
LE STEPPE DELL’ANIMA
DALLA DISFATTA DEL POPULISMO RUSSO ALL’ALBA DEL NICHILISMO SIBERIANO
FRANCO VENTURI
Non è ancora il crepuscolo della Russia zarista. Mancano cinquant’anni perché Nicola II cada sotto i colpi dei fucili a Ekaterinburg, in una villa sperduta tra le steppe della Siberia occidentale. Già mezzo secolo prima dell’uccisione dell’imperatore, dalle immensità siberiane spirava un vento minaccioso: quello del nihilismo. Ma che cos’è il nihilismo? La sua origine storica, letteraria e politica resta avvolta nel mistero, come se la sua genesi si perdesse nelle terre remote dell’Asia centrale: nella rabbia silenziosa dei contadini, nel galoppo dei cavalieri Tyvalar, nella mistica dei pellegrini ortodossi. In questo scritto tratto da Il populismo russo, Franco Venturi indaga l’alba del nichilismo, rintracciandone le prime forme tra gli studenti universitari siberiani, i separatisti delle steppe, i congiurati di Kazan’ e i populisti disillusi dopo la fallita insurrezione polacca. È un’alchimia di contraddizioni: egoismo e federalismo, élitismo e odio popolare, amore per le masse e culto delle società segrete. Da allora il nichilismo non smette di agitare la storia del pensiero politico radicale, animando tanto una certa refrattarietà anarchica, quanto un certo giacobinismo delle élite rivoluzionarie. La sua ombra, vasta e ambigua, continua a estendersi sulla storia rivoluzionaria, attraversandola come una crepa oscura — ora fratturandola, ora ricomponendola.
VENTI TRISTI. IL FALLIMENTO DELL’INSURREZIONE DI GENNAIO E LA SFIDUCIA NEL FUTURO
La liquidazione della congiura di Kazan’ segnò la fine dei tentativi rivoluzionari compiuti negli anni immediatamente susseguenti alla liberazione dei servi. Lo schiacciamento della rivolta polacca [l’insurrezione di gennaio fu la più lunga rivolta polacca contro l’Impero russo: ebbe inizio il 22 gennaio 1863 e gli ultimi insorti furono catturati nel 1864. Iniziò come protesta spontanea da parte dei giovani polacchi contro la coscrizione all’interno dell’esercito russo] suggellò il decennio delle grandi trasformazioni e delle grandi speranze apertosi con la guerra di Crimea. Ognuno degli elementi di progresso emersi durante quei dieci anni continuò a vivere e a svilupparsi, ma modificato e contorto dalla sconfitta subita e dalla fase d’arresto a cui le circostanze costringevano ormai tutto il «movimento di liberazione».
La volontà riformatrice dello Stato si arenò. Si fece ancora qualche importante passo avanti sul terreno dell’amministrazione della giustizia, ma il problema della censura e quello dell’amministrazione locale dimostrarono quali fossero ormai le debolezze intrinseche di quel continuo compromesso che tuttavia aveva concesso, ancor pochi anni prima, di varare la riforma contadina. Fallita la campagna per la convocazione di uno zemskiij sobor [primo parlamento russo su base feudale. Fu attivo nel XVI e nel XVII secolo. Il termine volgarmente significa assemblea della terra], il costituzionalismo si rifugiò di nuovo nella burocrazia e nella nobiltà, diventando timida ed incerta aspirazione ad un coronamento «liberale» dell’assolutismo riformatore.
Le tendenze «regionalistiche» e «federalistiche» ricevettero un duro colpo dallo schiacciamento dell’insurrezione polacca, e non le vedremo riemergere che nell’autonomismo siberiano, prima di confluire — in forme estremistiche e rivoluzionarie — nel fermento federalistico e anarchico degli anni 70’.
Il populismo del «Sovremennik» sopravvive agli arresti del 1862, continua la tradizione di Černyševskij e di Dobroljubov. Ma non è più animato dalla fiducia in un prossimo sbocco della propria volontà di rinnovamento integrale. Assume le forme della satira e della critica di tutta la vita russa. Tende a riporre ogni futura fiducia — diminuita ormai la fede in se stessa che aveva nutrito la giovane intelligencija di Zemlja i volja [movimento clandestino rivoluzionario russo di stampo populista sorto nel 1861 e sciolto nel 1864 dalla repressione delle autorità zariste] — nel «popolo», nel «contadino».
In contrasto con questo atteggiamento sorge allora chi riafferma invece la funzione essenziale dell’élite «criticamente pensante», contrapposta alla folla passiva e incapace di rivolta. Nasce così il «nihilismo». Sono gli anni di Pisarev e della rivista Russkoe slovo, che porterà un elemento nuovo, i cui riflessi vedremo nel primo ritorno alla cospirazione, nell’Organizzazione di Išutin. Ma prima di volgerci di nuovo al mondo del «sottosuolo» sarà necessario esaminare nel suo insieme questo quadro degli anni ’60 e seguire gli sviluppi di ognuna delle correnti ora elencate.

Già la rivolta polacca fece pensare ad alcuni elementi dell’alta burocrazia che era necessario circondare l’assolutismo di istituzioni capaci di dargli una sorta d’aureola costituzionale. «Fate che la Russia compia un passo avanti rispetto alla Polonia, per quanto riguarda lo sviluppo delle istituzioni statali», dichiarava il ministro dell’interno Valuev ad Alessandro II, nel 1863. Si sarebbe trattato d’una rappresentanza burocratica chiamata ad allargare, a dare maggior lustro e dignità al Consiglio di Stato. Un progetto in tal senso venne redatto e discusso, ma restò lettera morta. Evidentemente in tale materia il primo passo è anche il più difficile. Alessandro II rifiutò di compiere anche soltanto un gesto che avesse potuto metterlo sulla via costituzionale. Quando, nel gennaio 1865, l’assemblea della nobiltà di Mosca gli inviò un indirizzo in cui gli chiedeva «di completare l’edificio statale da lui creato con un’assemblea generale di deputati di tutta la terra russa onde discutere le esigenze complessive dello Stato», l’imperatore rispose che «quanto aveva fatto nel passato doveva essere un pegno sufficiente per tutti i suoi fedeli sudditi» e che nessuno di questi aveva il diritto di «prevenirlo nelle sue cure incessanti volte al bene della Russia».
A simili dialoghi interni delle alte sfere della burocrazia statale — o tra lo zar e i suoi nobili — si erano ridotti ormai anche quei movimenti che nel 1861 avevan portato all’arresto dei nobili di Tver’, avevano indotto Herzen a gettarsi nella propaganda per lo zemskiij sobor e che avevano portato Černyševskij a scrivere le sue Lettere senza indirizzo.
Erano le ultime luci d’un movimento declinante, incapace di fare appello all’opinione pubblica, incapace di suscitare attorno alle idee costituzionali un interesse tale da distogliere l’intelligencija dal suo sempre più radicato populismo. Ogni riforma apportata all’interno dell’assolutismo faceva sorgere naturalmente la visione d’uno sbocco liberale, ma il liberalismo russo restava chiuso nella contraddizione d’una costituzione concessa dall’alto, ottenuta senza volere e potere ricorrere ad una pressione dal basso.
Il «federalismo» di Ščapov, la volontà di rinascita delle «regioni storiche», contro l’accentramento statale continuò a svilupparsi anche negli anni ’60. Ma è naturale che in uno Stato plurinazionale, qual era l’Impero d’Alessandro II, queste correnti tendessero rapidamente a prendere forma di «risorgimenti» nazionali contro la dominazione russa. L’Ucraina, il Caucaso, l’Armenia, le regioni del Baltico, le terre lituane e polacche trassero da questo «federalismo» — come da tutto il populismo — nuovi elementi per approfondire i propri movimenti nazionali.
La rivolta polacca pose bruscamente questi problemi sul terreno della politica immediata, quando le altre correnti nazionali erano ancora in embrione. La sua liquidazione segnò una battuta d’arresto anche per quest’ultime e portò Alessandro II verso una politica di «russificazione» del suo Impero.
IL SEPARATISMO SIBERIANO E UN NUOVO MONDO CONTADINO
Solo in una «regione storica» della Russia propriamente detta vi fu un tentativo di creare un movimento di carattere autonomista e indipendentista. Proprio la Siberia — da cui Ščapov proveniva — fu il più importante terreno del «federalismo» russo. Per quanto modesto, il movimento siberiano è tutt’altro che privo d’interesse, e degno d’essere osservato più da vicino.
Animatori ne furono Nikolaj Michajlovič Jadrincev e Grigorij Nikolaevič Potanin. Ancora giovanissimi erano venuti a studiare nella capitale. A Potanin la strada dell’università fu facilitata, se non aperta, da Bakunin, allora in esilio in Siberia. Nel 1860 avevano creato a Pietroburgo uno di quei numerosi gruppi di compaesani tanto frequenti in quegli anni nell’ambiente studentesco, raccogliendo i siberiani sparsi nei diversi istituti superiori della capitale. Si trattava per la maggior parte di studenti poveri, che vivevano insieme, riuniti in comunità. Il più miserabile di tutti era il giovane etnografo Čudjakov, il rivoluzionario che verrà condannato qualche anno più tardi nel processo contro gli organizzatori dell’attentato di Karakozov.
Sin dall’inizio le discussioni interne al gruppo erano particolarmente accese e finirono col dividere il gruppo in due correnti, i regionalisti da un lato e coloro per cui il problema federalista passava invece in seconda linea di fronte a quello della rivoluzione sociale e contadina.
Le idee dei primi, capeggiati appunto da Jadrincev e Potanin, erano ispirate indubbiamente da Ščapov, che però non ebbe rapporti diretti con quel gruppo. Anche il fermento autonomista ucraino non fu senza importanza nella formazione delle loro idee. La tradizione della «Società degli slavi uniti» — e soprattutto della «Società di Cirillo e Metodio» — fu di incitamento per questi giovani siberiani. Poterono leggere, ad esempio, un articolo dello storico Kostomarov, Pensieri sul principio federale della Russia antica, stampato nel 1861 nella rivista ucrainofila Osnova, in cui questa tradizione decabrista e quarantottesca veniva ripresa e sviluppata. Kostomarov sosteneva apertamente che la Russia doveva dividersi in parti o Stati: del nord, del nord-est, del sud-est, due Stati della Volga (superiore e inferiore), due della Piccola Russia (centrale e meridionale), due della Siberia, uno del Caucaso, ecc. Zemlja i volja, allora in incubazione a Pietroburgo, come si ricorderà, tenne conto nella sua stessa struttura organizzativa di simili esigenze regionalistiche. Mentre era studente nella capitale, Jadrincev avvicinò alcuni tra i fondatori di Zemlja i volja. I suoi primi scritti furono pubblicati nell’Iskra di Kuročkin, anche lui membro di quella società segreta.
I disordini universitari e la chiusura delle aule portarono Potanin dritto in prigione. Verrà costretto dalla polizia a tornare in Siberia. Anche Jadrincev nel 1863 era stato mandato di nuovo in Siberia. A Tomsk, in Siberia, continuarono a partecipare attivamente alla vita pubblica e intellettuale del luogo, occupandosi dei problemi contadini, della creazione di un’università siberiana, e a coltivare i contatti con i piuttosto rari elementi colti e originali della redazione del giornale locale.
Nella primavera del 1865 entrambi venivano nuovamente arrestati. L’accusa era di aver voluto abbattere l’ordine costituito in Siberia, di aver voluto dividere quella regione dall’Impero russo. Jadrincev, molti anni dopo e affidandosi solo alla sua memoria, riportò quell’accusa in modo ancora più emblematico: «Separare la Siberia dalla Russia e fondare una repubblica sul modello degli Stati Uniti d’America». Le perquisizioni furono capillari, gli arresti numerosi, e coinvolsero tutti i principali centri della Siberia. La custodia cautelare dei principali imputati sarebbe durata addirittura tre anni.
Ancora oggi non è facile determinare con precisione la reale portata politica di quel movimento. Gli imputati, in seguito, non rinnegarono certo le proprie idee, ma — più o meno consapevolmente — mostrarono la tendenza a rivestirle di un colore più tenue, più innocente. Quanto alla storiografia successiva, anche quella sovietica, si è occupata poco di questo episodio, come di molti altri aspetti del populismo che si opponevano all’accentramento dello Stato.
Con ogni probabilità, M. Lemke ha colto il nodo essenziale della questione, osservando come anche nei circoli ufficiali siberiani — ad esempio nel comitato della Società Geografica, ispirato da Murav’ëv-Amurskij — già nel 1861 si parlasse della condizione coloniale della Siberia, prospettando «una separazione dalla metropoli, come insegna la storia di tutte le colonie». Gli Stati Uniti d’America apparivano allora il modello naturale per una corrente decisa a diffondere tali idee. Già tra i petraševcy si trovavano accenni a un possibile sviluppo autonomo della regione, e l’epoca delle riforme fece credere che fosse giunto il momento di dar vita a una coscienza siberiana. La repressione, in effetti, colpì proprio il germinare di queste speranze. «Non si trattava di semplice separatismo, ma di distruggere in Siberia le tendenze patriottiche», dirà più tardi Jadrincev.
Non si trattava di semplice separatismo, ma di distruggere in Siberia le tendenze patriottiche
Persino il regime carcerario cui furono sottoposti gli imputati rifletteva questo lato del problema: durante i tre anni di detenzione preventiva, Potanin, Jadrincev e Šaškov rimasero rinchiusi nella torre di Omsk, ma al primo fu concesso di studiare negli archivi locali, al secondo di occuparsi di etnografia. Pur tenendoli prigionieri, le autorità non vollero interrompere del tutto le loro attività di ricerca. Più tardi, Jadrincev avrebbe raccontato quelle esperienze in un libro di grande interesse: La comunità russa in carcere e nella deportazione.
Quando giunsero infine le sentenze, le condanne furono dure. Potanin ebbe quindici anni di lavori forzati, Jadrincev dodici, poi commutati nella deportazione nella regione di Archangel’sk. La loro salute era ormai compromessa, e il lungo viaggio dovette essere compiuto in gran parte a piedi. Giunti ad Archangel’sk in pessime condizioni, trovarono tuttavia un inatteso alleato nel governatore Gagarin, «un gentiluomo e un aristocratico, amministratore tenero e umano», che non solo li trattò con riguardo, ma lesse con entusiasmo proprio le memorie di Jadrincev sulle prigioni. Si recò persino nell’ospedale dove lo studioso era ricoverato, per ringraziarlo di persona. Quelle memorie non mancarono di esercitare una certa influenza sulle riforme carcerarie di quegli anni: era l’inizio della lunga battaglia che Jadrincev avrebbe condotto contro la deportazione in generale, e contro quella in Siberia in particolare.
Tutti questi particolari ricompongono, attorno ai “separatisti” siberiani, quell’atmosfera di estrema durezza e insieme di inattesa umanità che contraddistingue il regime di Alessandro II: il riflesso di uno Stato disorganizzato, ma anche della solidarietà che, malgrado tutto, continuava a rinascere — persino nei più remoti angoli della Russia — tra gli spiriti più liberi e indipendenti.

Era, in parte, un ridimensionamento dello slancio di dieci anni prima, quando quegli uomini sognavano una Siberia in qualche modo indipendente; ma era anche un modo per rendere le loro idee regionaliste più accettabili. Jadrincev, infatti, una volta riacquistata la libertà, si sarebbe presto messo sulla strada che lo avrebbe reso, a Pietroburgo, uno dei più noti e stimati studiosi dei problemi siberiani. Riflettendo poi sul significato del proprio regionalismo, scriverà una pagina fondamentale per chiarire con precisione i punti di contatto e di divergenza tra questa corrente e quella populista:
«L’intelligencija russa, nel suo slancio verso il popolo, finì per identificare l’attività “in provincia” con l’attività nelle campagne, a favore dei contadini. Così facendo, inaridì non solo l’azione, ma l’idea stessa del movimento populista. Noi invece volevamo risvegliare e generalizzare la vita intellettuale nelle province [… ]. Il problema era, secondo me, d’enorme importanza per tutto lo sviluppo della Russia. Era il problema della regione (oblast’) e della sua partecipazione alla vita nazionale. Era il problema stesso che un giorno aveva sollevato Ščapov, creatore d’un nuovo punto di vista storico. All’abitante della capitale, la provincia appariva come un modello d’immobilità, d’ignoranza, di dominio dei rozzi istinti delle masse e degli interessi ormai spenti dei padroni di servi. L’intelligencija della provincia era considerata miserabile, senza importanza, la stampa provinciale veniva giudicata come il regno della meschinità. Nessuno pensava fosse giusto raggruppare l’intelligencija di provincia, organizzarla. Il populismo — nella sua forma generica, indeterminata — restava così dominato dalle tendenze provenienti dalla capitale. Ma che cos’è mai un vero populismo senza la partecipazione della vita intellettuale e civile delle province?»
L’analisi è illuminante: le tendenze regionaliste degli anni Sessanta appaiono come un risveglio, come l’espressione politica dell’intellighenzia provinciale. Ma quando, negli anni Settanta, il populismo assunse un carattere rivoluzionario e terrorista, entrò in conflitto con questo provincialismo. Le due tendenze, unite alla loro origine, andranno divergendo sempre più. Potanin visse abbastanza a lungo da tentare, nel 1905 e poi nel 1917, di dare forma politica alle proprie idee; ma finirà isolato e sconfitto di fronte all’ondata della rivoluzione sociale.
La sospensione della rivista Sovremennik e l’arresto di Černyševskij, nel 1862, privarono il populismo del suo principale organo e del suo leader più autorevole. Alcuni tra i suoi collaboratori più vicini riuscirono tuttavia a riunirsi intorno a una nuova, piccola rivista, Očërki, il cui primo numero uscì il 1º gennaio 1863. Vi collaborò anche Ščapov, e la presenza del suo nome accanto a quello dei seguaci di Černyševskij testimonia chiaramente come l’atmosfera stesse cambiando. La volontà politica che aveva animato la Lettera senza indirizzo lasciava ora il posto a un’esaltazione delle tradizioni comunitarie ed egualitarie del villaggio russo, accompagnata da una contrapposizione tra popolo e Stato, tra Russia e civiltà occidentale, con sfumature talvolta slavofile. L’idea di fondo del primo numero — probabilmente formulata da Eliseev — era che milioni di contadini, «pur avvertendo le difficoltà della loro condizione, sono così abituati a certe forme di vita e a determinati principi da desiderare sì un miglioramento, ma non a prezzo del loro modo di vita ancestrale». Il nucleo di queste tradizioni risiedeva, si leggeva, «nell’eguaglianza e nella vita basata sull’obščina, che comprende l’eguaglianza dei beni, dei diritti, delle idee». Solo lì, e soltanto lì, sopravviveva «il germe di una comunità sociale fondata su un elemento etico». Nell’Europa occidentale, invece, «malgrado l’uguaglianza dei diritti politici», mancava un fondamento simile: «L’attuale organizzazione europea non contiene alcuna medicina radicale contro le disgrazie dell’umanità». Si trattava perciò di sviluppare le forze contadine già esistenti in Russia, «liberandole dagli elementi estranei, introdotti con la violenza» e, ancora: «Abbattete questi ultimi, permettete di crescere a ciò che spunta naturalmente, e sarete sulla buona strada». Così, un populismo più spontaneo e romantico, meno politico e più radicato nelle campagne, si affermava come il primo risultato dell’eliminazione violenta degli elementi più coscienti e occidentalizzanti che Černyševskij aveva introdotto.
LA RESURREZIONE DEI MORTI O IL “CONCISTORO” DI NEKRASOV
Quando, dopo lunghi mesi di trattative e incertezze, Nekrasov ottenne finalmente il permesso di riprendere la pubblicazione del Sovremennik, queste idee iniziarono a guadagnare spazio sulle pagine della rinata rivista e, tuttavia, rimanevano ancora fortemente vincolate all’eredità di Černyševskij, alla volontà di proseguire il suo progetto senza deviazioni. Del resto, l’alto livello culturale del Sovremennik tendeva, di per sé, a inserire quelle concezioni in un orizzonte mentale e politico più ampio.
La redazione veniva scherzosamente chiamata da Nekrasov il suo «concistoro». Si componeva in gran parte da figli di pope [letteralmente, i figli dei preti ortodossi russi. che spesso ricevevano un’istruzione relativamente buona, e spesso erano membri dell’élite intellettuale e culturale della Russia provinciale] che costituivano la nuova élite intellettuale al passaggio tra gli anni ’50 e ’60. Anche senza contare Černyševskij e Dobroljubov, era quella l’origine anche di Grigorij Zacharovič Eliseev, siberiano, professore all’Accademia ecclesiastica di Kazan’ e autore di libri di storia religiosa prima di diventare collaboratore del Sovremennik e uno dei più apprezzati giornalisti populisti in quei due decenni. Lo stesso vale per Maksim Alekseevič Antonovič, che, appena uscito dal seminario, s’era messo a scrivere articoli di filosofia, sulla scia dell’«antropologismo» feuerbachiano di Černyševskij, da lui interpretato in un senso sempre più materialistico e positivistico. Con A. N. Pypin, parente di Černyševskij, si formava il nucleo centrale del «concistoro», che guidò il Sovremennik dal 1863 al 1866. Al sincero spirito populista di Nekrasov — insieme alla sua notevole abilità e flessibilità giornalistica e politica — si deve gran parte dell’influenza della rivista. La vera novità della nuova redazione, tuttavia, fu la presenza di Saltykov-Ščedrin, la cui satira e intensa attività pubblicistica lasciarono un’impronta profonda nelle prime annate del periodico rinato.

«Nel 1863 la società russa era cambiata al punto da essere irriconoscibile», dirà più tardi Eliseev nei suoi frammenti autobiografici. In quella situazione il Sovremennik cercò di mantenere il suo vecchio programma: «Scopo essenziale restava quello di gridare senza tregua che la società potrà prosperare soltanto il giorno in cui vivrà secondo la «legge divina», il che significa: «un pezzo a te, un pezzo a lui, un pezzo a me. Questo vuol dire che il membro più insignificante della società non può esser diseredato, che ognuno dovrà avere il proprio pezzetto». Ma una cosa è avere un programma ispirato da un senso contadino ed egualitario, altro è saperlo applicare, soprattutto in un’epoca di reazione, tra le difficoltà della censura e di un pubblico meno culto e fedele di quello dell’epoca di Černyševskij. Eliseev stesso indicò le gravi carenze e i molti errori della rivista in quegli anni. Innanzitutto Sovremennik non seppe prender posizione sul problema polacco. Non mancò qualche accenno di Saltykov-Ščedrin, che per l’occasione riprese la tattica già impiegata da Černyševskij, parlando dell’Austria con l’evidente intenzione di alludere alla Russia.
Ma non poteva bastare. In mezzo allo scatenarsi delle passioni nazionalistiche, il Sovremennik era costretto al silenzio stampa o a mormorare qualche rara parola. La redazione non volle rischiare inutilmente la propria sopravvivenza: bastò la minaccia della censura a toglierle ogni velleità di influire sul problema più importante tra il 1863 e il 1864.
I legami tra il Sovremennik e la «giovane generazione» — in gran parte studenti — cominciarono a indebolirsi. «N. G. Černyševskij era stato loro vicino — ricordava Eliseev — li guidava personalmente e li difendeva con ardore quando necessario. Sapeva quello che faceva e ciò che cercava. Ma dopo il suo arresto, ogni contatto diretto tra il Sovremennik e gli studenti venne meno». Il Che fare? di Černyševskij continuava comunque a offrire agli studenti un modello e un ideale da seguire, ma il giovanile e generoso utopismo del romanzo non soddisfaceva più le menti più critiche. Persino Saltykov-Ščedrin ritenne utile polemizzare apertamente con il Che fare?, proprio sulle pagine del Sovremennik.
Ščedrin era in grado di sostituire l’appello diretto alla gioventù del Che fare? con la sua meravigliosa violenza satirica, capace di esprimere la frustrazione delle coscienze più sensibili di fronte alla pesante e bruta realtà russa. Sapeva affrontare e smascherare tutti quei fenomeni di ottusità morale, politica e sociale che si riaffacciavano e si consolidavano dopo la scossa delle riforme. Tuttavia, sebbene Saltykov-Ščedrin abbia avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell’intelligencija degli anni Sessanta e Settanta, non ci si poteva certo aspettare che fosse lui a dettare una nuova direttiva politica, né tantomeno che rivestisse un ruolo attivo nell’organizzazione e nell’orientamento della gioventù.
Un simile orientamento poteva giungere solo dall’Occidente, dove in quegli anni si assisteva alla rinascita del movimento operaio e socialista, con la fondazione del partito di Lassalle nel 1863 e della Prima Internazionale l’anno successivo. Non a caso, il Sovremennik offriva numerose informazioni e approfondimenti su questi fenomeni, contribuendo a far conoscere in Russia le idee e le correnti emergenti.
Ju. Žukovskij, che si affermò come l’economista del gruppo, dedicò un dettagliato articolo allo Sviluppo storico delle associazioni operaie in Francia, spiegando i vantaggi delle cooperative di consumo e di produzione con un taglio dichiaratamente ispirato a Proudhon. Pypin si occupò invece del movimento operaio in Inghilterra, descrivendo, ad esempio, Le associazioni culturali degli operai inglesi, e sottolineando l’importanza delle scuole e delle università popolari. E. K. Vatson prese posizione contro il laissez-faire nel suo articolo Le classi operaie in Inghilterra e la scuola di Manchester. Non mancò neppure un tentativo di far conoscere quanto accadeva negli Stati Uniti con la comunità dei Tempi nuovi, basata su princìpi comunistici.
Ma fu la situazione tedesca a catturare in modo particolare l’attenzione del Sovremennik: Vatson affrontò più volte, nella rubrica Politica a lui affidata, il dibattito tra Schultze-Delitzsch e Lassalle, mentre Pypin scrisse una biografia di Lassalle. Sulla rivista apparve anche, tradotto integralmente, l’articolo di quest’ultimo Sui rapporti tra l’attuale periodo storico e l’idea di classe operaia. Malgrado le cautele e i silenzi imposti dalla censura, risulta abbastanza chiaro che la redazione guardava con simpatia alla politica operaia di Lassalle, contrapponendosi ai tentativi puramente riformistici e cooperativistici di Schultze-Delitzsch. Ma quale significato poteva avere in Russia questo operaismo, questo rinnovato interesse per l’organizzazione del proletariato occidentale? Gončarov, il noto romanziere autore di Oblomov, allora impegnato nei suoi doveri di censore, ci offre una possibile risposta in un rapporto del 18 febbraio 1865: «Gli articoli dedicati a simili teorie vengono stampati sulle pagine delle nostre riviste senza quasi nessun risultato: non li legge quasi nessuno, salvo forse pochi specialisti, i quali del testo preferiscono prender direttamente visione delle opere di Schultze-Delitzsch e di Lassalle nella fonte originale. La differenza tra la situazione delle classi operaie all’estero e in Russia, il loro diverso modo di vita, fanno sì che tali articoli rimangano quasi incomprensibili al pubblico».
I numerosi «forse» e «quasi» con cui Gončarov giustifica le sue affermazioni mostrano quanto egli stesso fosse incerto su ciò che sosteneva. Se gran parte dell’intelligencija manifestava scarso interesse per quei problemi, in Russia c’erano comunque lettori che traevano stimoli dagli articoli del Sovremennik per consolidare e approfondire le idee sulle associazioni operaie e artigiane di cui già si aveva qualche idea a partire dal Che fare? di Černyševskij. Come vedremo più avanti, proprio da questi tentativi nascerà infatti l’«Organizzazione» di Išutin.
Tuttavia Gončarov sollevava un problema reale, che non mancò di preoccupare gli stessi redattori del Sovremennik: quali insegnamenti si potevano davvero trarre dal movimento operaio per affrontare i problemi contadini della Russia?
Tuttavia Gončarov sollevava un problema reale, che non mancò di preoccupare gli stessi redattori del Sovremennik: quali insegnamenti si potevano davvero trarre dal movimento operaio per affrontare i problemi contadini della Russia? Le idee di Proudhon, a cui i redattori guardavano, continuarono a funzionare da trait d’union tra l’interesse per il movimento operaio occidentale e il populismo russo. Un censore arrivò persino ad accusare Žukovskij di aver scritto il suo più vigoroso articolo, Il problema della giovane generazione, con «uno spirito social-democratico». In realtà, quell’articolo non rifletteva un’impostazione social-democratica, ma era dettato soprattutto dalla visione e dai princìpi proudhoniani che animavano il gruppo.
Del resto, Žukovskij immaginava il futuro sviluppo economico delle campagne russe affidato alle comunità contadine e polemizzava con forza contro l’espansione capitalistico-privatistica della nobiltà terriera. Non negava la necessità di un’industrializzazione della Russia, ma sosteneva che questa dovesse avvenire a vantaggio dei contadini, non della nobiltà né dei capitalisti.
In un articolo pubblicato su un periodico di breve vita — soppresso presto dalle autorità, ma che nel 1865 aveva riunito le forze più attive della corrente populista — Žukovskij espose con chiarezza il suo programma: «La manodopera non serve a far funzionare imprese che sanno bene di non poter pagare quelle braccia; non serve a coltivare altro grano quando quello già prodotto è più che sufficiente per il paese. Non deve essere impiegata in una grande industria che arricchisce solo i padroni o i commercianti inglesi e stranieri. Quelle braccia vanno invece dedicate a calzare, vestire, illuminare, dare una casa e portare civiltà al contadino, che resta scalzo perché lavora per un lord inglese, perché ha prodotto pane superfluo sprecando ore di lavoro che avrebbero potuto assicurargli benessere. È indispensabile spostare il centro stesso della cultura nelle campagne. Solo così si potrà porre fine per sempre all’epoca della servitù. Si tratta di creare una vita industriale nel mondo contadino: solo così il popolo potrà istruirsi, solo così la cultura diventerà cultura del popolo. Questa è la via per costruire una base solida all’economia della nazione».
Žukovskij riprendeva così il programma già proposto da Ogarëv subito dopo la liberazione dei servi, un programma che sarebbe rimasto oggetto di discussione per due decenni e avrebbe finito per costituire la visione economica dell’intero «populismo legale». Anche le idee di Lassalle sull’appoggio finanziario che lo Stato avrebbe dovuto fornire alle associazioni dei lavoratori venivano reinterpretate in chiave populista e contadina, suggerendo una politica economica volta a favorire lo sviluppo dell’artigianato, delle cooperative e della piccola industria locale.
Žukovskij tentò di stimare quale fosse il capitale complessivo a disposizione della classe contadina, da impiegare esclusivamente in attività economiche atte a migliorare la propria condizione. Considerando che essa pagava circa 300 milioni di imposte, e assumendo questa somma come frutto del 5% sul capitale, se ne poteva dedurre un ammontare complessivo di circa 6 miliardi di rubli. Bastava osservare la società russa per rendersi conto che quella ricchezza non veniva affatto gestita a vantaggio dei contadini, ma finiva nelle mani di capitalisti e nobili.
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Certo, il calcolo di Žukovskij aveva un valore puramente esemplificativo, ma fungeva da metafora efficace per mostrare alla classe dirigente come essa si nutrisse senza merito del lavoro dei contadini. Confrontando la situazione sociale reale con un’economia volta esclusivamente a innalzare lo standard di vita dei villaggi, si metteva l’intelligencija di fronte al problema della propria legittimazione sociale, facendole percepire il «debito» contratto con il popolo e il «dovere» di dedicarsi al suo benessere. In questo modo, l’impostazione del Sovremennik preparava la strada a quella che sarebbe diventata la visione politica di Lavrov.
L’attentato di Karakozov, nel 1866, colse il Sovremennik in una fase di intensa polemica, già minacciata dai due «preavvisi» ricevuti dalle autorità. Inutilmente Nekrasov cercò di parare un terzo e decisivo colpo, vanamente si piegò a confessioni e compromessi. Il 3 giugno 1866, i giornali di Pietroburgo annunciarono che «per ordine di Sua Maestà… le riviste Sovremennik e Russkoe slovo erano soppresse, date le tendenze nocive da loro perseguite da lungo tempo». Così si pose la pietra tombale sulla rivista che aveva avuto tra i suoi collaboratori nomi come Puškin, Belinskij, Nekrasov, Černyševskij, Dobroljubov e Saltykov-Ščedrin.
RUSSKOE SLOVO E L’AMBIGUA NASCITA DI UNA INTELLIGENCIJA NIHILISTA
Anche in questa occasione, come già nel 1862, il Sovremennik condivise la sventura con il Russkoe slovo, organo di Pisarev e del cosiddetto «nihilismo». «Ogni partito, ogni causa ha i suoi enfants terribles», osservava Saltykov-Ščedrin riferendosi proprio ai redattori di questa rivista. E in effetti, essi furono gli autentici enfants terribles del populismo degli anni Sessanta.
Culturalmente, essi rappresentavano una reazione positivistica e scientista contro l’«antropologismo» feuerbachiano di Černyševskij e il moralismo di Dobroljubov. Dopo il 1862, queste tendenze si erano già fatte sentire anche nel Sovremennik: Antonovič mescolava alla cultura filosofica derivata dalla sinistra hegeliana il materialismo di Büchner e Moleschott; E. K. Vatson si proclamava seguace di Comte; Buckle stava diventando l’idolo della giovane generazione.
Pisarev e i suoi collaboratori portarono queste correnti — presenti in tutta la cultura europea e non solo russa — all’esasperazione. Il «realismo» estetico si trasformò nelle loro mani in una violenta negazione dell’arte, l’«utilitarismo» in una esaltazione esclusiva delle scienze esatte come unica forma «utile» di attività umana, l’«illuminismo» in una glorificazione di una nuova intelligencija.
Pisarev trovò un nome per questa corrente, accettando come un elogio la definizione di «nihilisti» che Turgenev aveva usato con intento polemico nel suo romanzo Padri e figli. La parola non era nuova: nel Settecento era stata usata da F. Jacobi, Jean-Paul Richter e Sébastien Mercier. Nel 1829 il critico romantico Nadeždin l’aveva adoperata in Russia — seppur con un senso puramente negativo — per indicare chi nulla sa e nulla comprende. Katkov le attribuì un significato differente, definendo nihilista colui che non crede a nulla: «Se si guarda al cosmo, posti di fronte a due atteggiamenti estremi, è più facile diventare mistici che nihilisti: siamo circondati ovunque da miracoli». L’uso del termine nella sinistra hegeliana, con autori come Bruno Bauer e Stirner, lo caricò di un senso filosofico e polemico. Già nel 1861 Katkov lo riprese come strumento di critica contro gli scrittori del Contemporaneo. Ma fu Turgenev a renderlo popolare, sintetizzando con esso l’atteggiamento morale e le idee della giovane generazione degli anni Sessanta.
Non fu difficile scoprire subito che la parola era mal scelta. Se c’era della gente che credeva ciecamente e violentemente nelle proprie idee, eran proprio i «nihilisti». La loro fede positivistica e materialistica poteva esser accusata di fanatismo, di giovanile mancanza di spirito critico, non certo di indifferentismo. Aveva ragione Saltykov-Ščedrin quando scriveva che quello era un «vocabolo privo di senso, capace meno di qualsiasi altro di caratterizzare la giovane generazione, nella quale si poteva discernere ogni genere di “ismi”, ma non certo il nihilismo». Si potrebbe facilmente fare un lungo elenco di proteste e rettifiche, provenienti dai populisti delle diverse correnti e generazioni, a dimostrazione di quanto la parola lanciata da Turgenev si adattasse poco alla loro realtà. Antonovič si sentì addirittura in dovere di scrivere sul Sovremennik una lunga recensione di Padri e figli, che suonava – come fu giustamente notato – come una vera e propria condanna dell’autore, profondamente ragionata, per aver falsificato la realtà. Anche negli anni seguenti i rivoluzionari russi restarono stupiti e insieme scandalizzati sentendosi chiamare «nihilisti».
Eppure il termine sopravvisse e si diffuse, soprattutto in Occidente, dove servì a evocare il mistero che circondava populisti e terroristi russi. Sfogliando i giornali francesi, inglesi, italiani e di altri Paesi negli anni ’70 dell’Ottocento, la parola ricompare con sorprendente frequenza. Tanto uso ripetuto lascia il sospetto che essa fosse tornata al suo significato originario, riducendosi a poco più di un segno dell’ignoranza di giornalisti e commentatori che scrivevano sui movimenti russi senza comprenderne i problemi né penetrarne lo spirito.

Per comprendere la funzione del «nihilismo» nello sviluppo del populismo russo, è necessario collocarlo chiaramente entro i suoi limiti storici. Inizialmente fu una moda polemica e letteraria, un fantasma suscitato dal timore dei liberali e dei reazionari di fronte all’impatto profondo e turbolento delle riforme sull’animo della gioventù intellettuale. Divenne poi, per un breve periodo, una bandiera politica quando Pisarev la fece propria, sostenendo che Turgenev aveva ritratto con precisione lo stato d’animo della gioventù materialistica e proclamandosi egli stesso «nihilista». Con ciò Pisarev intendeva sottolineare che l’intelligencija rivoluzionaria aveva soprattutto una funzione critica e corrosiva: gli ostacoli da abbattere in Russia erano così enormi che persino un impegno puramente negativo sarebbe stato sufficiente a dare senso e pienezza alla vita della sua generazione.
Ebbe fortuna perché le sue parole trovavano eco in un momento in cui le speranze riposte nelle riforme erano ormai tramontate, e non era ancora sorto un movimento rivoluzionario in grado di raccogliere tutte le energie e le volontà di chi voleva dedicarsi alla causa del popolo. Non si trattava quindi di scetticismo o di indifferenza, ma, al contrario, di una reazione alla delusione amara: il desiderio di agire con coerenza e determinazione, di essere «consequenziari».
Politicamente, ciò ebbe un’importante conseguenza: i «nihilisti» del Russkoe slovo credevano e speravano soprattutto in se stessi, rifiutando ormai di riporre fiducia non solo nelle classi dirigenti, ma anche nei miti del «popolo» e dei «contadini». L’«emancipazione della persona» — cioè la formazione di caratteri indipendenti, «criticamente pensanti», come amavano dire — divenne ai loro occhi più importante dell’emancipazione sociale. Questa si traduceva soprattutto nella diffusione di conoscenze tecniche e scientifiche: in Russia, la premessa necessaria per tale opera d’illuminazione era l’affermarsi di una classe capace di pensare la propria esistenza secondo criteri scientifici moderni, eliminando sentimentalismo e romanticismo.
Riprendendo e spingendo all’estremo un aspetto del pensiero di Herzen e di Černyševskij, teorizzarono l’«egoismo», celebrarono il calcolo economico e la freddezza utilitaristica, vedendo in queste qualità strumenti per rafforzare il senso dell’individualità e per sottrarre l’uomo alla disciplina e al conformismo sociale. «Moltiplicare gli uomini che pensano: ecco l’alfa e l’omega di tutto lo sviluppo sociale», affermava Pisarev.
Questo loro «realismo» li portò talvolta ad accogliere con entusiasmo le conseguenze più estreme della «lotta per l’esistenza» di matrice darwiniana. Uno di loro, Zajcev, si attirò, a ragione, le le peggiori ingiurie da parte di tutta la stampa populista per aver sostenuto l’inferiorità congenita dei popoli di colore. Pisarev, invece, esaltava spesso i forti e i capaci, coloro che, per agire e vincere, sapevano armarsi delle conoscenze scientifiche moderne.
I FIGLI DEL NULLA. DAL REALISMO EGOISTA AL BAKUNINISMO DEI REFRATTARI
Un simile atteggiamento avrebbe potuto tradursi facilmente nell’ideologia della nuova intelligencija di tecnici e imprenditori e, non a caso, le pagine di Pisarev contenevano frequenti richiami a queste figure. E tuttavia, nonostante il loro «realismo» e il loro «egoismo», i redattori del Russkoe slovo restavano intimamente legati a una volontà egualitaria, a una tradizione rivoluzionaria erede del ’48, nonché a un profondo disprezzo per la borghesia, i potenti e i ricchi.
La loro ideologia non fu dunque assorbita dalla nuova élite di benpensanti che approfittava delle riforme, ma dal «proletariato del pensiero»: quell’intelligencija inquieta, insoddisfatta e consapevole di costituire l’elemento «criticamente pensante» della società russa. Il «realismo» di Pisarev le offrì un motivo d’orgoglio, un senso di superiorità, e insieme alimentò in essa il desiderio di autonomia e indipendenza.
Basta gettare uno sguardo sulla sorte dei principali redattori del Russkoe slovo per comprendere dove conducesse la strada su cui si erano avviati. Pisarev era già in carcere nel luglio del 1862 e ne uscì solo il 18 novembre 1866. Una parte considerevole dei suoi scritti nacque dietro le mura della fortezza di Pietro e Paolo. Nel febbraio del 1868 tentò invano di ottenere un passaporto; pochi mesi dopo, il 4 luglio, il suo corpo senza vita fu ritrovato nel Baltico. Forse un suicidio — l’atto estremo di chi non riusciva più a ritrovare un equilibrio fisico e morale dopo gli anni di prigionia.
I suoi funerali a Pietroburgo si trasformarono in una manifestazione imponente, rivelando chi fossero davvero i suoi lettori e ammiratori: scrittori, studenti, la «gioventù nihilista». Non mancarono arresti e condanne al confino per coloro che, in quell’occasione, avevano pronunciato discorsi «negando l’immortalità dell’anima» o avevano tentato, in vari modi, di onorare la sua memoria.
Varfolomej Zajcev aveva appena ventun anni quando, nel 1863, iniziò a scrivere per il Russkoe slovo. Il suo interesse per gli aspetti puramente culturali del «nihilismo» era minore rispetto a quello di Pisarev, che – pur attraversato dalla passione politica e dalle disillusioni del suo tempo – rimase per tutta la vita, prima di tutto, un letterato. Zajcev invece era più giornalista che scrittore, più attratto dai problemi immediati che dalle speculazioni teoriche. Non a caso, in esilio, lo soprannomineranno «il Rochefort russo».
I suoi articoli erano brevi, taglienti, precisi – per quanto la censura glielo consentisse – e spesso assumevano la forma di veri e propri pamphlet. Nella primavera del 1866 fu coinvolto nella grande retata seguita all’attentato di Karakozov, e trascorse quattro mesi e mezzo nella fortezza di Pietro e Paolo prima di essere rilasciato. Da allora la sorveglianza della polizia si fece opprimente e la censura gli impedì di continuare a scrivere: non gli restava che l’esilio.
Dopo molte difficoltà ottenne un passaporto nel marzo del 1869 e raggiunse gli emigrati bakuninisti di Ginevra. Si stabilì poi per qualche tempo a Torino, dove fondò un primo nucleo internazionalista. Tornato in Svizzera, divenne uno dei più attivi seguaci di Bakunin, collaborando al Bulletin de la Fédération du Jura, al Kolokol di Nečaev e Ogarëv e, più tardi, all’Obščee delo. Morì in esilio nel 1882.
Ancor più di Zajcev, Nikolaj Vasil’evič Sokolov fu un anarchico e un bakuninista convinto, pur mantenendo sempre una posizione personale e indipendente. Terzo grande collaboratore del Russkoe slovo, Sokolov era un vero déclassé. Uscito nel 1858 dall’Accademia dello Stato Maggiore, iniziò la sua carriera militare nelle guerre del Caucaso e fu poi inviato in missione diplomatica a Pechino. Tornato a Pietroburgo nel 1860, venne presto travolto dal fermento intellettuale del tempo.
Viaggiò a Londra per incontrare Herzen e poi a Bruxelles, dove conobbe Proudhon. Al ritorno in Russia riuscì, grazie ai marinai di Kronštadt, a far entrare un intero carico di libri proibiti. Frequentò Černyševskij e divenne amico degli Obručev. Abbandonato l’esercito, assunse nel 1862 la redazione economica del Russkoe slovo. Il suo proudhonismo si intrecciava con un odio feroce per il capitalismo e per ogni forma di sfruttamento.
Trascorse due anni all’estero, a Dresda (1863-1865), dove attaccò duramente i lassalliani tedeschi da un punto di vista proudhoniano e strinse legami con gli emigrati polacchi. A Parigi rivide Herzen e, alla morte di Proudhon, ne pronunciò il discorso funebre.
Rientrato in patria, riprese la sua attività giornalistica. Un giorno, in un caffè, lesse su un quotidiano francese l’annuncio dei Réfractaires di Vallès. Il titolo e l’autore lo colpirono tanto che, prima ancora di leggerlo, decise con Zajcev di tradurlo in russo. Ma, delusi dal contenuto, Sokolov – forse con l’aiuto dell’amico – lo riscrisse completamente in cinque settimane.
Quando la censura esaminò l’opuscolo, ne restò attonita: vi si poteva scorgere persino, seppur in forma letteraria, un’apologia del regicidio. Era il 28 aprile 1866, venti giorni dopo l’attentato di Karakozov. Sokolov venne arrestato. Forse aveva davvero legami con l’«Organizzazione» di Išutin, ma la polizia non ne trovò prove e si limitò a deportarlo nel governatorato di Archangel’sk, poi ad Astrachan’. Nel 1872 riuscì a fuggire e a rifugiarsi in Svizzera, dove divenne uno dei membri più intransigenti – e più eccentrici – del piccolo gruppo bakuninista.

Il suo libretto I refrattari fu ristampato a Zurigo: una galleria di brevi saggi e ritratti raccolti per dimostrare che i “refrattari” erano sempre esistiti e che in loro stava, come scriveva, «il sale della terra». «Refrattario è il professore che getta la toga, l’ufficiale che sostituisce l’uniforme con la camicia rossa del volontario, l’avvocato che passa a far l’attore, il prete che diventa giornalista […]. Refrattari sono i placidi folli, gli operai entusiasti, i dotti eroici».
Tali erano stati gli stoici e i primi cristiani; e tali, soprattutto, i primi utopisti: Sébastien Mercier, Brissot, Linguet, Mably. Anche in tempi più vicini, non erano mancati coloro che avevano seguito la regola della “negazione incondizionata”, dell’assoluta refrattarietà: Leroux, Fourier e, più di tutti, Proudhon – «questo refrattario modello».
Così Sokolov approdava, quasi senza accorgersene, a una forma di anarchismo individualista, elaborata in proprio e nutrita d’ironia e disincanto. Zajcev, invece, continuava a tradurre quello stesso fermento di rivolta nella sua visione politica dei rapporti tra i rivoluzionari e la folla.
Rievocando la figura di Dobroljubov, diceva che egli era stato «il più puro e completo rappresentante dell’amore per il popolo». Ma proprio in ciò, aggiungeva, stava il suo limite: un fondo di misticismo, un’adorazione ingenua delle virtù attribuite alle masse. «Questa visione ideale lo aveva talvolta tratto in errore, lo aveva portato ad attendere troppo dal popolo». Già nel 1864, agli occhi di Zajcev, tutto il populismo dell’epoca delle riforme appariva gravato da illusioni e speranze infondate.
Recensendo un libro sull’Italia del ’48, Zajcev aveva già sostenuto la necessità di liberarsi dai vecchi miti democratici. Vi erano paesi, come la Francia, in cui si poteva davvero parlare di una superiorità morale e intellettuale delle classi popolari. Nel ’48, ricordava, gli operai di Parigi avevano mostrato d’essere la parte migliore della nazione: «L’operaio francese riflette sul proprio destino, si sforza di decifrare l’enigma che gli sta davanti e non trascura alcun mezzo per sviluppare la propria mente. Basti pensare che proprio dal suo ambiente uscirono gli uomini migliori del ’48. È naturale, dunque, che i democratici francesi abbiano il diritto di chiamare al potere questa classe del popolo, infinitamente più colta dei borghesi e dei mercanti che l’hanno governata finora».
Ma non tutti i paesi si trovavano nella stessa condizione: «Purtroppo – scriveva – esistono nazioni in cui il livello culturale degli operai francesi è raggiunto solo da poche persone delle classi alte o medie. Il resto del paese, il cosiddetto popolo, rimane in uno stato simile a quello dei cafri o dei curdi. Come si può allora parlare di democratici e di democrazia?»
E non era forse questo, aggiungeva con tono provocatorio, il caso dell’Italia del ’48? Per rendere chiaro a chi alludesse, definiva i napoletani «orsi bianchi con re Bomba alla testa». La Russia, ai suoi occhi, rappresentava ancor più compiutamente una nazione in cui era vano nutrire illusioni sul “popolo”: ogni progresso reale poteva nascere soltanto da una minoranza, formata dalle classi colte e medie.
In definitiva, il «nihilismo» del Russkoe slovo si trova alla radice stessa delle due correnti che, pur divergendo, segneranno profondamente l’evoluzione del pensiero rivoluzionario russo: da un lato il bakunismo, dall’altro il giacobinismo di Tkačëv. Spingendo all’estremo l’idea della rivolta individuale, della «refrattarietà» personale, si giungeva all’anarchismo; insistendo invece sul ruolo politico della minoranza cosciente e risoluta, si approdava al giacobinismo e alla teoria dell’élite rivoluzionaria. Sokolov e Zajcev seguirono la via di Bakunin; Nečaev tenterà, in modo brutale e incoerente, di saldare ancora anarchismo e giacobinismo; Tkačëv, formatosi in quello stesso ambiente, ne trarrà infine le conseguenze più rigorosamente blanquiste.
Il nihilismo si trova alla radice delle due correnti che segnano l’evoluzione del pensiero radicale: da un lato la refrattarietà anarchica, dall’altro il giacobinismo dell’élite rivoluzionaria.
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