ARCHIVIO ANOMIA

LEZIONI AMERICANE
LA DITTATURA COME ISTITUZIONE REPUBBLICANA
ANONIMO

Trump ha vinto e, con lui, la Verità. Non solo le piccole e meschine verità borghesi sostenute dai suoi elettori – da quella del manganello a quella della superiorità razziale, del sessismo o dello sfruttamento del pianeta – , ma la Verità prima della politica occidentale. Una verità nascosta e messa in ombra tanto dai repubblicani che dai democratici. È la sinistra parentela infrastrutturale tra democrazia e dittatura, libere elezioni e potere assoluto, partecipazione rappresentativa ed esclusione sociale. In questo fulmineo scritto, pubblicato originariamente su Ill Will, un anonimo agitatore francese illumina la mezzanotte della politica. Dieci lezioni dall’America per ricordare che le elezioni sono ancor oggi parte fondamentale di ogni potere dittatoriale. 

E così, eccoci qua, ancora. Il Joker si è impadronito di nuovo della Casa Bianca. Non faceva parte del copione. Non c’è stato bisogno di camion pieni di esplosivi né di un conto alla rovescia su un orologio a cristalli liquidi. Gli è bastato presentarsi alle elezioni, le più democratiche del pianeta, e vincerle. Di nuovo.

La notizia è stata accolta con un’universale incredulità, dolorosa per alcuni, trionfante per altri. È sempre un evento, in questo mondo, che una verità venga alla luce e si manifesti; è quindi consuetudine seppellirla il più rapidamente possibile sotto cumuli di “commenti”, “spiegazioni” e altre dicerie. Si nega il fatto che sia accaduta sostenendo che non sarebbe dovuto accadere, che è stato un incidente. Il problema è che, man mano che l’incidente diventa la regola – come quando la Brexit in Regno Unito o il sanguinario Duterte nelle Filippine – diventa sempre più difficile mascherare l’irrealtà di tutto ciò che “sarebbe dovuto essere”. Squalificare come “fascista” il risultato di procedure che altrimenti si reputerebbero “democratiche” non fa che aumentare la disonestà e l’aberrazione. Prendiamo l’elezione di Donald Trump alla presidenza statunitense come un momento di verità. Formuliamo allora le verità, vecchie e nuove, che da questo momento emergono. Osserviamo la realtà che tutto ciò apre, e come orientarci di conseguenza.

LEZIONE I

Le elezioni non hanno nulla a che fare con una procedura “democratica”. È una procedura che è stata praticata in ogni tipo di regime monarchico. Persino il Papa viene eletto. Il suffragio universale è una procedura plebiscitaria. Il plebiscito è sempre stato apprezzato dai dittatori. Così, il primo Presidente della Repubblica “eletto democraticamente” in Francia fu un certo dittatore, Napoleone Bonaparte.

LEZIONE II

La dittatura è un’istituzione, e non la negazione di qualsiasi istituzione. Fu inventata dalla repubblica romana come il mezzo più efficace per fronteggiare situazioni di emergenza – una secessione della plebe, ad esempio. Se la dittatura si attribuisce pieni poteri, è per salvare la Repubblica e ristabilire la “situazione normale”. La dittatura è un’istituzione repubblicana.

LEZIONE III

La politica è essenzialmente l’arte di manipolare le apparenze, l’arte del sotterfugio, dello stratagemma, del gioco delle alleanze e del tradimento, del colpo di stato permanente, della cattiva fede e del dominio – in breve, l’arte della menzogna efficace. Cosa potrebbe essere più logico di eleggere un bugiardo patentato? Quelli che vedono questa elezione come il trionfo della “post-verità” semplicemente perché chi è al potere non “rispetta i fatti” non fa altro che occultare l’ovvio, ovvero che Donald Trump è stato eletto proprio perché incarna la verità della politica, ossia la verità della sua menzogna. Il motivo per cui a sinistra è così profondamente detestata è che mente sulla menzogna, cercando di fare politica in buona fede. Ogni volta che la sinistra attacca le oscenità di Trump, non fa altro che mettere ulteriormente in luce il carattere untuoso del proprio moralismo. La moderazione educata di cui la sinistra si vanta la mantiene a una distanza altrettanto educata dalla verità, cosa che non fa altro che accrescere il regno delle menzogne. Questo aiuta a spiegare perché per alcuni Trump è il nome che annuncia la fine delle menzogne. A costoro manca unicamente un loro Gracián, che disse dell’uomo di corte: “Se vede che il suo artificio è stato scoperto, aumenta la simulazione e pretende di ingannare con la stessa verità: cambia il gioco per cambiare l’inganno, e fa del non artificio un artificio”.

LEZIONE IV

Se oggi governare si riduce all’esercizio della dichiarazione dell’emergenza; se i politici non fanno altro che recitare il proprio ruolo in una specie di spettacolo di intrattenimento accessibile a tutti; se non fanno altro che rimandare, giorno dopo giorno, la risoluzione delle questioni vitali che minano le nostre esistenze; se l’esercizio del potere statale non fa che fornire un’esca che permetta a coloro che detengono un potere reale di continuare a perseguire gli interessi reali che hanno nel mondo; se, dunque, il governo non è più un governo, se i suoi palazzi d’inverno sono vuoti, allora è perfettamente razionale eleggere come presidente un saltimbanco professionista dei reality televisivi. Un buffone è senza dubbio il miglior candidato per il ruolo principale di uno spettacolo di fantocci.

LEZIONE  V

È dai tempi della “democrazia è in crisi” che gli esperti si perdono in considerazioni inutili come il “voto di fiducia” o “voto di protesta” e roba di questo genere. Dovrebbero aggiungerne alle loro categorie alla frutta un nuovo arrivato: il “voto di spregio”. Non dovrebbe venire ignorato il fatto che una gran parte degli avversari libertari del governo abbiano votato per Trump. Piazzare un essere compatibile nel ruolo che si disprezza, porre un personaggio grottesco a capo di un sistema che si ritiene superfluo, non è forse il modo più efficace di dimostrarne l’irrevocabile inanità? Eleggere il niente come presidente è semplicemente un altro modo di annientare la funzione presidenziale. Lascia a ciascuno la possibilità di credersi più furbo nel lamentarsi del trionfo dell’”idiocrazia”.

LEZIONE VI

L’incontro con l’uomo bianco ha lasciato su molti popoli amerindi una memoria indelebile, una memoria che non si è perduta anche laddove i popoli in questione sono stati sterminati. Secondo l’opinione generale, l’uomo bianco è un essere volgare, bugiardo, insensibile, narcisista, brutale, ipocrita, avido di guadagni, menefreghista verso tutto ciò che lo circonda e per il quale nulla è sacro; è un criminale, uno stupratore, un nichilista, un malato, un miserabile anche nella ricchezza. Con un degenerato del calibro di Donald Trump come presidente dell’“emisfero occidentale”, i cittadini degli Stati Uniti hanno dovuto fare i conti con una verità eclatante, e per alcuni accecante.

LEZIONE VII

Ovunque nel mondo, l’architettura giuridico-formale dello Stato sta venendo smantellata in nome del principio poliziesco dell’efficienza, che non a caso coincide con quello di management. Là dove manca qualsivoglia obiettivo, cos’altro resta come finalità presentabile se non l’intensificazione infinita dei mezzi puri? Purghe di dimensione sovietica, repressione a colpi di arma da fuoco, incarcerazione di massa, “lotta al terrorismo”, stati di emergenza, “politica dell’immigrazione”, una propaganda spudorata, “lotta alla droga”, massacri paramilitari e civili, liquidazione di oppositori politici senza alcuna spiegazione: ciò che osserviamo non è “lo stato di eccezione che diventa la norma”, è una forma di governo che si diffonde a gran velocità per tutto il globo. Il presidente Duterte, questo “Trump filippino”, che propone le statistiche riguardanti le esecuzioni extragiudiziali eseguite per le strade del paese come prova dell’efficacia della sua linea politica e incita i cittadini a unirsi con entusiasmo a questo bagno di sangue, indica una via e un nuovo paradigma dell’esercizio del potere, uno interamente “trasgressivo”. La cosa più allarmante di questo paradigma filippino, evidentemente, è constatare che ci siano delle associazioni per la difesa dei diritti umani che ancora si interrogano pubblicamente sull’eventualità che tutto ciò rappresenti o meno “un’uscita dal perimetro dello Stato di Diritto”. 

LEZIONE VIII

La civiltà occidentale non ha ancora finito di finire. È la tortura che da più di un secolo essa si autoinfligge, al punto che persino i suoi sostenitori più fanatici non ci credono più. Si è votato per Donald Trump nel clima di un immenso “facciamola finita!”. Si è preferita una fine terribile ad un terrore senza fine. Ciò che questo evento esprime è un certo appeal calvinista per l’apocalisse e, al tempo stesso, il desiderio di catastrofe tutto occidentale: un modo di cedere all’abisso, di smettere di trattenersi, un bisogno di scontro decisivo o, per dirlo in termini teologici, una rottura senza residui col ketchon – una rottura gravida di conseguenze, ben oltre gli Stati Uniti stessi.

LEZIONE IX

Sin dall’antica Grecia, la funzione della democrazia è stata quella di scongiurare la guerra civile – la stessa guerra civile che non solo l’ha partorita e le permette di mantenersi in esercizio, ma soprattutto la stessa che rappresenta la realtà ultima della coesistenza tra le diverse forme di vita, umane e non-umane. La guerra esterna è, dai tempi di Atene, il modo più banale di scongiurare la guerra intestina. È un tratto proprio della democrazia quello di trattare i propri avversari come “nemici della civiltà”, “barbari”, “mostri”, “criminali” e, recentemente, “terroristi”, vale a dire escluderli dal consorzio umano. È questo tipo di guerra che Trump ha “riportato a casa”, vale a dire all’interno della politica classica, trattando Kamala Harris non come un’avversaria con cui si dovrebbe dibattere, ma come una “criminale” che si riprometteva di sbattere in galera. Così la politica democratica è tornata, ancora una volta, la continuazione della guerra con altri mezzi. Tra persone perbene si è a lungo preferito parlare di “pacificazione” anziché di contro-insurrezione. È del tutto evidente che non è più così. Se la democrazia è, essenzialmente, la forma della guerra civile che consiste nel negare la guerra civile, alcuni cittadini degli Stati Uniti hanno voluto farla vedere per ciò che essa è in realtà. Ecco uno dei primi passi che gli Stati Uniti compiono fuori dai sentieri previsti da Tocqueville, preceduta, su questo cammino, dalla Russia.

LEZIONE X

In quanto sono sempre di più a vedere in questo evento un continuum sotterraneo con la guerra civile, il rischio che la vittoria di Trump venga presentata, com’è ovvio che sia, come la rivincita dei vinti della Guerra Civile americana del 1860, come un flagello da esorcizzare e non come un fatto che dev’essere assunto in quanto tale, è alto. Al di là dello spettacolo dei pupi che è la presidenza statunitense, queste elezioni possono fungere come avvisaglie di una vendetta imminente, come un lasciapassare alla polizia per assassinare quanti più afroamericani e zecche possibili. È sempre difficile perdonare alle proprie vittime tutto il male che gli si è fatto. Ed è vero che i sostenitori di Trump sembrano complessivamente ben armati. Ma si può anche immaginare che la follia manifesta del nuovo governo lo metta di fronte ad una nuova guerra di secessione – stavolta con un fronte completamente capovolto; che l’illegittimità del nuovo potere alimenti una frammentazione senza fine del territorio nazionale che porti alla fine degli Stati Uniti d’America, dove alla moltiplicazione delle milizie risponderebbe finalmente la moltiplicazione delle comuni. Ciò che il personaggio ha di essenzialmente ineleggibile potrebbe uccidere, per diretto contatto, la funzione che deve occupare, e il sistema all’interno del quale questa funzione si inscrive. L’aberrazione che regna al centro potrebbe portare alla fine di ogni centro. Niente più Stato, ma solo territori da percorrere o da evitare. La fine di ogni egemonia. Un’epidemia di discredito che si diffonde per contatto ad ogni leader occidentale attraverso il solo contatto con Trump: andiamo, come possiamo prendere seriamente un capo di stato che sembra prendere sul serio Donald? 

Una domanda finale: cosa accadrà all’amministrazione delle cose e al governo degli uomini, una volta che non potranno più indossare la maschera impersonale dello Stato?

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