LA FORMA-COMUNE

LA LOTTA COME MODO DI ABITARE
KRISTIN ROSS

 

L’articolo di Kristin Ross, La forma-Comune  è un’estratto del saggio La forme-Commune. La lutte comme manière d’abiter, edito da La Fabrique Èditions il 19 Maggio 2023. Di seguito la traduzione a cura di Archivio Anomia.

 

 

È lecito immaginarsi che quando Marx, durante il suo soggiorno londinese, viene a conoscenza di ciò che sta accadendo per le strade di Parigi nella primavera del 1871, pensi che per la prima volta nella sua vita possa finalmente osservare come si comportano dei semplici lavoratori quando diventeranno padroni della propria vita anziché schiavi salariati. Come noto, Marx registra i risultati legislativi dei comunardi in La guerra civile in Francia. Ma è la forma che assume la loro vita, la loro arte e la loro gestione della vita quotidiana durante la Comune a catturare l’attenzione di Marx; un interesse destinato a cambiare il corso delle sue ricerche e il senso dei suoi scritti nell’ultimo decennio di vita. Le domande che è solito porsi, i materiali che è solito selezionare, i paesaggi intellettuali, politici e geografici che ha sempre esplorato in solitudine, tutto questo viene sconquassato dall’incontro con la “forma-Comune”. Gli ideali comunardi del 1871, per quanto nobili possano sembrare, non lo interessano minimamente. Ciò che conta sono piuttosto le pratiche comuniste o, come scrive lui stesso, l’“esistenza in azione” della Comune, la sua stessa esistenza operativa. La meraviglia e il fascino con cui Marx guarda alla Comune gli viene dal fatto che semplici persone sembrano aver scoperto e finalmente messo in atto una “forma politica che consente l’emancipazione economica del lavoro”.

E ciò che viene scoperto è che l’emancipazione economica del lavoro non è né un obiettivo ambizioso, né una ricompensa per un buon comportamento. Al contrario, è proprio nella forma vivente e cospirativa che queste persone mettono in atto – con vantaggi basati sulla cooperazione e sull’associazione attraverso una “appassionata collaborazione”, secondo la felice formula di Fourier – che l’emancipazione è già materialmente presente. Sì, i lavoratori hanno voluto organizzare la loro vita sociale secondo i principi di associazione e cooperazione. A questo desiderio, eco di uno slogan che aveva cominciato a risuonare nei club e nelle assemblee operaie di tutta la città di Parigi durante la fine del Secondo Impero, diedero il nome di “Comune”. La Comune di Parigi è stata cioè un intervento pragmatico nel qui e ora. La forma-Comune è costituita innanzitutto da persone che vivono diversamente e che trasformano la propria situazione agendo direttamente sulle condizioni del loro presente. In questo senso, la forma in quanto forma è indistinguibile dalla vita di quelle persone in carne ed ossa che tentano di cambiare la propria esistenza, di vivere concretamente in modo diverso a partire da un ben determinato momento del tempo e da un altrettanto preciso luogo dello spazio in cui si trovano: il loro quartiere

In un altro passaggio spesso molto citato, Marx scrive che i comunardi si dedicavano alla distruzione dello Stato. Tuttavia, io credo che nelle loro attività quotidiane, non si trattasse di distruzione, quanto, piuttosto, passo dopo passo, di una vera e propria smobilitazione.

È la smobilitazione programmatica delle numerose gerarchie e funzioni statali in gioco, a cominciare da quelle che fanno della politica un’attività specializzata e sequestrata da una minoranza pensante che la esercita a porte chiuse. Se per Marx la Comune del 1871 fu la scoperta nuova e decisiva di una forma, per Pyotr Kropotkin si è trattato piuttosto di riscoperta. In effetti, tornando un istante su un altro grande evento della storia francese, la Grande Rivoluzione, troviamo, tra le molte formulate  da Kropotkin, una delle riflessioni più interessanti sulla forma-Comune. L’anima della Rivoluzione francese del 1789, la sua forza più grande, scrive Kropotkin, risiede nei sessanta quartieri direttamente legati ai movimenti rivoluzionari e che non si separarono mai dal popolo. Furono cioè i quartieri che trasformarono la città di Parigi in un vasto polo insurrezionale e comune: «La novità che i francesi hanno introdotto nella vita della Francia, fin dai primi moti, è stata la Comune popolare. La centralizzazione del governo è arrivata più tardi; ma la Rivoluzione comincia con la creazione della Comune».

Kropotkin insiste, oltre che sui quartieri di Parigi, sull’importanza altrettanto decisiva delle Comuni contadine di campagna. Successivamente, tra il 1789 e il 1794, le insurrezioni contadine hanno svolto infatti un ruolo decisivo, benché spesso sottovalutato, nella radicalizzazione del processo rivoluzionario. Furono queste forze nate nelle campagne a chiedere l’abolizione dei privilegi feudali e il ripristino delle terre comuni sottratte alle città da nobiltà e clero sin dal XVII secolo. Del resto, ricorda Kropotkin, all’epoca il principale strumento di sfruttamento del lavoro umano non era la fabbrica, che ancora nemmeno esisteva, ma la terra. Il progetto delle terra in comune fu la grande sfida del pensiero rivoluzionario del XVIII secolo – e, mi sembra, lo stesso si può dire ancora oggi. La rivolta delle comuni dei villaggio di campagne, scrive Kropotkin, “è l’essenza, la sostanza stessa della Grande Rivoluzione”. 

Nello stesso momento, Parigi “optò per organizzarsi in una vasta comune insurrezionale, e questa, come una Comune del Medioevo, prese tutte le misure difensive necessarie contro il re”. È Parigi come Comune che ha deposto il monarca, che si è trasformata in un esercito di sanculotti contro monarchici e cospiratori; è sempre come Comune che ha iniziato a ridistribuire in modo egualitario tutti i beni. Gli arrondissement parigini rimasero la punta di diamante della rivoluzione per quasi due anni. I quartieri popolari furono allora “il vero fulcro e la vera forza della rivoluzione”, al punto che quando scomparvero dalla scena politica fu la rivoluzione stessa a fallire, lasciando posto ad un nuovo governo centralizzato. Sia per Marx che per Kropotkin, la rivoluzione è dunque indistinguibile da una certa forma di democrazia diretta, da una certa forma-Comune; una democrazia che è un movimento capace di travolgere le forme politiche in vigore in un specifico momento. È questo ciò che intende Marx quando parla della Comune di Parigi come di “una forma politica interamente suscettibile di espansione”. 

La forma-Comune, tanto per Marx quanto per Kropotkin, è al tempo stesso il contesto e il contenuto della rivoluzione; è nella forma-Comune che, per usare le parole di Kropotkin, “possiamo ricevere le risorse necessarie per la rivoluzione e, insieme, i mezzi per realizzarla”.

Il nome stesso, Comune, incarna e comprende ciò che Kropotkin (come la maggior parte degli storici dell’epoca) individua come la forza più radicalmente democratica in azione nella Rivoluzione francese.  Ma Kropotkin aggiunge qualcosa di più rilevante. Per lui a rivoluzione non è infatti niente di più, né niente di meno che il semplice conflitto tra lo Stato, da un lato, e le comuni, dall’altro. La contrapposizione non è perciò tra lo Stato e un’anarchia, ma tra lo Stato e un’altra forma di organizzazione della vita con una diversa intelligenza politica e un differente tipo di comunità. E perciò, laddove lo Stato si ritira, non vi è caos, ma fioriscono le comunità e le loro forme di vita. Da ciò deriva anche il fatto che se il ruolo dello Stato è quello di governare tutti gli aspetti delle società nella misura in cui lesso stesso si perpetua solo dominandoli, allora sarebbe opportuno immaginare la forma-Stato non come un momento storico conclusivo e definitivo, ma, piuttosto come qualcosa di simile a una inclinazione, una tendenza o un orientamento. Lo stesso vale per la forma-Comune: occorre pensarla non come qualcosa di definitivamente realizzato, ma come una tendenza o un orientamento.

Le riflessioni di Marx e Kropotkin sulla forma-Comune nella storia delle rivoluzioni francesi possono aiutare a individuarne alcune caratteristiche ed elementi ricorrenti e riconoscibili. In tal senso, appare evidente che lo spazio-tempo della forma-Comune debba essere ancorato all’arte e all’organizzazione della vita quotidiana e all’assunzione collettiva dei mezzi di sussistenza. Implica poi un intervento estremamente pragmatico nel qui e ora e perciò un impegno a vivere con gli strumenti disponibili esclusivamente nel momento presente. È poi necessario un contesto locale, di prossimità o, almeno, uno spazio delimitato. Infine, le dimensioni spaziali e la temporalità della forma-Comune si dispiegano accanto – o nel contesto – di uno Stato distante, smobilitato o almeno in via di smobilitazione, i cui servizi sono diventati superflui per coloro che hanno preso collettivamente in mano la situazione.

Lo scopo di queste brevi riflessioni non è quello di fornire una definizione di una forma, quella comune, che per via della sua stessa contingenza, della sua refrattarietà all’astrazione e della sua natura organizzativa sempre incompiuta, difficilmente si presta a un tale scopo. Del resto, come suggerisce ancora Kropotkin, un pensiero relazionale vale molto di più di un pensiero che definisca la forma. Senza fare definizioni poco credibili, è possibile piuttosto affermare che se la forma di vita comune si espande nel momento in cui lo Stato si ritira, allora ci occorre ritrovare i momenti della sua formazione non nella teoria, ma nella storia reale della lotta materiale, sforzarci di riattualizzare al meglio il suo essere “esistenze in azione”. In tal senso anche oggi esistono lotte territoriali e dinamiche come la ZAD di Notre-Dame-des Landes o le occupazioni degli oleodotti in Nord America, capaci di far rivivere aspetti della forma-Comune di cui sono stati in grado di riappropriarsi. Questi movimenti sono nati per insorgere contro l’accelerazione della distruzione dell’ambiente che ovunque si può osservare intorno a noi. La loro esistenza ha avuto però anche un effetto secondario ma, credo, non meno spettacolare: quello di riuscire a ridestare fantasie di un passato recente, in particolare quello degli anni Sessanta e Settanta. 

 

Le attuali lotte per la terra ci aiutano a ridefinire gli assi di un conflitto che hanno attraversato tutta la seconda metà del XX secolo e che si è prolungato sino ai giorni nostri. Queste lotte ci aiutano a cambiare il nostro modo di pensare il passato, interrogandoci su cosa contasse maggiormente all’epoca, su che cosa conta invece oggi e su cosa di allora può esserci utile nel presente. Le lunghe battaglie condotte a partire dagli anni Settanta dai contadini e dai loro alleati nel Larzac e nelle perlifere di Tokyo per impedire la confisca delle terre appaiono oggi ai nostri occhi per ciò che davvero erano: le lotte in assoluto più decisive di quell’epoca. L’intero panorama teorico recente si riconfigura alla luce di quei movimenti. Basti pensare al marxismo antiproduttivista di un pensatore come Henri Lefebvre, piuttosto ignorato in Francia negli anni Settanta, e che oggi trova invece una nuova risonanza, soprattutto per la centralità che egli dà alla questione della forma-Comune e della vita quotidiana, alle sue insoddisfazioni e alle sue alternative. Ecco così che i testi di Lefebvre, come altri di quegli anni, sono sempre più affini ai nostri tentativi di superare la logica capitalista, qui e ora, per la riconquista dello spazio e del tempo vissuto.

Queste storie locali provenienti da un passato recente – così come più in generale tutto il pensiero antiproduttivista degli anni Settanta – sono senza dubbio di grande valore per gli occupanti di terre che oggi cercano di reinventare modi di vita comune in luoghi rurali che hanno conservato una serie di usi pre-capitalistici. Vi sono altre innumerevoli pratiche non consumistiche – la difesa, l’appropriazione, la composizione, la redistribuzione – fondate sull’intimità con la terra e sulla figura del contadino che sarebbe interessante discutere. Sono pratiche che sono anch’esse parte integrante dell’intelligenza politica della ZAD e che sono riemerse nelle mobilitazioni in corso come Les soulèvements de la terre. Ecco, questo giovane movimento sta attualmente cercando di decidere una serie di priorità e quindi di passare più apertamente all’offensiva contro l’accumulazione e il saccheggio della terra. A mio avviso, per la loro dinamicità e creatività, per il loro acuto senso di individuazione del nemico comune e soprattutto per i loro costanti gesti di cooperazione, le diverse componenti che compongono questo movimento costituiscono un fronte comune e una delle forme più interessanti e vivaci di forma-Comune di questa epoca.

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