L’ESIGENZA COMUNISTA

INTRODUZIONE A DIONYS MASCOLO
LOUIS RENÉ

 

L’articolo di Louis René Mascolo, l’exigence communiste è stato pubblicato su “Entêtement”, n°3, Marzo 2022 ed è consultabile su Mascolo, l’exigence communiste. Di seguito la traduzione a cura di Archivio Anomia.

 

 

Nessun “grande” filosofo ha avuto amici. Solo l’amicizia senza riserve, il riconoscimento che il pensiero si compie pienamente solo nell’altro, rende possibile la nascita nello spirito di un pensiero davvero completo. Di conseguenza, è anche grazie all’amicizia, alla capacità di entrare nell’amore-amicizia, che il pensiero ha finalmente accesso ad un’esperienza non alterata del Vero.
Dionys Mascolo

Non ci si imbatte per caso nell’opera di Dionys Mascolo e, se ciò dovesse capitare, è spesso grazie alla gentilezza di amico che possiamo posare il nostro sguardo sui suoi scritti. Del resto, pochi lo hanno davvero letto in vita, ad eccezione dei suoi amici e di alcuni curiosi personaggi conosciuti nel mondo del pensiero. Alcuni, come Georges Bataille o Gilles Deleuze, solo per citare i più noti, ammiravano il lavoro di Mascolo. Questo oblio è certamente dovuto al fatto che in Francia, gli eventi del maggio ’68 si leggono nel prisma mitologico dell’Internazionale Situazionista o nella più recente prospettiva socialdemocratica francese. Di fronte a questo oblio di memoria, certi becchini del vecchio mondo hanno riesumato i suoi scritti. Ognuno dei suoi testi rimanda direttamente all’intimità di Mascolo, alle sue esperienze vissute. C’è una vecchia massima, purtroppo ancoraggi ritenuta valida, che vorrebbe separare la vita dall’opera dal suo autore. Non sarà il caso di questa introduzione; non recideremo il legame tra la vita e l’opera di un autore.

Introdurre Dionys Mascolo non è un compito facile, soprattutto se si vuole cogliere la potenza sensibile dei suoi scritti. Non si scrive mai veramente di Mascolo, ma sempre delle sue amicizie. Come gli fa presente Deleuze in una lettera, «ciò che per lei sarebbe di primaria importanza, è l’amicizia». È a partire da questa dimensione etica che Mascolo prende partito. Partecipò alla resistenza di comune accordo con i suoi amici Robert Antelme e Marguerite Duras. Tutti insieme aderirono al PCF senza aspettarsi nulla dal partito, che infatti lasciarono qualche anno dopo sebbene il partito, per aver salva la faccia, annunciò di averli estromessi. L’avventura del gruppo di Rue Saint-Benoît, formato da questi tre amici, corrisponde a una comunità negativa che sperimenta per più di vent’anni il comunismo del pensiero, la cui forma è emanazione diretta di questa citazione di Hölderlin: «Gli artisti necessitano della psiche fra amici, del sorgere del pensiero nel dialogo e nella lettera. Non ne abbiamo altro per noi stessi, il pensiero attiene alla sacra immagine alla quale diamo forma». Durante quest’avventura, il gruppo di Rue Saint-Benoît aprì uno spazio adatto agli incontri, ai passaggi, a una particolare intensità del pensiero. Agli incontri vi parteciparono personalità diverse, come Henri Michaux, Jean Schuster, George Bataille, Claude Roy, etc. Ecco come Mascolo racconta quell’esperienza: «Eravamo davvero un gruppo di amici uniti in una condivisione di pensiero senza riserve. Ma non solo. Eravamo tutti ugualmente impegnati nella spontaneità dell’intuizione: pensiero nascente; una nascita creativa, dove passione e ragione non sono in contrasto tra loro come avviene nel pensiero colto, ma anzi non cessano di rafforzarsi a vicenda in virtù della fiducia reciproca che ripongono l’uno nell’altro». 

 

Il gruppo di Rue Saint-Benoît vive cioè l’esigenza comunista attraverso un comunismo del pensiero. Il pensiero non resta più qualcosa di separato, ma si iscrive in una maniera di vita, si sperimenta nella potenza dell’amicizia come condivisibilità dell’esperienza vissuta.

Mascolo non ha mai abbandonato questa esigenza, come risulta evidente sin dalla prima frase del suo saggio Le Communisme, lì dove è scritto che: «Per cominciare, dobbiamo ormai ammettere che l’unica questione veramente necessaria è quella del comunismo». Questa questione, quella per cui il comunismo non è più concepito come un obiettivo, bensì vissuto come un mezzo, è stata ripresa da una parte della generazione che ha lottato contro la loi travail nel 2016 e dai suoi successivi prolungamenti. Tutto ciò ricorda uno dei gesti più emblematici dell’Autonomia italiana; quello per cui la questione del comunismo riprese la forma che non avrebbe mai dovuto lasciare: quella del comunismo come questione etica. «Non si deve descrivere il comunismo in sé. Sta a noi farlo»: detto diversamente, il comunismo non è un progetto economico-politico da mettere in atto, come auspicano tante canaglie come Frédéric Lordon, Bernard Friot e il resto della moltitudine; «Il comunismo è il processo di ricerca materialista della comunicazione». In altre parole, il comunismo tenta di ristabilire corrispondenze per riconciliare la vita alla parola: «Una parola può unirsi alla vita solo se è un’affermazione come tale, un presenza, un partito preso». Il comunismo afferma cioè un comune della presenza, un modo di vivere e di organizzarsi, materialmente ed esistenzialmente, che produce corrispondenze tra vita e parola e non viceversa. «Se il comunismo hic et nunc resta un mondo atrofizzato dal kapital e dalla biocrazia regnante, è pur vero che questo non è ancora totalmente disfatto; esso esige di portare il conflitto verso nuovi lidi, come una ‘lotta accanita’» per disfare questo mondo. 

Il maggio ’68 fu per Mascolo e i suoi amici il grande tentativo di disfare questo mondo. Coinvolto in questo movimento, Mascolo incontrò Maurice Blanchot e da questa prima amicizia nacquero i Comitati d’Azione. Questi erano una forma inedita di comunità in cui si abbandonavano le nozioni d’autore e di intellettuale in favore dell’anonimato; ma i comitati erano soprattutto un mezzo per mettere fuori gioco «le organizzazioni di potere e in cerca di potere». I Comitati d’Azione disattivano cioè l’autoritarismo della forma-partito attraverso l’immanenza di un piano di consistenza. Detto diversamente, un comitato d’azione non è da organizzare; è una forma dove i partigiani si organizzano per agire di conseguenza. Per fare ciò occorre superare il vecchio mito dell’intellettuale impegnato e delle sue avanguardie. Mascolo, con il comitato d’azione studenti-scrittori del Censier, sottolinea in un bollettino la necessità per gli intellettuali cosiddetti “rivoluzionari” di entrare in «sciopero dell’intelligenza», ovvero di «rompere con tutte le istituzioni controllate dal regime, e non solo con quelle che servono direttamente la propaganda, ma anche con tutte quelle che non hanno tagliato di netto con la sua potenza intimidatoria – come pubblicazioni, giornali e riviste. Il comitato ha sempre espresso il desiderio di liquidare il ruolo dell’intellettuale, di farla finita con l’idea della testa separata dal corpo e cioè di «scommettere sulla scomparsa della letteratura in seno al dilagare selvaggio della parola comune e della scrittura collettiva». Sono i comitati di letteratura, di arte o del sociale, a volervi mettere fine, a destituirle le loro funzioni e lasciare che il comunismo circoli come un’esperienza non separata. In breve, per disfare «la rivoluzione politica». 

Il post-maggio ’68 è per Mascolo il ritorno a una certa discrezione politica. Di fronte alla continua ricerca di riconoscimento da parte di intellettuali avidi di fama, Mascolo rimase attaccato alla passione etica, all’esigenza comunista e a tenersi stretto l’unico riconoscimento desiderabile e auspicabile: l’amore e l’amicizia. Dobbiamo allora tornare indietro di qualche anno, al 1955, ad un testo ammirevole e tristemente attuale, nonché all’unico pubblicato su Les Temps modernes e intitolato Sur le sens et l’usage du mot gauche. Nel testo Mascolo sottolinea il disprezzo degli intellettuali di sinistra per i rivoluzionari e mette in evidenza la falsa opposizione di sinistra e destra. Questa opposizione fittizia non sono nient’altro che due facce della stessa medaglia, quella della borghesia, poiché essere di sinistra per Mascolo «significa prima di tutto essere non-rivoluzionari». In altre parole, essere di sinistra è voler contenere le forze rivoluzionarie. Allora il contrario di essere di sinistra non è essere di destra, ma essere rivoluzionari. Se per alcuni questo è semplicemente ovvio, per altri è stato necessario aspettare l’insurrezione dei gilet gialli per sentire tutta la verità delle parole di Dionys Mascolo. Per altri si è sempre trattato di uscire da questo erranza silente. Intestardirsi; il che, con Beckett, equivale a dire: «Poco importa. Prova di nuovo. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio», è forse questa l’essenza dell’esigenza comunista. Si tratta, ancora una volta, di fare l’esperienza del vero attraverso le amicizie e gli amori, poiché senza questi legami è difficile pensare il comunismo e persino pensare una verità. 

Un pensiero contemporaneo che non è “comunista”, che non si è definito essenzialmente in relazione al comunismo, che non si è nutrito in qualche modo delle esigenze, dei rifiuti, delle aspettative o delle prospettive del comunismo, che non è stato segnato, anche indirettamente, dalla semplice esistenza di un moto comunista; ebbene tale pensiero non solo è vano, ma è destinato a tradirsi. […] L’azione comunista deve essere vista in questo senso come un’immensa e rigorosa impresa di verifica, nel senso più preciso della parola, di tutti i valori.

L’esigenza e l’azione comunista infrangono le menzogne di questo mondo, raffinando una verità etica e consentendo di elaborare un potere rivoluzionario capace di «superare le forme sociali della vita». Persistere in questa verità etica, in questa esigenza, consente di demistificare le credenze della rivoluzione politica, recuperando un rapporto con il mondo e aprendo una realtà delle anime: «Rifiutare di accettare lo stato delle cose presenti come valido è l’atteggiamento testimonia non l’esistenza dell’intelligenza, ma quella dell’anima».

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