ARCHIVIO ANOMIA

INFRASTRUTTURE DEL TERRORE
GOVERNO DELLA PAURA E FRANTUMAZIONE DEL MONDO
JOSEP RAFANELL I ORRA

La società liberale è in caduta libera. Nel momento in cui la finzione di una totalità sociale si sgretola, ci troviamo di fronte a due forme di frammentazione: una progettata per terrorizzare le anime e mobilitare i corpi attraverso una costante esposizione alla vulnerabilità; un’altra che emerge dalle crepe dell’ordine economico, attraverso il ripristino di un tessuto comune di vite e anime, fino a quando, frammento dopo frammento, un nuovo mondo sembra sorgere. Pubblicato nel maggio 2024 su Lundi Matin e, successivamente, su Ill Will, Contre le liberal-fascisme è stato scritto per accompagnare la traduzione spagnola di Fragment the World di Josep Rafanell i Orra .

FRAMMENTARE IL MONDO, ANCORA… 

Dalla pubblicazione francese di Fragmenter le monde, nel 2018, lo sconcerto causato dai molteplici disastri che si sono succeduti ha definitivamente paralizzato non solo ogni idea teleologica di progresso che era già moribonda da tempo, ma anche l’idea teleologica delle antiche tradizioni rivoluzionarie. È uno strano privilegio quello di tornare su un libro scritto appena pochi anni fa e constatare così tante ferite in così breve tempo; un tempo che annuncia altrettanti cataclismi a venire. Nella fase terminale della modernità che stiamo vivendo, un regime di super-accelerazione ci rinchiude paradossalmente nella prigione di un presentismo nauseabondo. Domani è già oggi. Dobbiamo rallentare. Bloccare la macchina. Dare fuoco al presente per aprire una molteplicità di tempi. Andare altrove. Ma non ci sembrano essere altri posti dove andare che non siano già soffocati tra le spire della violenza della metropolizzazione planetaria. Di conseguenza, se dei gesti rivoluzionari possono ancora essere rinnovati, questo è possibile solo facendo sorgere questo Altrove nel nostro qui e ora, estendendo e differenziando i mondi quotidiani che condividiamo. Nel regime universale della sovraesposizione del Sé che disanima il mondo, ciò può essere realizzato solo forgiandoci segretamente un’anima attraverso l’incontro con altre anime. Sin dalle prime pagine di questa breve opera si annunciava che sarebbe stato necessario d’ora in avanti prendere atto della totalizzazione del mondo nella sua fusione tra storia ed economia. La storia stessa, trascendendo la storicità delle sue formazioni sociali, è in procinto di sussumere la storia geo-biologica della Terra. Quest’ultima, nelle differenti versioni della sua intellegibilità (Antropocene, Capitalocene, Plantagionocene, Nosocene, Necrocene), quale origine di tutte le paure umane, non fa altro che arruolare tutti gli altri esseri viventi per il suo macabro viaggio. Il risultato è che siamo arrivati a credere che gli esseri umani, in quanto tali e senza distinzioni, siano diventati la part maudite della storia. Nel caos in cui si oppongono i due poli imperiali nelle loro incerte ricomposizioni, riappare lo spettro di una conflagrazione mondiale. Non ci viene risparmiato nemmeno lo scenario ormai datato dell’annientamento nucleare.

È nel contesto di un inarrestabile declino dell’Occidente, che aveva creduto di poter colonizzare l’intera Terra per l’eternità, che riappare lo spettro dell’escatologia, accanto alle figure evanescenti dei suoi sommi sacerdoti – i militanti dell’economia – che pretendono ancora di governare il mondo.

INFRASTRUTTURE E TERRORE

La distruttiva infrastruttura del mondo che si estende su tutta la Terra è diventata oggi completamente autonoma, mentre la società, nella sua ultima versione quale mostruosa ecclésia delle reti, sta per implodere, diventando ingovernabile. Come ormai sappiamo bene, le autorità di governo, che ci piaccia o meno, non sono niente più che amministratori del disastro, anche se continuano a tramare per schiacciare ogni ostacolo al rullo compressore delle fabbriche di valore e della loro allucinata ingegneria sociale. Il sistema-mondo capitalista, ormai allo stremo, ci sta portando verso il compimento della sua celebre profezia: l’avvento della fine della Storia. Più precisamente, ciò a cui stiamo assistendo in modo spettacolare è piuttosto la fine di una storia: quella della società e dei suoi soggetti, con la loro autoproclamata autonomia che aveva pensato di poter trascurare le interdipendenze – tra gli uomini, tra questi e gli altri esseri, tra tutti gli esseri e gli ambienti di vita in cui si trovano ad esistere. La patologia dell’individuo autonomo, il delirio della sua autodeterminazione, non può che sfociare nella creazione di masse fascistizzanti atomizzate. Nelle ultime metamorfosi della storia sociale, siamo passati da un regime di accumulazione attraverso l’integrazione, con il suo patto implicito che permetteva di assegnare un posto a chiunque (ma che, a dispetto delle apparenze, rimaneva fondato su delle divisioni), a un regime radicalmente escludente, senza più alcuna parvenza di un contratto sociale. In questo contesto, alla governamentaliità non resta che reinventare nuove connessioni tra lo Stato e l’economia.

È questo il ruolo della transizione ecologica e del Green New Deal come tecniche di gestione del collasso e del rilancio con nuove opportunità offerte alle imprese di accumulazione. Si tratterà cioè di promuovere delle protesi cibernetiche per un’umanità ridotta, con l’estensione totalitaria di un connessionismo che produce masse atomizzate che si dimenano nelle reti sociali. Al tempo stesso crescerà in modo esponenziale il business della sorveglianza e della prevenzione, che avrà il compito di trasformare i soggetti governati in devianti virtuali e in potenziali nemici, malati e terroristi. Nell’epoca del caos e della ripolarizzazione imperiale, questa stessa ricetta ridefinirà anche il ruolo dell’industria degli armamenti. In definitiva, si tratta di modellare una popolazione mondializzata composta da miliardi di zombie, di imprenditori di sé incollati agli schermi. Esseri che si credono ubiqui, ma che ignorano le forme di vita comuni nei luoghi in cui abitano. Esseri in stato di guerra permanente, che difendono il loro Io sotto assedio, la loro squallida identità. E ciò è vero tanto per la proliferazione planetaria del narcotraffico, che attira derelitti in sovrannumero con la promessa della loro parte di merchandise, quanto per gli hoèster delle app di dating di Tel Aviv, pronti a picchiare tutto ciò che si muove in un campo di concentramento a cielo aperto, quanto per i cittadini extraterrestri post-coloniali di Neom city in Arabia Saudita la quale, rifornita di armi dalla Francia, può indisturbatamente massacrare per anni gli yemeniti. Senza dimenticare poi le gang mafiose suprematiste bianche o razzializzate che comandano gli Stati perseguitandoci e complottando mentre fingono di governare il mondo sociale, nonostante non sia più un segreto che ciò che tiene ancora insieme il mondo è la polizia.

A ben vedere, anche il processo di annientamento dei palestinesi da parte dello Stato di Israele può essere considerato come la barbara messa in scena di un crudele avvertimento: per l’ennesima volta, qualsiasi forma di vita recalcitrante alla politica di uno Stato può condurre alla pura e semplice liquidazione collettiva. Adottando un livello di violenza estremo e senza limiti, che davvero sfugge a qualunque comprensione, il fascismo israeliano, nascosto sotto vesti liberali, continuazione modernista e aberrante dell’eredità della Shoah, può liberamente decidere di massacrare sotto le bombe dozzine di migliaia di bambini, donne, vecchi e animali; di demolire scuole, università, ospedali, luoghi di culto, cimiteri e siti archeologici; di rendere incoltivabili per decine di anni le terre di un territorio minuscolo diventato una prigione in cui si accalcano milioni di persone – su cui è stato riversato un quantitativo di esplosivi equivalente a quattro volte quello della bomba atomica che ha obliterato Hiroshima. Tutto questo, naturalmente, in nome della difesa dell’Occidente, del mondo libero e del diritto che si oppone ad una setta armata che vorrebbe, per parte sua, amministrare un proto-stato. L’ordinamento giuridico internazionale ereditato dall’ultima guerra mondiale è lo straccio con cui non proviamo neanche più a pulire il sangue degli innocenti.

In tal senso Gaza ci fa dimenticare le centinaia di migliaia di morti in Congo, Sudan, Yemen. Forse è vero, forse Israele ha assunto il ruolo di avanguardia dell’apocalisse occidentale. Alla fine anche gli Ebrei d’Israele sono diventati nostri omologhi. Imprenditori, edonisti, cosmopoliti proprio come noi. E, certamente, grandi democratici; cittadini dell’unico Stato di diritto, del solo Rechstaat del Medio Oriente. Del resto, come trovare ancora una somiglianza tra i ragazzi delle nostre città in piena transizione green e quelli che minano il cobalto per alimentare le batterie delle biciclette che sfrecciano per le nostre smart cities? In un mondo dove il ruolo dell’immaginazione è imploso, è certamente chiedere molto. A piccoli passi, la logica del terrore è diventata la strategia politica dei governi in quanto tali.

In Francia, la rivolta dei Gilets jaunes del 2018-2019 non è stata forse oggetto di un’esplosione di violenza poliziesca senza precedenti, al solo scopo di terrorizzare? Più recentemente, la rivolta di quelli che resistono alle devastazioni delle terre rurali non si è forse conclusa a Sainte-Soline, nel sud della Francia, con uno sconcertante numero di manifestanti massacrati di botte, di corpi mutilati? Poco dopo l’insurrezione dei Gilets jaunes, quella del Chile del 2019-2021 ha raggiunto delle vette di violenza statale altrettanto elevati. Ripercorrere tutti i casi di violenza poliziesca nella polveriera che è divenuto il nostro pianeta politico integralmente controllato sarebbe una lunga e straziante litania. Esistono anche altre modalità micro-politiche del terrore. Due sociologi argentini, parlando delle vite dei nuovi paria segregati nelle baraccopoli di Buenos Aires, prodotti di una società adattata alle istanze dispotiche del capitalismo internazionale, evocano quello che chiamano el terror anímico, vale a dire quello delle anime terrorizzate, degli esseri esausti e allo stesso tempo iper-mobilitati dalla loro esposizione permanente alla vulnerabilità. Con il rischio di essere presi per complottisti, potremmo dire che per i governi si tratta di evitare le esplosioni sociali attraverso una devastante processo di organizzazione di implosione della comunità. La narco-socialità che si diffonde dappertutto diventa allora il miraggio della ricostruzione di una comunità per gli orfani della società, dove quelli a cui un tempo erano stati accordati con magnanimità delle posizioni in cambio della sottomissione ad un regime di sfruttamento divengono un surplus numerico.

La promessa di un progetto di vita inscritto nelle coordinate dell’economia si è sgretolata. Una nuova imprenditoria ultra-violenta, quella di un liberalismo esistenziale, è impegnata a sostituirla in tutte le geografie sociali.

 In questa situazione, un segmento della classe media pretende inutilmente di resuscitare modelli aggiornati di vecchie avanguardie, nel tentativo di rappresentare nuovi soggetti politici che restano però destinati a rimanere soggetti fantasmatici. Del resto il soggetto di classe è evaporato già da molto tempo e questo nonostante mai come oggi tanti proletari popolino la Terra. Lo stesso vale per le vecchie mediazioni – sindacati, partiti, ecc. – che sono diventate ugualmente spettrali. A rimpiazzarle in ottica di una partizione del politico, ecco le identità decolonizzate o di genere. Ma queste nuove politiche di identità sono finite per apparire per quello che erano: spettacolo d’intrattenimento di un survivalismo narcisistico che fatica a rimpiazzare l’antica universalità della classe operaia. A ben vedere il tema è un altro: oggi come allora la rappresentazione politica – lo abbiamo imparato a nostre spese – conduce fatalmente alla predazione, al furto delle anime, alla frantumazione delle esperienze di passaggio attraverso le quali sorgono dei mondi animati. Una triste drammaturgia in cui personaggi stanchi e che si odiano tentano di parlare in nome di un noi onirico. È la vecchia scena della politica, più volte messa in pratica fin dalla sua fondazione mitica in Grecia, con il suo arché e il suo telos, con la sua adunata spettrale dove sfilano i predatori, «addestrati a uccidersi a vicenda attorno ai loro altari insanguinati». Fondazione di un «noi» e dunque di un «voi» che lascia la pluralità dei «loro» nell’ombra. Queste cesure che si estendono ovunque non ci permettono di abbandonare la sola cosa che dovremmo davvero abbandonare: il progetto della totalizzazione.

Dovremmo ricordarci di pensare questo punto: non c’è più nulla da fondare. Nulla da totalizzare. Nulla da identificare. In tal senso, tanto la genealogia dell’espropriazione coloniale e la sua declinazione post-moderna, quanto la potenza generativa delle lotte femministe che ci promettono nuove forme di emancipazione, risultano determinanti solo a condizione che esse aiutino a rendere possibile la fuga dalla prigione delle identità, facendo risorgere mondi frammentari dove hanno luogo le composizioni delle molteplicità, le esperienze di passaggio tra esseri nel senza-fondo anarchico della vita. E per convesso, va osservato che l’emancipazione decoloniale e femminista non potrà mai avere luogo nei mondi delle identità e della riproduzione del Sé. Questo Sé sarà sempre quello dei soggetti dominati.

Ci sono poi quelli che hanno pensano di abitare nei centri del mondo credendosi protetti dalla proliferazione dei disastri. Ma non bisogna farsi illusioni: i disastri climatici raggiungono le terre subsahariane inaridite, ma anche le ridenti città francesi vengono sommerse da piogge diluviane, mentre il sud dell’Europa soffre la sete. I mega-incendi sconvolgono le foreste cilene, ma anche, anno dopo anno, quelle del Canada e della California. Il mare avvelenato dalla plastica è lo stesso in tutto il mondo. Le terre inquinate dai pesticidi fanno esplodere i casi di cancro dappertutto. La concentrazione dei gas serra è stata democratizzata. Si è perciò pensato che il solo modo per respirare a Londra, Parigi, Berlino o Barcellona fosse esternalizzare i danni dell’automazione elettrica per lasciar respirare un pò le classi medie; questo ha però condannando i nuovi dannati della terra all’estrazione del cobalto nelle miniere di Kolwezi. Ecco così così che il circolo virtuoso della nuova economica si chiude fatalmente. Ecco perché per i paesi un tempo ricchi è diventato essenziale registrare e censire l’esistenza di una sub-umanità che gli consenta di erigersi a fortezze. Oggi è possibile, senza destare alcuno scandalo, lasciar morire dozzine di migliaia di migranti lungo le loro tratte disperate. Così come è possibile condannare quelli che riescono a superare le frontiere e ad aggirarsi come spettri vagabondi nelle nostre città opulente, permanentemente esposti alla minaccia dell’incarcerazione e delle brutalità poliziesche. Bisogna però considerare ancora altre forme di produzione di separazione micro-politica. Le frontiere infatti proliferano dappertutto, anche all’interno. Gli stessi paesi che un tempo si vantavano del loro Stato sociale, con la loro distribuzione sociale di beni e prodotti, stanno metodicamente smantellando la loro architettura assistenziale, smettendo di prendersi cura della popolazione e degli sbandati, trasformando in un cumulo di macerie i servizi pubblici e le istituzioni di cura. Dappertutto proliferano territori ghettizzati, come altrettante apartheid endogene, pattugliati da milizie poliziesche sempre più autonome. La privatizzazione è il nome e l’arma di questa balcanizzazione sociale. Si tratta di una constatazione elementare: nel mondo della proprietà privata, che si tratti di un bungalow in una squallida periferia o un auto un affitto, la proprietà è prima di tutto una privazione per gli altri.

Già l’offensiva neoliberale degli anni ‘80 aveva posto fine alle mediazioni che moderavano la violenza del rapporto tra Capitale e Lavoro, o che – per dirla con il vecchio linguaggio socialdemocratico – partecipavano alla sua cogestione. Dai territori in ombra dalle politiche di welfare scoppio l’insurrezione italiana degli anni ’60-’70, ma da questa originò anche la contro-insurrezione che sancì il totale collasso del sistema provvidenziale. In quegli stessi anni, molti nomi illustri hanno rappresentato la brutalità di questo tentativo di ricomposizione capitalista: da Reagan negli USA, alla Thatcher in Gran Bretagna, fino alla sinistra socialista di Mitterand in Francia e, ancora, Pinochet e i suoi Chicago Boys nell’emisfero sud latino-americano. Si tratta di un vasto laboratorio che ha costituito in qualche modo il preludio del momento di oscillazione che stiamo vivendo oggi: quello, cioè, della fusione del vecchio fascismo e del management liberale – sebbene inascoltati storici avevano già avvertito che anche il nazismo fu, a suo modo, un gigantesco piano manageriale volto alla creazione di una nuova società, non meno votata all’economia, e che ricevette all’epoca il plauso di tutti i liberali.

Perché è questo il punto in cui ci troviamo oggi. Ciò che stiamo assistendo è l’irrompere dell’onda lunga del liberal-fascismo mondiale. Oggi tutti i pianificatori illuminati del mondo libero, dal senile Biden all’impostore psicopatico Netanyahou, dallo stravagante Milei coi suoi cani clonati, all’isterico Macron, dal post-coloniale Sunak, al letargico Scholz, cospirano per organizzare i propri sporchi affari e si adoperano per pianificare una nuova economia della distruzione. Tutti loro sono accomunati dall’idea di poter governare attraverso una paura esistenziale ottenuta promuovendo uno stato di angoscia universale. Si tratta di tenere ogni suddito preoccupato per sé stesso. Si tratta, per mezzo di un sadismo che non può che lasciarci perplessi, di distruggere ogni relazione tra gli esseri capaci ancora di fare comunità, istituendo una preoccupazione solitaria o una mortifera trascuratezza come forma di relazione sociale primaria. Come ricordato prima, la politica del soggetto di classe è scomparsa, sepolta dall’uberizzazione, dall’ipnotismo della merce low-cost, dai social network e da una demenziale auto-esposizione del Sé; tutti fattori che contribuiscono ogni giorno all’implosione delle comunità proletarie. L’utopia del capitale ci offre il sogno di appartenere a una classe media amorfa ma digitalmente connessa. Un quindicenne francese passa quindici ore al giorno davanti a uno schermo per non percepire il mondo. Ed ecco il cuore esistenziale del liberal-fascismo che viene, con la sua aggregazioni di ego svuotati, con la sua promozione di una esagerata cura di Sé, incapace di formare un’anima e di far avanzare il deserto. Perché è attraverso l’incontro delle anime che un luogo diventa animato. La comunità non può esistere senza il passaggio tra gli esseri che ci permettono di differenziarci. Guerra condotta dagli Stati contro il “comunitarismo”. Implosione delle comunità popolari. Trascuratezza verso il tessuto delle nostre interdipendenze.

E poi, come se il disastro sociale non bastasse, compagni che non ha niente di meglio da proporre che l’emancipazione verso le gabbie delle politiche identitarie. Davvero una misera frammentazione. Tuttavia, a questa forma di frammentazione ne possiamo opporre un’altra: comune, generativa, in lotta contro la produzione del valore, a cominciare dalla valorizzazione del Sé e della nostra presunta identità. Una frammentazione mossa dalla gioia dell’ospitalità, che sorge dall’accoglienza della differenza: delle comuni dell’eterogenesi. Sono i vecchi valori anarchici del mutuo soccorso, forme di condivisione che si collocano sempre in uno spazio particolare e che generano luoghi che li esprimono. Sono valori che ci permettono di disertare le determinazioni sociali così come l’idea stessa di fondamento. Siamo tutti s-fondati. Siamo liberi di dispiegare le nostre interdipendenze attraverso una moltitudine di percorsi che portano verso nuove percezioni e sensibilità. Su tratta di modi con cui vincere le angosce rispetto al caos statale che diffonde nuovi Armageddon. I vecchi scenari della politica sono implosi. I loro soggetti sociali sono scomparsi, con buona pace delle sinistre e dei loro fantasmi che non attirano più che qualche svogliato sbadiglio da parte dei servizi di intelligence e polizia. Non si tratta pertanto di ignorare la nuova ondata dei movimenti femministi, né di ignorare le modalità di rottura degli atavismi di genere e della loro violenza, e nemmeno di trascurare le riappropriazioni del pensiero e delle pratiche di decolonizzazione o dei sabotaggi sperimentati nelle lotte ecologiste. Al contrario. Tutto ciò deve venir posto al cuore non della “sinistra”, ma delle nuove forme di emancipazione e di ricostituzione di comuni di vita, le sole capaci di dare alla differenza il suo valore etico. Comuni per eterogenesi, gesti di riappropriazione contro l’espropriazione, forme di cura e di attenzione rivolte alle vulnerabilità delle esistenze e dei loro ambienti di vita, il ritorno alle potenze generative contro la riproduzione sociale. Tutto ciò a condizione di non ostinarsi a istituire nuove scene politiche idealizzare e fondate su deprimenti astrazioni. A condizione cioè di disertare la rappresentazione. Come suggerito da un’attento filosofo, David Lapoujade:

«Bisogna prima di tutto tornare a riflettere sulle operazioni che permettono al fondamento, ma anche al principio che da esso dipende, di esercitare la loro funzione legislatrice. Da Platone in poi, il pensiero ha popolato il mondo di rappresentazioni. La rappresentazione si è propagata dappertutto, si è estesa sul mondo, fino a conquistare l’infinito. Il mondo intero è passato nella rappresentazione; e tutti gli esseri che lo popolano sono pensati conformemente alle esigenze della rappresentazione. Eppure, “sotto” il mondo della rappresentazione tuona e non ha mai smesso di tuonare il senza-fondo, il mondo delle differenze libere e svincolate. Non si tratta di una storia di un “rimosso”, ma di una denaturazione della differenza, di una congiura attiva delle sue potenze, confuse con quelle del caos. Non si è dimenticata la differenza, ma la si è pensata mediata, sottomessa, incatenata – in breve, fondata. La rappresentazione è la differenza fondata, o piuttosto “fondare è sempre fondare la rappresentazione».

 

Rifiuto della rappresentazione dunque, ancora una volta, siamo di fronte ad una pratica anarchica. Niente principi primi, niente mondo sociale già fondato, niente ontologizzazione di un soggetto universale e ubiquo, indifferente al luogo del suo abitare. Rifiuto del tempo lineare del progresso. Insurrezione di una molteplicità di tempi. Pluralizzazione del passato. Risorgimenti e insurrezioni che hanno luogo perché creano un luogo discordante con lo spazio dell’amministrazione del disastro. Forse dobbiamo abbandonare la categoria politica del dominio e abbracciare invece l’esperienza vitale dell’espropriazione. La prima soccombe inevitabilmente alla formazione di soggetti che si definiscono in base al loro assoggettamento, rapiti da coloro che mirano a rappresentarli. La seconda apre invece a forme di riappropriazione che dipendono direttamente dall’instaurazione di modi di esistere. L’instaurazione, qui, è ciò che risulta dalle nostre ricerche comuni, che ci parla delle modalità dell’esperienza che non trovano altra esistenza che quella dei modi di rapportarsi ad altri esseri, che hanno le loro proprie maniere altre di esistere e che così facendo singolarizzano gli ambienti che sono loro associati. Non si tratta di nulla di più che della comunità nel mezzo del suo farsi, del suo essere una comunità che viene.

Il farsi comune, il comunismo, è sempre avvenuto nel contesto di un conflitto irrisolvibile con la società, come riattivazione di una lunga linea minore e proliferante di comuni contro la produzione della società e le sue istituzioni. Contro la socializzazione atomizzante delle reti che ci seppelliscono con una proliferazione di relazioni che impediscono la creazione di rapporti, che impediscono di relazionarci a modo nostro con ogni sorta di esseri, che ci vietano di dare consistenza ai nostri legami, non si tratta più di risolvere il problema pensando in termini di soggetti, chiusi in se stessi, ma di pensare in termini di modi d’esistere, maniere che non si danno che nel relazionarsi ad altri; altri che a loro volta fanno esistere noi. E così via senza fine: composizioni e scomposizioni che stabiliscono gli ambienti singolari delle nostre vite condivise. Passaggi e incontri che ci permettono di differenziarci. Lotta per la presenza contro l’assenza del mondo della rappresentazione. Associazioni tra mondi, frammento per frammento.

Devo ora procedere ad un’autocritica retrospettiva: quella di non aver preso bene la misura, nel momento di scrivere Fragmenter le monde, del grado di decomposizione sociale che stiamo vivendo, tanto nei suoi effetti fascistizzanti, a destra così come a sinistra, coi suoi sociopatici – da intendere letteralmente, come appassionati della società. Non avevo scritto granché sulle maniere di ereditare l’architettura decrepita dello Stato sociale, del suo diritto formale, di ciò che si è chiamato la sua operatività pastorale: insomma, tutto ciò che costituisce i meccanismi di produzione, compresa la loro attenzione verso le forme di vita irregolari. Paradossalmente, in un epoca come la nostra, un’epoca che vede una nuova forma di totalizzarizzazione, quella di un connessionismo la cui perfezione coincide con la completa atomizzazione e la totale separazione, con i suoi brandelli d’identità, è diventato impossibile pensare a una rivoluzione senza transizioni. Le transizioni dell’esperienza ci indicano dei percorsi che partono da lì dove siamo oggi. E per rendere praticabili i nostri sentieri, non possiamo ignorare la vulnerabilità delle nostre esistenze e le maniere di prendersene cura. Purtroppo la cura è stata da lungo tempo prigioniera dalle istituzioni. Nella nostra epoca di reticolo infrastrutturale, è diventato indispensabile impegnarsi in ricerche su ciò che alcuni hanno proposto di chiamare comuni negative, vale a dire sugli agenti della metropolizzazione planetaria. Queste ricerche ci hanno permesso di aprire delle scorciatoie verso una ecologia della sconnessione, della defezione, dello smantellamento, che è anche quello della de-progettazione della macchina materiale che ci rinchiude nel tempo delle catastrofi.

In questo stesso senso dobbiamo approfondire anche i modi di ereditare (e di abolire, se necessario) le istituzioni della produzione e della gestione del legame sociale; in particolare quelle che hanno monopolizzato l’attenzione rivolta alla vulnerabilità. In un contesto di inarrestabile crollo delle formazioni sociali, non possiamo più esimerci dall’impegnarci in un lavoro di ricerca sui modi di far esistere delle comuni di cura, di una ecologia della premura rivolta alla fragilità delle esistenze. In parole povere, per avere presa sui mondi ordinari della sopravvivenza, le insorgenze comuni non posso ignorare l’ospedale, la psichiatria, i dispositivi assistenziali. Infatti le istituzioni – e qui riposa la loro caratteristica principale – esistono esclusivamente in virtù delle loro logiche di determinazione e subordinazione, che sono quelle della separazione. Si istituiscono istituendo confini. Per disertare la loro operatività reificante, dobbiamo perforare le loro mura e farvi insorgere dei fuori. Come orfani dei partiti rivoluzionari, sembra che la nostra unica possibilità sia quella di mettere in piedi alleanze comuni.

In Fragmenter le monde avevo fatto un appello, mio malgrado attraverso un ossimoro, chiedendo un partito delle molteplicità, una composizione e una fusione di insurrezioni e risorgimenti. La nostra arma, nel tempo che viene, riposerà nel lavoro di produzione di cartografie viventi che traccino itinerari tra nuove comuni e che rendano possibili gli incontri conservando una vocazione cospiratrice. Solo le composizioni tra ciò che è differente possono dare vita a forme di secessione.

L’indagine e l’esplorazione, quindi, dovranno assumere la forma di trasfigurazioni capaci di liberarci dalle nostre identità sociali. È esplorando ciò che accade altrove che possiamo far esistere il nostro qui. È nei passaggi che si manifesterà la vitalità della comunità. La rivoluzione ha sempre avuto i suoi pellegrini. Di fronte a un mondo sovraliminare di distruzioni, composto da macchinari di un gigantismo sconcertante, e di fronte alla fin troppo moraleggiante “crisi di civiltà” che ci fa sprofondare nell’impotenza, faremmo bene, forse, a rivolgere la nostra mente alle piccole cose, las pequeñas cosas, come suggerisce Silvia Rivera Cosicanqui:

«En el tiempo de las cosas pequeñas, quizás sea hora de volver la mirada sobre la minucia de los detalles de la existencia, para hallar en ellos las pautas de conducta que nos ayuden a enfrentar los desafíos de esta hora de crisis».

La diserzione, la secessione non implicano necessariamente il tagliarsi fuori da un corpo sociale immaginario, ma piuttosto di instaurarvi all’interno dei mondi frammentari in cui possono in-sorgere delle comuni-in-divenire, in cui sia possibile reimparare a coltivare l’ospitalità e nuovi modi per stringere legami. È solo prestando attenzione alla fragilità delle esistenze, alla loro diminuzione, che possiamo affrontare il liberal-fascismo che perpetua l’ossessione per il potere di coloro che vogliono governarci. Solo così saremo allora in grado di moltiplicare le storie del passato che raccontano la pluralità delle nostre appartenenze, che fanno esplodere il presentismo del presente. La nostra attualità intempestiva è anche il tempo della nostra extra-contemporaneità. L’attualità dei mondi del comune si manifesta nelle continuità che sorgono dal tessuto di una moltitudine di storie dimenticate, le cui discontinuità espongono le differenze nel testo ufficiale della storia. Prendersi cura dei mondi in rovina non vuol dire altro che tracciare la continuità delle discontinuità. Non c’è fondamento. Non c’è origine, nessuna concatenazione di cause ed effetti. C’è piuttosto solo la permanente invenzione della storia, la potenza d’immaginare sempre qualcos’altro, un lavoro senza fine di immaginazione che ne costituisce la verità. Forse, in fin dei conti, si tratta solamente di accettare di vivere un movimento paradossale: la determinazione radicale delle nostre esperienze coabita al tempo stesso con l’indeterminatezza altrettanto radicale dei modi di raccontarle, di farle esistere per gli altri. E in questo modo di farle divergere, scommettendo sul fatto che anche gli altri ricambino il favore. Una reinvenzione sempre contingente della storia, in cui la dolcezza della nostra libertà è allo stesso tempo quella dei nostri affetti, gli stessi che ci rendono partigiani di una molteplicità di mondi.

Noi viviamo, lo sappiamo bene, agli albori della fine di una storia lineare e letale o forse dei suoi ultimi, brutali spasimi. Al contempo, la vita, comunque la si guardi, può essere fonte di una gioia inesauribile in mezzo a una malinconia e a un senso di perdita abissali e senza fondo. Essa non aspetta altro che l’amore dell’amicizia per risolversi e trovare nuovi modi di esistenza. Qui riposa il carattere subliminale della vita. Essa è sempre una chiamata rivolta alle potenze dell’innocenza che, a volte, quando il tempo lo richiede, sanno di non sapere. «Sicché» dissi un po’ distratto, «dovremmo mangiare di nuovo il frutto dell’albero della conoscenza per ritornare allo stato di innocenza?» «Eh sì» rispose. «Questo è l’ultimo capitolo della storia del mondo».

«Eh sì» rispose. «Questo è l’ultimo capitolo della storia del mondo»

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