L’AVANGUARDIA DEL CAPITALE

LA CLASSE OPERAIA CONTRO IL COMUNISMO

CARSTEN JUHL 

Poche cose sono tristi quanto rivangare le vecchie polemiche della tradizione comunista; e noi lasciamo volentieri all’ottusità dei leninisti qualsiasi archeologia che rimpianga i bei vecchi tempi andati. Ripubblicando l’articolo dello storico danese Carsten Juhl, uscito su «Invariance» nel ’74 con il titolo La rivoluzione tedesca e lo spettro del proletariato, non intendiamo neppure accendere un cero in più sulla tomba di Jacques Camatte. Come sempre, la questione dialettica della rivoluzione e del proletariato va affrontata soltanto sotto la pressione del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». Per questo, mentre gli stalinisti corrono al Nike Store per comprarsi la felpa di Maduro, noi preferiamo concentrarci sul ciclo delle cosiddette «rivolte della Gen Z» per chiederci, ancora una volta: può una rivoluzione essere «gestita» senza, per questo, capovolgersi in controrivoluzione? Che dobbiamo farcene dello spettro del proletariato? Liquidarlo, come Juhl, o piuttosto individuare, tra le rovine del Capitale Totale, la casa che ha deciso di infestare?

LA STORIA

Dopo che una nuova generazione di critici ha rimesso in causa il movimento operaio ufficiale, inclusi la sua sinistra e il suo “gauchisme”, considerandoli come movimento e corrente del capitale; dopo l’ennesima conferma del ruolo di questi ultimi durante gli episodi di rivolta degli anni ’60, da Watts a Parigi a Gdansk, una ricerca approfondita è divenuta necessaria per situare la tradizione del marxismo secondinternazionalista, poi socialdemocratico, nel contesto storico dello sviluppo della società capitalistica.

La riscoperta della guerra civile spagnola, del movimento reale che ingloba la rivoluzione russa e altri avvenimenti minori nella storia della rivoluzione (storia che oggi non si pone più i limiti dell’epoca del capitalismo nascente o maturo, come vollero i Marx o i Bordiga), ha rapidamente reso evidente che la rivoluzione tedesca riveste un’importanza cruciale – considerato lo sviluppo capitalistico nella regione tedesca – rispetto ad altre esperienze storiche (Russia, Finlandia, Ungheria, Italia, Cina e poi Spagna).

I fatti che ci interessano qui, ed anche nelle due parti successive di questo discorso introduttivo, sono quelli che possono essere definiti “di rottura”, in quanto tendono a rompere con l’establishment politico-sindacale delle diverse correnti, partiti e organizzazioni del socialismo ufficiale tedesco (socialdemocratico e centrista prima, terzinternazionalista poi) o con l’intero movimento operaio.

La storia del movimento rivoluzionario tedesco è finora stata scritta – con una sola eccezione – a livello delle organizzazioni, cioè a livello delle forme di rappresentazione che quel movimento si era dato, e che sempre si sono autonomizzate. In effetti, esse non furono fattori soggettivamente rivoluzionari che per qualche mese, nel periodo già breve che va dal 1918 alla primavera del 1921, lasciando quindi a tutte le proprie espressioni politiche e militari, fatta eccezione per i momenti di maggiore intensità, una funzione stabilizzatrice ed organizzatrice a livello politico-economico.

Questa funzione rivela il contenuto possibile, e dunque sovente realizzato, del movimento in quanto sinistra radicale del capitale; in realtà – a parte qualche breve momento di scontro (che rivelò però una notevole aggressività in certi gruppi di proletari) – le formazioni della sinistra tedesca hanno avuto come obiettivo reale quello di assicurare la sopravvivenza sociale di una parte della classe di cui erano l’espressione, ovvero dei settori più radicali del proletariato. Ciò significava evidentemente porsi dei problemi che non erano quelli di una rivoluzione integralmente anticapitalista, ma soltanto quelli di una rivoluzione contro la miseria capitalistica di allora.

Lasciando fuori da questo discorso un giudizio “realistico” che accetterebbe le “condizioni storiche” date e che limiterebbe la critica – e di conseguenza la prospettiva forse possibile oggi –, si può individuare in quella rivoluzione un carattere doppio; la rivoluzione – proprio allorché la sua sinistra comunista rompeva coi partiti operai, col parlamentarismo, coi sindacati e con i consigli degli operai e dei soldati – sorgeva alla fine della guerra assumendo immediatamente la funzione di una base democratica “diretta” per una costituzione social-repubblicana.

Questo carattere doppio ci appare oggi evidente, dato che conosciamo l’esito di quella rivoluzione; ma è egualmente chiaro che la funzione delle organizzazioni (Unionen e Betriebsräte) datesi dalle masse più radicali del proletariato – che abbandonarono i sindacati ufficiali, inclusi quelli a direzione terzinternazionalista – fu sempre ambigua; esse si costituirono molto tardi (1919-’20) e in un contesto di rivendicazioni d’autogestione della vita economica – rivendicazioni necessarie in ragione delle caratteristiche molto particolari delle categorie in questione, che dovevano vincere la miseria materiale assicurandosi, anche in modo violento, una rimessa in funzione dell’apparato produttivo tedesco largamente messo a riposo dalla crisi del dopoguerra.

Il movimento radicale tedesco non ebbe dunque carattere economico e rivendicativo (sindacale) ma costruttivo e gestionario (consiglista), poiché l’economia era da ricostruire. Ed è qui che si vede come quell’esperienza rimase imprigionata in una reazione negativa all’assetto capitalistico tradizionale, e tendente alla realizzazione dell’essere immediato del proletariato. Non vi fu dunque alcuna prospettiva di superamento positivo, mediante l’autonegazione della classe proletaria in quanto classe del modo di produzione capitalistico. A parte i limiti del movimento radicale, che non superò – secondo gli storici – il mezzo milione di proletari inquadrati nelle Unionen, prima di concludere la valutazione delle attività dei Linksradikalen, bisogna introdurre anche un altro fattore depotenziante: la rivoluzione russa.

La rivoluzione russa ebbe l’obiettivo capitalistico di sviluppare un’economia industriale molto giovane, giacché la classe borghese non aveva la forza e l’audacia per farla avanzare (nel bel mezzo dei problemi posti dalla guerra) preferendo mantenere condizioni tali da impedire lo stesso processo di riproduzione della forza-lavoro operaia, e gettando la Russia in una situazione pressoché pre-industriale. La classe operaia si trovò ad essere l’unica parte della società capitalistica dotata di una volontà storica sufficientemente radicale da far saltare i dispositivi arcaici ed aprire la via ad un’accumulazione capitalistica stabile e moderna, ma senza una classe borghese nel senso classico del termine e cercando di assicurarsi essa stessa sia la gestione che la pianificazione. In seguito, per ragioni legate alla guerra, al mercato, alla struttura economica russa e al ritardo politico della borghesia mondiale, ciò fu realizzato soltanto passando da una gestione operaia a una gestione dispotica di Stato, per mezzo del capitale anonimo; la mimica degli uomini cambiava, ma non la loro sottomissione alla logica della società capitalistica.

Come ogni rottura, quella russa mise uomini e passioni in movimento: i soviet e i consigli, così come le diverse correnti della rivoluzione (i bolscevichi di sinistra, e poi gli anarchici) furono compresi come espressioni di una nuova creatività rivoluzionaria; ma in ragione dei loro limiti storico-sociali (a giudicare dalla forma di rappresentazione dominante scelta da quel movimento: il partito bolscevico, ambiguo anche da un punto di vista capitalistico, Zinov’ev e Lenin!), non riuscirono – anche per quanto riguarda la visione mondiale – a tagliare il nodo gordiano della politica: indipendenza nazionale, parlamentarismo, frontismo, per non parlare di tutto il formalismo organizzativo, come mostra la critica di Gorter – anche se quest’ultimo, come i suoi contemporanei, si muove nel mondo delle espressioni e delle formazioni politiche, non arrivando a criticare i contenuti reali.

La rottura russa fu dunque un fattore di slancio rivoluzionario, ma il suo carattere gestionario e politico diede immediatamente il suo tono alla rivoluzione mondiale; la rivoluzione tedesca non soltanto non riuscì ad andare oltre, ma lo sviluppo capitalistico in Russia seguì un corso parallelo al recupero del movimento operaio da parte del capitalismo in Germania. Tale recupero ebbe luogo grazie all’autogestione operaia e alla democrazia – tentativo audace benché in ultima istanza fallimentare, come si vide in seguito, allorché questo capitalismo dovette centralizzare tutte le forze per risolvere i problemi degli anni Venti e Trenta, che prepararono la soluzione finale, cioè la seconda Guerra Mondiale.

La distanza storica che ci separa dagli avvenimenti tedeschi ce ne mostra tutti i limiti; ma uno studio approfondito delle fonti meno conosciute rivelerebbe forse che tra gli spartachisti, nell’armata rossa della Ruhr, nelle bande di Hölz o alla Leuna-Werk, l’atmosfera fu ben più radicale di quanto lascino intendere i programmi e le direttive gestionarie, totalmente dominanti la vita teorica e politica del movimento rivoluzionario tedesco.

LA CRITICA DI GORTER

Già prima della guerra del 1914-’18, Herman Gorter aveva sviluppato una critica radical-riformista, tipica della sinistra secondinternazionalista (comprendente anche Anton Pannekoek e Rosa Luxemburg) che, pur restando completamente all’interno del formalismo classista, del parlamentarismo, e della visione tradeunionista-deleonista, cercava un espediente rivoluzionario soggettivo e sembrava averlo individuato nell’aggressività spontanea del proletariato.

Durante la guerra questa tendenza si avvicinò alla sinistra russa; e anche se non completamente in sintonia, esse formarono le correnti della Sinistra di Zimmerwald: disfattista ed antimilitarista più che chiaramente rivoluzionaria. Verso la fine della guerra (1917-’18) la sinistra tedesca e olandese (divisa in Germania tra Bremerlinke, poi Socialisti Internazionalisti, e Spartachisti) sostenne i bolscevichi in quanto dirigenti di una rivoluzione che essa stessa considerava anti-borghese e proletaria – come in effetti fu, ma mai nel senso da essa sperato.

Soltanto di fronte alle direttive tattiche della III Internazionale e alla politica estera dello Stato sovietico, essa prese coscienza della linea classicamente socialdemocratica del partito bolscevico, ad ogni modo senza capirne fino in fondo le ragioni. Vi furono l’attacco leniniano all’estremismo e le risposte di Pannekoek e Gorter.

Nel corso di queste polemiche, e a seguito delle esperienze tedesche, prende forma la critica che si può trovare nel testo di Gorter e che può essere riassunta nei seguenti punti (segnalandone allo stesso tempo i limiti):

  1. La rivoluzione comunista ha come centro i paesi ad alto sviluppo capitalistico, ovvero quelli dell’Europa occidentale e gli stati orientali americani. Le lezioni importanti vengono dunque da qui, e non dalla Russia. La tattica internazionale dovrebbe essere fissata dai comunisti “occidentali”, e cioè: opposizione al parlamentarismo, ai capi e all’entrismo nei sindacati. Qui, come in tutta l’analisi dei comunisti tedesco-olandesi, la funzione capitalistica della socialdemocrazia non è chiara: si intuisce vagamente che essa fa un gioco borghese, che il ruolo del tribuno parlamentare, così come la figura paternalistica del capo nella gerarchia del partito o del sindacato, non ha niente di rivoluzionario. Ma l’anti-formalismo non si diede mai una base teorica che andasse oltre gli argomenti a sfondo democratico, che troppo spesso si trovano nella critica della sinistra comunista tedesca – così come si trova nella concezione del partito (KAPD) una visione avanguardista, con elementi illuministici che evocano le idee di Tasca e di Gramsci. Questa concezione del KAPD e di Gorter è dunque interna alla tradizione “partitista” di origine russa (bakuninista-leninista) i cui caratteri dominavano la sinistra comunista dell’epoca, ovvero: democratismo e centralismo “proletario” (KAPD), educazionismo e blanquismo (sinistra del VKPD). Di fronte all’influenza di questa tradizione, storicamente legata a quelle giacobine e massoniche, c’era quella laburista – sul modello della Prima Internazionale – che si era perpetuata, anche se con portata teorica minore, nel sindacalismo. Essa vide sorgere, soltanto alla fine della rivoluzione tedesca, una Organizzazione Unitaria (AAU-E), che invece del mestiere sceglieva l’azienda come base e che programmaticamente sosteneva un operaismo anti-partito.
  2. L’autonomia del proletariato fu punto comune alla Sinistra Tedesca e a quella Italiana, come confermato dalla loro comune ostilità ai “fronti operai” e all’apologia della “unità”, anche se la Sinistra Italiana, storicamente in ritardo, giungeva ad ammettere un “fronte unico sindacale”.
  3. L’anti-frontismo nei paesi ad alto sviluppo capitalistico è seguito dall’anti-frontismo nei paesi asiatici. Qui, la critica e la perspicacia di Gorter sono uniche per la sua epoca. Una prima esperienza si era già avuta in Turchia, ma fu soltanto dopo la disfatta della rivoluzione cinese, che una critica della sottomissione dei comunisti alle organizzazioni nazional-borghesi si fece strada nella III Internazionale. Gorter comprese anche le ragioni di questa politica estera borghese perseguita dallo stato sovietico, e la sua critica della pace di Brest-Litowsk fu giusta anche se incompleta, giacché egli non era a conoscenza dell’opposizione comunista a quella pace che abbandonò i movimenti proletari e/o comunisti, nel Baltico, in Finlandia e in Ucraina, alla repressione tedesca e a quella delle borghesie locali, nel nome di una unità nazional-democratica considerata dai bolscevichi di destra come la premessa storica alle rivoluzioni comuniste.
  4. Allo stesso modo Gorter fu tra i primi a “classificare” la rivoluzione russa come “rivoluzione doppia”, anche se rimase prigioniero di una logica gestionaria e operaista; egli considerava misure proletarie anticapitaliste quelle che invece avevano unicamente la funzione di riorganizzare e centralizzare l’economia, allo scopo immediato di assicurare la riproduzione della forza-lavoro operaia (cfr. il “collettivismo della miseria” del Gramsci del ’17!).

Il fattore principale della dominazione borghese sugli eventi proletari della rivoluzione sarebbero, secondo Gorter, i contadini. Egli non comprese il ruolo del capitale agrario come base di un programma d’industrializzazione, e credette, al contrario, che le rivendicazioni per la terra avanzate dal contadiname avrebbero indebolito il proletariato, ovvero l’industria urbana, spostando il baricentro economico-politico nelle campagne. Tale modo di porre la questione non vedeva che lo sviluppo russo seguiva la logica di un capitale ormai anonimo.

L’importante problematica delle antiche comunità rurali non era conosciuta da Gorter. Essa avrebbe posto – unitamente ad un’analisi che si fosse basata su una rivoluzione internazionale e su una visione di opposizione all’industrializzazione della Russia – tutto il discorso delle sinistre tedesche e russe sotto altra luce.

Di conseguenza, molti problemi sono mal posti. Il ruolo dei bolscevichi è valutato in modo errato, essendo apprezzati come i veri e unici portatori di un’iniziativa rivoluzionaria nell’ottobre del 1917. La grande svolta, in Russia, avviene secondo Gorter nel 1921, quando la dominazione contadina-borghese diviene completa con la NEP e con Kronstadt, che Gorter considerava l’espressione esplosiva della dualità della Russia rivoluzionaria.

Una volta sviluppata la sua critica, Gorter può concludere che la Russia, il terzinternazionalismo, la socialdemocrazia e i movimenti democratici d’Asia, debbano essere considerati come nemici della rivoluzione.

Russia, socialdemocrazia e movimenti democratici, devono essere consideratI nemici della rivoluzione

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Tre sono i punti più generali del discorso di Gorter che vanno sottolineati. Il primo: la sua fede in una rivoluzione sempre possibile nel corso di una crisi mortale del capitalismo (ammettendo allo stesso tempo che il mondo intero rappresenta un nemico per la rivoluzione, incluso il proletariato stesso, come vedremo…).

Il secondo: il suo formalismo organizzativo, consiglista e gestionario, che lo portò alla creazione dell’Internazionale Comunista Operaia – che egli non osò nemmeno chiamare “partito storico”, come fece più tardi il bordighismo di sinistra in occasione della creazione volontarista di un’altra Internazionale, il Partito Comunista Internazionalista. Sebbene Gorter sottolineasse l’importanza della critica e della preparazione teoriche dei tre KAP membri della sua Internazionale (KAP di Essen, d’Olanda e di Bulgaria, tendenza di Sofia), una ragione importante della scissione nel KAPD fu proprio la creazione dell’Internazionale Comunista Operaia, intesa come l’Internazionale della rivoluzione futura.

Infine la sua completa accettazione (ancora viva oggi nelle discussioni tra le ideologie ultrasinistre) della contraddizione fittizia tra gestione consiliare e gestione partitista.

LO SPETTRO DEL PROLETARIATO

Uno spettro s’aggira per la storia delle rivoluzioni: è lo spettro del proletariato. Dapprima atteso come il Messia che verrebbe infine a ricompensare i sacrifici offerti al capitalismo progressivo, unificatore, centralizzatore e industrializzatore, lo si è visto poi apparire in veste socialdemocratica e prendere parte alle guerre imperialiste, come alle elezioni parlamentari, vivendo e accettando il ritmo della società del capitale: produzione e consumo in funzione della riproduzione della propria forza-lavoro, in vista di una nuova produzione – rivendicando di quando in quando un aumento della propria parte di valore prodotto, base quantitativa a una potenzialità qualitativa e rivoluzionaria, in virtù del salto della ginnastica di classe…

Il proletariato mondiale è per Gorter “ostile al comunismo”; ad ogni modo – prigioniero della logica gestionaria e produttivista – egli si attende dal medesimo proletariato la liberazione umana attuata attraverso la lotta di classe, i cui limiti rivendicativi e riformistici egli stesso è il primo a riconoscere. Chi risolverà questa contraddizione? La storia! Il grande a-priori passe-partout dell’ultrasinistra. Così Gorter si spiega tutti i luoghi comuni marxisti: nel 1848 “una rivoluzione proletaria” non era possibile, ma ora!… si aspetta la coscienza-Godot.

Che la critica debba andare ben oltre la politica – come si vedrà dopo una pausa trentennale in un’altra corrente consiliare di dimensioni ben più importanti, la corrente situazionista –, ciò fu avvertito soltanto dal gestionario “unitario” tedesco Otto Rühle che, criticando la vita quotidiana nelle famiglie e nei quartieri operai, finì invece per fare l’apologia dell’inquadramento “extra-borghese” dato ai proletari dall’apparato produttivo capitalista.

Infatti, finché la classe operaia non viene concepita come parte integrata ed integrante nel processo di riproduzione della società capitalistica, e la rivoluzione non viene posta in termini che sfuggono alla divisione in classi, la prospettiva seguirà sempre il gioco delle mutazioni e degli sviluppi della società capitalistica, senza caratterizzare null’altro che le contraddizioni di classe come elemento del movimento stesso del capitalismo, della dialettica del processo di metamorfosi perpetua della società capitalistica.

La critica rivoluzionaria, slegandosi da quella razionalità dialettica formale (classe/capitale – lotta di classe/coscienza – crisi/rivoluzione) che rende il pensiero radicale una sorgente d’originalità innovatrice per l’autocritica del capitale, sentirà la sua scienza come fattore di riproduzione sociale e cercherà di riproporre la rivoluzione nei termini del Marx del 1844, del comunismo come «la vera soluzione del conflitto tra esistenza ed essenza, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra individuo e specie». Tale critica – abbandonando il campo della negatività e incominciando immediatamente il ripensamento positivo e vivo della rivoluzione, e quindi di noi stessi – dovrà superare le separazioni tra razionalità e sentimento. Di più, unificando arte e scienza, dovrà negare la società del capitale, partecipando in modo creativo a quella rottura finale col vecchio mondo che potrà generare una vita umana e di vera comunità.

Su ciò si potrebbe fondare una visione rivoluzionaria oggi. Essa non riconoscerebbe la critica di un tempo come base direttamente sua. Tuttavia, il superamento della critica negativa prodotta dal vecchio marxismo di sinistra, pone la necessità di fissare la portata ed i limiti dell’archeologia del comunismo – discorso che si potrebbe riprendere in sede successiva.

Finché la rivoluzione non viene posta in termini che sfuggono alla divisione in classi, la prospettiva seguirà sempre il gioco delle mutazioni e degli sviluppi della società capitalistica

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