ARCHIVIO ANOMIA

LA CABALA DEL CAOS
TEORIA DEL COMPLOTTO E GUERRIGLIA ONTOLOGICA
HAKIM BEY
Che la terra sia patta è un’ovvietà. Tutt’altra storia è scoprire cosa nascondano i poteri forti dietro la muraglia di ghiaccio che la circonda. Nessuno mette più in dubbio che gli Illuminati tramino contro la democrazia e che i militanti di Qanon l’abbiano difesa assaltando il parlamento. Per i complottisti di ogni epoca la Storia ha senso solo se letta con le lenti esoteriche della cospirazione. Una teoria, tendenzialmente di destra, che prevede un piano occulto ordito da élites con l’intento di governare il mondo. Ma può esistere un uso rivoluzionario del complotto, una scienza dell’occultismo che smascheri gli arcana imperii? In La cabala del caos, Hakim Bey abbozza i tratti di una nuova scienza critica, una spettrologia che, nello stesso momento in cui indaga le ragioni misteriche dell’eversione di destra, cospira contro le leggi mistiche del potere.
La teoria del complotto, da ossessione della destra, ha forse contagiato anche la sinistra? Potrebbe sembrare che le cose stiano così. E, in effetti, più volte è capitato che i teorici del complotto di sinistra si siano trovati a fare un uso acritico dei testi scritti e propagandati dei teorici del complotto di destra. Questo è ciò che è capitato, ad esempio, quando la sinistra ha preso in prestito le teorie della Liberty Lobby sull’assassinio di Kennedy o, ancora, quando ha usato le teorie della John Birch Society sui cosiddetti internazionalisti liberali come CFR, Bilderberg e Rockefeller. Allo stesso modo va osservato che un certo antisemitismo – tanto di destra, quanto di sinistra – ha fatto ampio uso dei Protocolli dei Savi di Sion che, mi sembra, continuano anche oggi a bisbigliare odio alle orecchie di entrambe gli schieramenti.
Se la giustizia come “riparazione” viene meno, in quanto il loro rappresentante – le Nazioni Unite – e il loro faro morale – Israele – sono collassati in termini morali (il primo per il genocidio che osserva impassibile, il secondo per il genocidio che perpetra) ciò è precisamente a causa dell’insurrezione globale delle persone del mondo che hanno aperto lo spazio ad un’altra forma di giustizia, una che non passa attraverso la nozione di “riparazione” ma attraverso quella di “lotta”. Una giustizia che respinge come irricevibile la posizione della “vittima” e scommette invece su un’etica martirologica radicata nell’intensità della lotta.
Del resto, anche alcuni anarchici sono attratti da un revisionismo storico molto prossimo alle teorie del complotto. Così come va tenuto conto che anche un certo tipo di anticapitalismo o populismo economico di destra ha trovato il suo contrappunto nel populismo di sinistra del cosiddetto “fascismo rosso”, il quale – vale la pena ricordarlo – ha macchiato per sempre la storia del movimento rivoluzionario rendendosi complice dell’infamante patto tra Hitler e Stalin. Un fascismo rosso imbevuto di teorie del complotto e che oggi torna fastidiosamente alla ribalta in Europa nella forma del rossobrunismo; un’amalgama di estremismo di destra e di sinistra che negli Stati Uniti si è invece manifestato nella forma di un nichilismo libertino e nel satanismo di gruppi anarco-fascisti come Amok Press e Radio Werewolf.
Inutile dire che in tutte queste ideologie la teoria del complotto gioca un ruolo fondamentale. Secondo alcuni, la teoria del complotto è intimamente di destra; questo perché presuppone una visione della Storia come se questa fosse mossa esclusivamente da singoli individui piuttosto che gruppi sociali. Dunque, anche nel caso che una teoria del complotto si adatti all’immaginario delle fazioni più radicali della sinistra – come nel caso della teoria di Mae Brussel che sosteneva che i nazisti si fossero infiltrati nell’intelligence americana a fini repressivi e anticomunisti –, va comunque registrato il fatto che ogni teoria del complotto non sembra in grado fornire alcuna solida interpretazione dialettica. E questo accade proprio in quanto il complotto ignora il divenire causale delle forze storico-economiche e della lotta di classe, riconducendo tutti gli eventi a macchinazioni occulte di individui altrettanto nascosti.
Benché non condivida alcuna fede nella dialettica e nel determinismo economico, anche la sinistra anti-autoritaria ha spesso snobbato le teorie del complotto. Per molti anti-autoritari e anarchici credere nei complotti e nelle cospirazioni significa convincersi che le élite possano influenzare da sole la Storia del mondo. Ma l’anarchismo sostiene proprio che le élite siano trascinate dal flusso della Storia e degli eventi e non che lo governino. Essendo il divenire storico ingovernabile per definizione, la convinzione delle élite di avere un reale potere o un’autorità effettiva è mal riposta, se non addirittura illusoria. Se così non fosse, Marx e Lenin avrebbero ragione sull’avanguardismo cospirativo, perché proprio le avanguardie sarebbe la miglior strategia rivoluzionaria per governare il divenire storico. Mi si consenta di dire che l’esistenza dell’avanguardismo dimostra pienamente che la sinistra – o almeno la sinistra autoritaria – non è stata semplicemente contaminata accidentalmente dalla teoria del complotto di destra: l’avanguardismo, proprio perché postula un gruppo separato e capace di anticipare, influenzare e governare le masse, è complottista e di destra fin del midollo. Dicevamo degli anarchici; mentre per i leninisti lo Stato è certamente opera di una cospirazione – fate voi se di sinistra o di destra –, per gli anarchici lo Stato non possiede un tale capacità cospirativa storico-assolutistica, ma si limita a usurpare ciò che, in ultima istanza, appartiene a ciascuno, a tutti o a nessuno: cioè alla massa. Ecco perché nell’ottica anarchica il carattere cospirativo dello Stato è puramente illusorio. I complotti sono anzi una sega mentale di politici, spie, banchieri e altra feccia, un’illusione, una narrazione semplicistica e falsa che però serve ciecamente gli interessi della classe al potere.
A me sembra che, a dispetto di tutti questi approcci più o meno critici e più o meno problematici, la teoria del complotto abbia senso solo se considerata come una parte importante e potente di una sociologia critica della cultura, come indagine politica sulle fantasie più o meno deliranti e cupe di certi gruppi e di certe classi. Mi sembra cioè che, presa di per sé, la teoria del complotto non abbia alcuno statuto ontologico. E tuttavia mi sembra si tratti di una teoria interessante e con molti meriti, soprattutto come strumento critico e analitico. Come ideologia, soffre invece dello stesso difetto di qualsiasi altra ideologia: costruisce un’idea assoluta che traduce la totalità della realtà in termini ancor più assoluti. Ecco, mi sembra che il punto sia proprio quello ontologico. La destra e la sinistra autoritarie condividono una visione ontologica della Storia, e fa poca differenza che questa sia mossa o governata da élite o avanguardie. Anche la risposta anti-autoritaria mi sembra parziale, poiché si limita a spostare il peso storico-ontologico sul piano delle persone e delle masse. In conclusione, nessuna delle due ipotesi si è preoccupata di mettere in discussione lo statuto ontologico della Storia, o, se preferite, dell’ontologia tout court.
Per affermare o negare la teoria del complotto è necessario postulare il concetto di Storia. Ma, a partire dal XIX secolo, la Storia si è frantumata in decine di frammenti concettuali – oggi abbiamo l’etno-storia, la psico-storia, la storia sociale, la storia delle cose, delle idee e delle abitudini culturali, la storia climatica, la microstoria; non si tratta di ideologie che hanno sostituito il peso ontologico della Storia ma, piuttosto, di una molteplicità di storie minori, frammentate, disorganizzate. Trovo che in una simile frammentazione sarebbe più corretto limitarsi a constatare che l’idea di Storia – poco importa se frutto di “grandi uomini” o della cieca lotta tra interessi economici – è semplicemente tramontata, non è più. La Storia non può sopravvivere alla sua frantumazione in una infinità di narrazioni. Un simile approccio non è più ontologico, ma epistemologico: non possiamo più permetterci di chiedere che cosa sia la Storia e chi o cosa la muova, ma possiamo comunque imparare qualcosa dalle molte storie minori, dalle cancellazioni, dai fantasmi e dalle mancanze, dai frammenti e dai ricami dei molteplici discorsi dell’inestricabile e aggrovigliata complessità umana. Ecco cosa intendo quando parlo di sociologia critica della cultura.
Seguendo questa traiettoria epistemologica risulta meno bizzarro accettare l’idea che, sebbene gli esseri umani siano mossi da interessi di classe e forze economiche, possa accadere una specie di contraccolpo in base al quale le ideologie e le azioni di singoli individui e gruppi modifichino e governino le stesse “forze storiche” che li avevano generati. Del resto, come anarchico sono persuaso che sia necessario adottare questa visione delle cose; l’alternativa è che ogni nostra azione, ogni nostro tentativo pedagogico o insurrezionale, ogni tentativo di rivolta o di organizzazione, siano essenzialmente vani poiché spetterebbe solo al progressismo il lungo compito di portare a termine qualsiasi cambiamento sostanziale del tessuto sociale e della vita. Questo può essere vero o meno per la lunga durata del divenire umano, ma non lo è chiaramente al livello della nostra esperienza individuale e della nostra vita quotidiana. In questo caso prevale piuttosto una sorta di esistenzialismo approssimativo, per cui agiamo come se le nostre azioni potessero essere efficaci qui e ora. Così non fosse soffriremo di una costitutiva povertà di divenire. Senza una volontà di espressione che si realizza nell’azione ci riduciamo al nulla, a essere nulla. E questo sarebbe inaccettabile. Pertanto, anche se si potesse dimostrare che sul lungo periodo della dialettica storica ogni azione si rivela un’illusione (e non credo tale ipotesi sia dimostrabile), ci troveremmo comunque di fronte al problema del desiderio e dell’azione. Per quanto possa suonare paradossale nell’ottica delle leggi storiche, ogni uomo è costretto – pena la sua negazione totale in quanto uomo – all’azione come se fosse sempre possibile scegliere liberamente e come se ogni azione fosse immediatamente in grado di impattare nella storia dell’umanità.
È su queste basi che mi sembra possibile costruire una teoria non autoritaria del complotto e della cospirazione; una teoria che non neghi del tutto la presenza di contraccolpi e azioni eversive occulte, ma che nemmeno elevi i complotti e le cospirazioni al rango di macchinazioni ideologiche capaci di muovere le sorti del mondo. Vorrei spendere due parole in più su questo punto. Mi sembra che l’etimo di cospirazione, letteralmente il “respirare insieme”, possa persino valere come un principio valido per tutte le organizzazioni anarchiche.
Spalla a spalla, non condizionati da alcun controllo esterno, cospiriamo insieme per animare una nuova forma di comunità. Se siamo costretti a farlo clandestinamente, per evitare i dispositivi di repressione e di controllo, allora stiamo effettivamente organizzando una cospirazione.
Ma c’è di più: quando ci troviamo in questa situazione constatiamo immediatamente che anche altri gruppi possono organizzarsi clandestinamente e che alcuni, a differenza nostra, organizzano la propria cospirazione clandestina non al fine di evadere il controllo, ma per tentare di imporlo con ogni mezzo. Ed eccoci al punto: solo quando si cospira ci si rende conto dell’esistenza delle cospirazioni. È dunque del tutto insensato pretendere che questi complotti siano sempre inconsistenti, in quanto, anche se non riescono a influenzare il corso della Storia, sono comunque in grado di influenzare la vita quotidiana di ognuno di noi. A titolo di esempio, chiunque neghi la realtà del complotto deve affrontare un compito davvero arduo quando cerca di giustificare le attività di alcuni componenti dell’Intelligence e del Partito Repubblicano negli Stati Uniti negli ultimi decenni. Lasciamo da parte l’assassinio di Kennedy che è una spettacolare boiata, dimentichiamoci anche degli agenti della Gehlen Org operativi a Dallas; ma come si può anche solo cominciare una riflessione seria sullo scandalo Watergate durante il mandato di Nixon, o sull’Iran-Contra affair del 1985, o sul fallimento delle S&L o, ancora, sulle tante spettacolari operazioni di guerra e polizia internazionale contro la Libia, Grenada, Panama e l’Iraq, senza fare ricorso al concetto di complotto?
E anche ritenendo che i cospiratori agissero come agenti di forze cieche, eccetera, eccetera, possiamo negare che le loro azioni abbiano avuto ripercussioni sulla nostra vita quotidiana? Che i repubblicani abbiano lanciato un’aperta “guerra alla droga”, mentre in segreto usavano i soldi della cocaina per finanziare l’insurrezione di destra in America Latina è, ormai, un fatto accertato, un complotto dato per assodato. Qualcuno di vostra conoscenza è morto in Nicaragua? Più di qualche vostro amico è rimasto coinvolto nell’ipocrita “guerra” alla marijuana? Qualcuno di voi è caduto nella miseria della dipendenza da crack? Non parliamo poi del traffico di eroina della CIA nel Sud-Est asiatico e in Afghanistan.
Come osserva Carl Oglesby, la più sofisticata teoria della cospirazione non prevede per forza un’unica, onnipotente, sovrastante cabala al comando della “Storia”. Vederla così è un’inutile forma di paranoia. Le cospirazioni sorgono e tramontano, nascono e svaniscono, migrano da un gruppo all’altro, competono, collidono, si incrociano, implodono, esplodono, falliscono, hanno successo, si cancellano, si alterano, si dimenticano, evaporano. Le cospirazioni sono dei sintomi delle grandi “forze cieche” della Storia – e quindi, se non altro, ci sono utili come metafore –, ma, al tempo stesso, alimentano queste forze e, a volte, le influenzano, le condizionano o le infettano. Le cospirazioni, in effetti, non sono il modo in cui viene realizzata la Storia, sono piuttosto una parte del vasto complesso degli innumerevoli modi con cui vengono realizzate le nostre molteplici storie. La teoria del complotto non può spiegare tutto, ma può spiegare qualcosa. Anche se non ha uno stato ontologico, possiede tuttavia una sua utilità epistemologica. Ecco dunque un’ipotesi: la storia è una sorta di caos. All’interno della storia ci sono molti altri caos, se è lecito usare questo termine. Il tardo capitalismo democratico è uno di questi caos, in cui il potere e il controllo sono diventati straordinariamente sottili, alchemici, difficili da individuare, impossibili da definire. Gli scritti di Debord, Foucault e Baudrillard hanno avanzato l’ipotesi che il potere stesso sia un vuoto, che sia scomparso e sia stato via via sostituito dalla mera violenza dello spettacolo. Ma se la storia è un caos, lo spettacolo nono occupa più lo spazio di una forza causale, ma può piuttosto essere inteso come uno strano polo magnetico. L’idea stessa di forza appartiene alla fisica classica e, dunque, al passato; può avere ben poco spazio in una teoria del caos e dei poli. Se il capitalismo rappresenta un caos e lo spettacolo costituisce il suo polo magnetico, allora possiamo legittimamente sostenere che i complotti di queste nostre repubbliche sono i modelli più rappresentativi del caotico spettacolo capitalista. Meme, narrazioni o merci, i complotti continuerebbero a non avere alcuna ragione causale nel senso tradizionale del termine – come, del resto, senza ragione né cause è oggi il mondo intero in cui viviamo.
Ma questo è anche il motivo per cui proprio i complotti e le cospirazioni sono le migliori lenti prospettiche per sondare e osservare il caos della storia e dello spettacolo, come se riuscissero a sussurrarci qualcosa del divenire informe e informale di quest’epoca. Possiamo credere o meno che le cospirazioni siano illusorie simulazioni del potere, facili sintomi dello spettacolo – ma non possiamo affatto liquidarle come prive di significato. Mi sembra vero il contrario e, cioè, che i significati molteplici e parziali della nostra epoca sembrano assumere dei sensi solo o prevalentemente attraverso la lingua dei complotti e la fantasia delle cospirazioni. Piuttosto che parlare di teoria del complotto, che fa pensare a qualcosa di unitario e ben strutturato, potremmo invece cercare di elaborare qualcosa come una poetica del complotto. Il complotto assumerebbe la forma di un concetto artistico o di un costrutto linguistico e potrebbe essere analizzato come un testo. Robert Anton Wilson lo ha fatto con la sua ricca e divertente fantasticheria sugli “Illuminati”. Potremo anche utilizzare la teoria del complotto come una specie di arma di agit-prop. Le cospirazioni del potere si avvalgono già della potenza spettacolare della pura disinformazione; il minimo che possiamo fare per vendicarci è individuare la fonte di tale disinformazione. Dovremmo evitare ogni mistica della teoria del complotto, ovvero evitare di pensare che il complotto sia onnipotente e onnipresente. Le cospirazioni possono essere messe in crisi. Possono anche essere sconfitte. Ma ritengo che non possano essere ignorate. Il rifiuto di riconoscere una qualche validità alla teoria del complotto è di per sé una forma di illusione altrettanto spettacolare che consiste nel credere senza ripensamenti alla retorica del mondo liberale, un mondo tutto razionale, alla luce del sole, in cui tutti abbiamo diritti, in cui il sistema funziona, in cui i valori democratici prevalgono nel lungo periodo perché così è comandato dalla natura.
La Storia è un gran casino. Forse il complottismo non funziona benissimo. Tuttavia, dobbiamo comportarci come se funzionasse. In effetti il movimento non autoritario non solo ha bisogno della sua teoria del complotto, ma anche delle sue pratiche cospirazioniste. O cospiriamo tutti insieme, respirando fianco a fianco, o soffochiamo ognuno per conto suo. Loro, i nostri nemici, stanno da lungo tempo cospirando contro di noi, non dubitatene. Non solo dovremmo avere le nostre teorie del complotto, ma dovremmo attivarci per avere quanto più rapidamente possibile le nostre cospirazioni, le nostre TAZ clandestine, le nostre squadre di guerriglieri ontologici, i nostri terroristi poetici, le nostre cabale del caos, le nostre società segrete. Lo diceva Proudhon. Lo diceva Bakunin. Lo diceva Malatesta. È la tradizione degli oppressi ad insegnarcelo.
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