arde e brucia indifferentemente davanti a noi. Il successo non si misurerà in base al grado di rappresentazione che otterremo dal potere o al grado di accumulazione della rivolta come immagine, ma solo in base all’abolizione di qualsiasi potere che possa sperare di riconoscerci.

 

Affrontare l’ordine liberale richiede innanzitutto di riconoscere che il liberalismo non si oppone all’autoritarismo, ma solo all’anarchia, a ciò che rimane incommensurato e quindi dissolve il potere in quanto tale.

 

Sebbene l’autoritarismo sia per molti versi distinto dal liberalismo, entrambi condividono lo stesso amore per il potere, entrambi mantengono l’inferno acceso, sebbene con mezzi diversi. Mentre l’autoritarismo può rispondere alla rivolta solo affrontandola direttamente, la capacità del liberalismo di incorporare e recuperare la rivolta rappresenta una forma più sviluppata di potere. In ultima analisi, tuttavia, sebbene l’ordine liberale trovi occasionalmente necessario condannare gli eccessi dei regimi autoritari, rimane desideroso di cooperare e formare alleanze con essi. L’anarchia, invece, il movimento di destituzione di ogni forma di potere costituito, è qualcosa che il liberalismo non è in grado di catturare né di consumare come carburante. L’anarchia è proprio ciò che si rifiuta di essere rappresentato e riconosciuto, ciò che non può essere definitivamente raffigurato o digerito o deformato in immagine. L’anarchia può essere intravista solo quando salta nelle fiamme dell’inferno per affrontarle. Poiché non può essere recuperata, perché è troppo profana, il liberalismo sottopone l’anarchia alle forme più estreme di violenza e repressione, quelle che mirano semplicemente a cancellarla dalla Terra e a negarle ogni possibile vita ultraterrena. Ecco perché quando il liberalismo reprime l’anarchia – sospendendo tutti i diritti, abbandonando ogni parvenza di norma, scatenando liberamente la sua violenza – può essere facilmente scambiato per autoritarismo. L’affissione di volantini comporta un’accusa di terrorismo, la raccolta di denaro per le spese legali provoca l’irruzione della polizia in casa e ad un accampamento in una foresta per fermarne la distruzione viene risposto con un’esecuzione. Anche solo porre la domanda “Cosa state facendo?” ai teppisti dell’ordine pubblico liberale mentre brutalizzano qualcuno per strada può far finire sbattuti sul cemento e ammanettati. Il liberalismo non può tollerare ciò che si rifiuta di stare al gioco, ciò che sceglie di rispondere e relazionarsi direttamente con il mondo piuttosto che rinviare, capitolare e sottomettersi a ciò che lo rappresenta e lo reprime così densamente.
È proprio perché sfugge all’essere integrata come un altro pilastro dell’ordine liberale, perché resiste a essere contenuta e controllata, che l’anarchia continua a rappresentare una tale minaccia. Quando una nave tenta di partire con le munizioni, l’anarchia emerge come chiusura del porto. Quando un accampamento universitario viene disperso con la violenza, l’anarchia emerge come moltiplicazione di nuovi accampamenti. Quando un autobus si riempie di arrestati, l’anarchia emerge come blocco che impedisce all’autobus di portare tutti in prigione. Quando qualcuno viene preso per strada da un poliziotto, l’anarchia emerge come la folla circostante che lo libera. Quando i funzionari cercano di creare distinzioni tra manifestanti legittimi e illegittimi, l’anarchia sfuma i confini del conflitto, rimescola le coordinate della posta in gioco e invita sempre più persone a partecipare alla lotta. Quando le autorità esigono che tutti si identifichino, l’anarchia emerge come le maschere che vengono calate sui volti di tutti. E quando la controparte chiede di negoziare con i rappresentanti della rivolta, l’anarchia emerge come la risposta che “nessuno potrebbe mai rappresentarci”. Per l’anarchia non c’è bisogno di essere redenti o resi giusti, non c’è desiderio di essere benedetti o di ascendere a un posto più alto, ma solo una lotta contro il potere ovunque il nostro mondo e i suoi abitanti continuino a bruciare. Una volta cominciato, un genocidio non si esaurisce mai, è sempre in grado di trovare qualcos’altro da consumare.

L’inferno si espande, incendiandosi sempre di più, mentre l’ordine liberale si adopera per garantire che le fiamme brucino in modo inclusivo e senza discriminazioni. I genocidi finiscono solo quando vengono sconfitti, quando sono costretti a fermarsi. All’interno della rivolta contro l’ordine liberale, c’è una coreografia insurrezionale ed empia (priva di pietà) che lavora per smantellare l’inferno che il potere ha costruito ovunque, che aspira a destituire tutto ciò che domina e quindi a distruggere tutto ciò che tiene acceso l’inferno. Una ricchezza più grande di quella che si potrebbe trovare in paradiso attende coloro che osano spegnere ciò che incenerisce così liberalmente tutti noi.

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