ARCHIVIO ANOMIA

 

LA RIVOLTA È BARBARIE
NOTE POETICHE SUL TERRORE CHE VIENE
ROBERT DESNOS

Dopo essere stato tra le stelle più brillanti nel cielo del Surrealismo, Desnos fu insultato duramente da da Breton: reazionario, classicista, giornalista. Oggi, senza spezzare alcuna lancia a favore del settarismo di Breton, dobbiamo condividere quel giudizio. Ecco perché, a cent’anni dalla pubblicazione di Description di une révolte prochaine, uscito su La révolution surréaliste III, abbiamo deciso di ripubblicarlo senza rinunciare a manometterlo, a sabotarlo – ripulendolo dai germi di ressentiment e fascismo. Il potenziale rivoluzionario del testo non poteva restare compromesso dalla bassezza di vedute del suo autore. Di questo si era accorto Foucault che, in Bisogna difendere la società, lo aveva citato per riassumere l’idea centrale della politica che viene: la rivoluzione non è mai un’alternativa alla barbarie, ma l’invenzione di una nuova barbarie.

Venuti dall’Est tenebroso, i civilizzati continuano Io stesso cammino verso l’Ovest di Attila, di Tamerlano, e di tanti altri sconosciuti. Chi dice civilizzati, dice antichi barbari, vale a dire bastardi degli avventurieri della notte, cioè quelli che vennero corrotti dal nemico (romani, greci). Scacciate dalle rive del Pacifico e dalle pendici dell’Himalaya, «queste grandi compagnie», infedeli alla loro missione, si trovano ora di fronte a quelli che li cacciarono nei giorni non molto lontani delle invasioni.

Figli di Calmucco, nipoti degli Unni, sbarazzatevi degli abiti presi a prestito nei vestiari di Atene e di Tebe, delle corazze raccattate a Sparta e a Roma, e sorgete nudi, come lo erano i vostri padri sui loro piccoli cavalli. E voi, Normanni laboriosi, pescatori di sardine, fabbricanti di sidro, risalite su quelle barche avventurose che, al di là del circolo polare, tracciarono una lunga rotta, prima di raggiungere questi prati umidi e queste foreste ricche di selvaggina. Branco, riconosci il tuo padrone! Credevi di sfuggire a quell’Oriente che ti cacciava, rivestendosi del diritto di distruzione che tu non hai saputo conservare, ed ecco che lo ritrovi alle tue spalle, dopo aver fatto il giro del mondo. Ti prego, non imitare il cane che cerca di afferrare la propria coda: correresti per sempre verso l’Ovest. Fermati. Rendici conto un poco della tua missione, grande armata orientale, diventata oggi gli Occidentali.

ROMA? L’hai distrutta, con un soffio di vento o con la spada del tuo alleato Brenno. Roma? L’hai ricostruita, le hai perfino preso in prestito le sue leggi (il Diritto Romano, come dicono i tuoi vecchi tribunali), e le hai dato un Papa per deviare lo spirito d’Oriente dal suo obiettivo.

ATENE? Quella l’hai spartita come fosse stoffa e hai modellato i tuoi volti su quelli delle sue statue infrante.

TEBE e MENFI? Le hai distrutte lungo il cammino, ma ti sei ben guardato dal prender loro qualcosa. Non ridi poi tanto forte quando si parla di Tutankhamon.

Quando la retroguardia raggiunse il grosso della folla, con a capo Carlo Martello, la combattesti, così come ai Campi Catalaunici ti scontrasti con gli arcangeli di Attila. Le lingue che parli sono quelle dei tuoi antichi avversari. Da quasi venti secoli lasci che i reumatismi della Storia intorpidiscano i tuoi arti. È tempo che tu chieda agli uomini dell’Oriente la parola d’ordine che hai perduto. La strada che segui, nonostante la rotondità della Terra, non ti mostrerà mai altro che il tramonto. Inverti la rotta. Ma cosa vedo? Ti prendi sul serio?

Questo tappeto verde? Questi signori impotenti, questi intellettuali senza amore? Società delle Nazioni, come la chiami tu, omettendo naturalmente di precisare la sua origine: dieci milioni di cadaveri freschi e il necessario per mantenere le scorte. O diplomatici corrotti, riuniti per rendere impossibile ogni guerra, esaminiamo un po’ il vostro sporco lavoro. Mi sembra che la vostra Società abbia soprattutto un obiettivo: la lotta contro la libertà.

In nome di quale mostruoso principio di conservazione della specie permettete ancora che i vostri membri condannino l’aborto? Sul lato oscuro del crimine, l’amore si risveglia e affila i suoi coltelli; potrebbe darsi che presto, e in suo nome – che non ha mai significato Pace – si versi del sangue. In nome di quale diritto vietate l’uso degli stupefacenti? Tra non molto, senza dubbio, o scribacchini, condannerete a morte chi tenterà di suicidarsi senza riuscirci. Capisco: vi servono soldati per i vostri generali e contribuenti per le vostre finanze. Non è forse odioso che proprio coloro che esigono il sacrificio della vita, l’imposta del sangue per una causa che personalmente ripudio, esercitino un tale controllo su come si vive e si muore? La mia vita e la mia morte non riguardano che me. La patria? Che senso ha? Che senso ha mai avuto?

È lo stesso odio per l’individuo e i suoi diritti che vi ha spinto a regolamentare la letteratura pornografica. Un’ottima occasione per la vecchia zitella decrepita che simboleggia la Francia e per i paralitici che rappresentano gli altri paesi di grattarsi l’ombelico con il pensiero. Spettacolo sublime: vecchi intellettuali, con le palle cadenti o il seno avvizzito, che chiacchierano senza sosta di quanto siano indecenti i libri che ricordano loro da quanto tempo la loro schifosa decrepitezza tenga lontano ogni genere di amanti.

Società delle Nazioni! Vecchia schifosa! Puoi essere fiera della tua opera. Domani, per foreste e pianure, soldati inquadrati da gendarmi con la rivoltella alla tempia si massacreranno a forza. Quegli stessi soldati che hai fatto nascere a colpi di leggi e decreti. Domani, l’America protestante, più idiota che mai a furia di proibizionismo, che amerà masturbarsi soltanto davanti alle sue casseforti e alla Statua della Libertà, sosterrà finalmente lo sforzo del Consiglio degli uomini prudenti d’Europa. Allora il poeta e il saggio diranno che è giunto il tempo della rivolta della materia contro lo spirito. La parola d’ordine primitiva, finalmente ritrovata, infiammerà  la manciata degli ultimi sopravvissuti contro l’inquisizione dell’utilità. Che forma avrà questa rivolta spontanea? Caserme e cattedrali in fiamme? O una violenta presa di potere, un assedio a un edificio pubblico?

Un presidente della Repubblica, legione d’onore al collo, e i suoi ministri in giacca, portati via da insorti educati, davanti a un tavolo verde? Non importa. Ciò che conta è la politica a cui porterà questo rovesciamento del potere. Ho sempre disprezzato quei rivoluzionari che, per aver sostituito una bandiera tricolore a una bianca, si ritenevano soddisfatti e vivevano tranquilli, decorati dal nuovo Stato, pensionati dal nuovo governo. No, per un rivoluzionario esiste una sola politica possibile:

LA RIVOLUZIONE, OVVERO IL TERRORE

È la sua instaurazione che mi interessa, il suo avvento è la mia unica speranza per veder sparire gli schifosi che soffocano la vita. L’atmosfera infernale del presente finirà per soffocare ogni slancio nobile. Solo la bomba fatta in casa, brillando nel buio, può illuminare adeguatamente la folla dei nemici contro cui ci scontriamo. Ah! Che brillino finalmente, nelle piazze pubbliche e nei sobborghi abbandonati, i simpatici ordigni della liberazione! Troppo a lungo abbiamo lasciato che la feccia, i nostri nemici, li usassero contro di noi.

Assassini, banditi, fuorilegge, siete stati i primi ribelli. L’immondo partito della gente perbene vi ha consacrato al dio della viltà e dell’ipocrisia. Ciò che io forse non avrò mai il coraggio di compiere, voi lo avete tentato, e le vostre teste mozzate, trascinate da un invisibile oceano, sbattono tra loro da qualche parte, nell’angolo più oscuro dell’anima universale. Desiderio puerile, infantile follia, ma mi piace immaginare questa grandiosa notte così com’essa sarà. Con le sue carovane di ufficiali incatenati condotti al patibolo. Con i diplomatici e i politici, in abiti neri decorati di sangue rappreso, decapitati e ammucchiati ai piedi dei lampioni. Con la faccia paonazza di Léon Daudet, quel vecchio porco di Charles Maurras e Paul Claudel, il rincoglionito che puzza di sacrestia, l’anziano maresciallo di Castelnau, e tutti i preti, sì, tutti i preti! Che spettacolo meraviglioso, un mucchio di tonache e cotte, rivelando cosce scarne divorate dai pidocchi della lussuria ipocrita! E gli sbirri delle città sventrati per primi, e quei signori «in borghese» castrati, e intellettuali di ogni genere, da Anna de Noailles a Jean Cocteau, sapientemente martirizzati da quei carnefici che noi sapremmo essere così bene. Ah! Ritrovare il linguaggio del Père Duchesne per celebrare te, rivolta che viene! E non parlo di bruciare qualche oggetto da museo, o qualche libro nelle biblioteche – sebbene, quando si tratta di paccottiglia del genere, il piromane più radicale è anche il migliore.

NO! Parlo dello sterminio del Cittadino, ovunque, dentro e fuori di noi: fondatori di famiglie, creatori di opere di beneficenza (la carità è sempre un’umiliazione), i preti e i pastori (non voglio dimenticarli, quelli), i militari, quelli che restituiscono al proprietario il portafoglio trovato per strada, i padri corneliani, le madri di famiglie numerose, quelli che investono in titoli azionari o in qualche squallida assicurazione (più spregevoli ancora dei capitalisti), la polizia in blocco, gli uomini e le donne di lettere, i ciarlatani che inventano veleni contro le epidemie, i benefattori dell’umanità, i praticanti e i beneficiari della pietà… Tutto questo ciarpame finalmente scomparso, che sollievo! Le grandi rivoluzioni nascono dal riconoscimento di un unico principio: la libertà assoluta sarà il motore della rivolta che viene. Tutte queste libertà individuali si scontreranno. Con la rivolta che viene, l’umanità si scrollerà di dosso i vampiri che le succhiano il sangue e la vita, finché ricorderà che esistono questioni ben più importanti della coltivazione dei cereali.

 

È FINALMENTE ARRIVATO IL TEMPO DI OCCUPARSI DELL’ADESSO

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