ARCHIVIO ANOMIA

MANIFESTO DISTRUZIONISTA
L’INTERNAZIONALE DI CULP E  DEKEYSER
CON UN’INTERVISTA DI IAN ALAN PAUL

Le avanguardie artistiche sono di una noia insopportabile. Gli artisti che le animano sono dei leninisti vanitosi. Non c’è da stupirsi se i loro manifesti sono dei tediosi decaloghi di leggi per la morale e per i musei di domani. Non si può dire lo stesso del Manifesto dell’Internazionale distruzionista di Andrew Culp e Thomas Dekeyser; un cantico della negatività e dell’iconoclastia, un inno alla distruzione del cinema impegnato, un’ode all’eccidio di tutti gli artisti di moda e spettacolo. L’obiettivo dei film dell’internazionale è “terroristico”: sabotare la messa in scena, lasciare che l’odio di classe, il furto e il vandalismo scorrano sullo schermo come nelle nostre città. A corredo un’intervista di Ian Alan Paul, pubblicata originariamente in Ill Will con il titolo Against the computer and its world e tradotta in francese da LundiAm.

MANIFESTO DELL’INTERNAZIONALE DISTRUZIONISTA

1. L’Internazionale Distruzionista è dedicata al negativo in tutte le sue forme. È guidata da un’inclinazione comune: un piacere che ci spinge al furore della distruzione e che ci tiene lontani dall’opprimente sottomissione al giudizio ragionato sulle situazioni. Questa passione aiuta a mantenere un’indifferenza militante verso gli individui, le organizzazioni e l’istituzionalizzazione di qualsiasi genere. Deve la sua esistenza agli eventi più radicali, a quelle situazioni rare in cui l’abolizione diventa effettiva. Il compito più grande dell’abolizione è quello della rottura. Lo hanno ben compreso le avanguardie, il cui potente mix di negatività critica e rappresentazione utopica è stato in grado di tradurre l’estetica in politica pura. La politica contemporanea sfigura rispetto a quella del Futurismo russo, che cercava di distruggere la razionalità, di deporre il tempo e di catturare il sole. Tuttavia, non ha molto senso cercare di recuperare il passato. Non siamo spinti dai bei tempi andati, ma da quelli nuovi e nefasti.

2. Per essere all’altezza del suo nome, ogni gesto inaugurale dell’Internazionale Distruttiva deve essere negativo. Non perché non abbiamo speranze, ma perché vogliamo tutto, ovvero non abbiamo alcun interesse a conservare alcunché e preferiamo non lasciare niente in eredità. L’internazionale distruzionista abbandona la vecchia talpa di Marx, che si seppellisce sottoterra e spunta fuori appena in tempo per fare la rivoluzione. Siamo per un’insaziabile e selvaggia fame di fuoco, che ripulisce distruttivamente il terreno dalla vegetazione. Non abbiamo nulla da dire al mondo di oggi, saturato dai media e soffocato dall’informazione. Il nostro compito non ha nulla a che fare con l’aiutare qualcuno a diventare “informato”. I fatti sono quelle erbacce che spuntano dai cartelloni pubblicitari della metropolitana e dalle pubblicità digitali a scorrimento. Chi è informato ne raccoglie un po’, le conserva per poterle fornire all’occasione giusta – per sembrare sintonizzato. Checché se ne dica, quasi nessuno dei problemi degni di nota che ci affliggono deriva da una mancanza di informazioni. Siamo talmente bombardati da notizie aggiornate che la maggior parte di noi passa più tempo a dimenticare le cose che a ricordarle. È per questo motivo che il Comitato Cinema dell’Internazionale Distruttiva dichiara ufficialmente guerra all’informazione. E con ciò, i nostri primi bersagli sono l’esposizione e la trasparenza. Dichiariamo: se i media radicali vogliono tornare a essere politici, devono abbandonare i generi consolidati del documentario, la cui teoria del cambiamento è una forma superficiale di intrattenimento educativo. Non chiediamo niente di più che condividere la passione per la distruzione e, con ciò, la fine di tutto ciò che è intollerabile in questo mondo.

3. Il nostro presente è stato plasmato dalla democrazia liberale la quale si difende dalla trasgressione accogliendola. Quando tutto può essere detto o mostrato, anche la più illecita delle rivendicazioni politiche trova posto in questo mondo. Da questo punto di vista, la politica dell’espressione, e per estensione del riconoscimento, è coinvolta nel nostro mondo morente, mantenendo il cordone ombelicale che invece dovremmo recidere. Per deneutralizzare la trasgressione dobbiamo abbandonare l’esposizione come forma dominante.

4. L’esposizione è la condizione che definisce la rete sociale. La libertà di parola non solo è permessa, ma è attivamente richiesta. Cosa sta succedendo? Cosa ti passa per la testa, utente? Partecipa alla conversazione! Il risultato è un campo di battaglia disseminato di opinioni, vittime di una guerra algoritmica per una sempre  maggiore visibilità. Ogni cittadino armato di smartphone è ora elogiato come un giornalista in grado di chiedere conto al potere. I liberali scambiano questa convergenza di opinioni per verità laddove è invece evidente il contrario: certe opinioni sono preselezionate dalle istituzioni di potere per generare consenso nei confronti di piani già in fase di realizzazione. La verità viene allora scambiata con l’opinione popolare, trasformando l’informazione in una leva fondamentale per elaborare strategie di cambiamento. Con l’informazione diventata ormai solo un’arma in più nella guerra delle apparenze, la politica come acquisizione di informazioni porta unicamente al circolo infinito di autocompiacimento che è il liberalismo. Il documentarista, inserito in questa infinita proliferazione dell’informazione, può essere considerato il peggior propagandista dell’esposizione.

5. Con nostro grande rammarico, nessuno dei generi documentaristici sembra disposto a confrontarsi con la propria complicità. L’infodocumentario è la forma più pura di esposizione dell’informazione. L’infodoc fa finta di condividere fatti, non opinioni. La sua ultima battaglia è quella contro le fake news. Dietro ogni schermo immaginano un soggetto liberale perfetto, il cui desiderio principale è quello di essere “informato”. Ancora peggio, alcuni infodoc rifiutano castamente l’analisi, traviati dalla convinzione che ci sia qualcosa di importante nel fatto che gli individui “decidano da soli”. L’infodoc è solo un’altra farsa che sorge dall’idea democratica secondo cui ognuno ha il dovere di diventare un esperto delle proprie opinioni. Lo spettatore si sofferma sui benefici autocompiaciuti di essere un soggetto illuminato e armato della propria opinione. Il gusto per la distruzione è stato sostituito dal desiderio di fare l’opinionista da poltrona. Un intero nastro trasportatore di documentaristi – con Adam Curtis in testa – promette dii rendere gli spettatori degli specialisti. Se il pubblico viene spinto a intervenire, l’unica arma che gli viene fornita è solo un tronfio senso di superiorità (avendo “fatto le ricerche”). In questo modo si neutralizza involontariamente tutto ciò che di politico si può immaginare. Assecondando con sicurezza il proprio egoistico bisogno di discutere all’infinito, impediscono l’azione di chi è disposto a perseguire un sentimento condiviso.

6. Il nostro secondo bersaglio, il documentario di intrattenimento, adatta l’ossessione dell’info-doc all’esposizione per un ampio pubblico di spettatori-consumatori. Il documentario diventa la pubblicità del cinema. I primi novanta minuti sono solo una campagna pubblicitaria per vendere allo spettatore un’azione da compiere al termine del programma. Non c’è da stupirsi che questi documentari siano così popolari tra le ONG parassitarie, tra le aspiranti celebrità e tra i moralisti del “cambiamento”. Le TED Talks ispirano questo formato semplice e osceno. In primo luogo, un profondo problema storico-mondano viene rimodellato in un pitching pubblicitario sufficientemente efficace da catturare l’attenzione anche dello spettatore più disinteressato. La più grande paura dell’intrattenitore/documentarista è quella di distogliere lo spettatore, fino a insultarne l’intelligenza. In secondo luogo, alla fine della presentazione, si dice al pubblico che non solo scoprirà come risolvere il proprio problema, ma che avrà già fatto la sua parte. In questo modo, la soluzione appare ben confezionata quanto il problema. Il fulcro del documentario è la ricerca della catarsi. Essendo completamente a favore dello spettatore, il documentario non tollera le “conversazioni impegnative”, a meno che non promettano preventivamente un’“alternativa costruttiva” prima che appaia qualsiasi cosa di negativo. La critica di un’ingiustizia aumenta, la pressione cresce ma poi viene liberata attraverso una via ausiliaria: è il conforto di un interlocutore presumibilmente benintenzionato che mette le cose a posto a patto che gli si offra il proprio sostegno politico o finanziario. Il sollievo emotivo libera il pubblico da ogni ulteriore necessità di affrontare il problema. Non preoccupatevi, dicono, con il vostro sostegno gli altri possono finire il duro lavoro che voi avete già iniziato.

7.  Un terzo imputato, la cosiddetta “avanguardia storica”, si presenta come l’antidoto perfetto alla pacificazione dello spettatore. Il metodo preferito da questi registi è quello dello spaesamento brechtiano: sotto-narrazioni, rotture della quarta parete, colpi di scena autoriflessivi e giustapposizioni audiovisive che lavorano una accanto all’altra per shockare il pubblico assopito e spingerlo all’azione. Come tutte le armi rivoluzionarie, però, lo spaesamento ha una data di scadenza. Il problema di oggi non è che le persone siano poco attive, ma che lo sono fin troppo. Le persone, semmai, sono eccessivamente stressate e consumate. Le aziende, i giganti dei media e le campagne politiche si contendono ogni nostra ora di veglia, invadendo sempre di più il sonno di una popolazione esaurita e sovraccarica di lavoro. Non essendoci più spazi psichici da attivare, lo spaesamento delle avanguardie raggiunge un punto critico. Per rimanere fedeli al gusto originale per la distruzione che animava le avanguardie storiche, la loro forma deve evolversi. Grazie alla pressione della pubblicità, che non cessa di mettere a profitto qualsiasi tecnica ancora minimamente vitale, i prodotti culturali si mantengono freschi ben oltre la loro data di scadenza, a differenza di quelli da supermercato – il che, dal punto di vista di una qualsiasi avanguardia storica, è un fatto persino banale. Non avendo colto il messaggio, i sabotatori culturali e gli interventisti sovversivi ripetono meccanicamente il metodo situazionista, fingendo che le condizioni in cui operavano i situazionisti siano identiche alle nostre. Contro l’attivazione del pubblico dell’avanguardia storica e dei suoi patetici eredi, l’Internazionale Distruzionista nutre le sue radici dimenticate, fomentando l’odio per tutto ciò che esiste.

8. La necessità di distruggere questo mondo si scontra inevitabilmente con il nostro quarto e ultimo bersaglio dei documentari: i film futuristici che creano altri mondi possibili. La costruzione filmica di passati e futuri alternativi non è priva di meriti. Non siamo interessati a sminuire i complici che trovano valore nelle storie revisioniste e nelle utopie femministe, o che acuiscono i problemi localizzandoli al di fuori del nostro punto di vista attuale. La nostra contrarietà sta nell’incanto di una politica prefigurativa. Costruire un nuovo mondo con i materiali del presente richiede un compromesso eccessivo con il presente. Sospinti dal fascino dell’affermazione, la ricerca di semi di mondi “altri” nel presente finisce per creare solo uno specchio di ciò che è già esistente. Il cinema mondialista ripete l’equivoco della rivoluzione di Walter Benjamin, desideroso di creare un mondo analogo al nostro, in cui tutto è spostato di pochi centimetri più a sinistra. La prefigurazione raggiunge il massimo della sua tensione quando la speranza si trasforma in una scusa per mantenere elementi intollerabili di questo mondo. Non solo i fenomeni contingenti sono considerati inevitabili (razzismo, patriarcato, capitalismo), ma molti sono trattati come componenti necessarie per creare un “mondo migliore”. Nel migliore dei casi, questi elementi vengono trattati solamente come “problemi” da superare, cioè conferendo positività a ciò che dovrebbe rimanere negativo. Piuttosto che un mondo migliore, o una relazione riparatrice con questo mondo, il DI è spietato nell’evocare la sua disgregazione: una passione abolizionista che è incommensurabile con, e contro, questo mondo.

9. Per guidare il suo assalto al presente, il Comitato Cinema dell’Internazionale Distruzionista si unisce ad altri per una serie di no.

No ai film facili, di buon senso o di intrattenimento, che servono a rassicurare.

No alla catarsi, perché non c’è peggior crimine che dare al pubblico un senso di risoluzione per aver semplicemente guardato un film.

No alla rivelazione, il cui unico trucco è l’esposizione a buon mercato degli orrori del presente.

No ai film informativi e alla loro preoccupazione per i fatti.

No alla persuasione, perché il nostro scopo non è convincere i riluttanti.

No agli appelli all’azione, perché il pubblico completamente mobilitato è già stato attivato troppo.

No agli endorsement che porterebbero chiunque al potere con l’idea errata che qualche altra fazione sarebbe più brava a tirare le fila.

No al già presente, perché abbiamo perso la fiducia in tutti i popoli e in tutte le cause esistenti.

No a questo mondo, perché l’unico ruolo rimasto al cinema è quello di contribuire alla sua distruzione.

10. L’Internazionale Distruzionista dichiara che “non c’è nulla che valga la pena di essere difeso”. Difendere programmi, nomi, reputazioni, partiti, territori e tutte le altre forme degradate di autorità è costoso e richiede tempo. Questi sforzi sono necessari solo per coloro che cercano di salvare chi è già morto. Siamo invece d’accordo con l’idea avanguardista che le uniche forme che valgano la pena di essere salvate provengano da un futuro che non è ancora conosciuto.

11. Il piacere per la negazione dell’ID è attratto da qualsiasi forza che svuoti il contenuto di tutto ciò che incontra. Da questo deriva la dedizione a una politica di distruzione fine a se stessa. Non fraintendetemi, non ha pazienza per l’aggressività, la novità a buon mercato o l’autocommiserazione depressiva. La nostra distruzione è tanto rigorosa quanto specifica: una conseguenza del nostro odio per questo mondo nel suo complesso. Sarebbe ingenuo ignorare i reazionari che hanno inclinazioni simili; i loro desideri sono facilmente distinguibili, poiché i reazionari salvaguardano sempre i centri di potere fascisti attraverso le mezze misure del razzismo o di altre privatizzazioni della gerarchia. Siamo alimentati dalla necessità di una trasformazione completa. Si tratta di qualcosa di più di una rivoluzione, che troppi considerano come il sequestro e il riorientamento di forme preesistenti per scopi diversi. Il compimento della politica di distruzione è l’arrivo di un futuro in cui non persiste nulla del presente. Questo perché l’unico futuro che vale la pena di avere è quello che è totalmente irriconoscibile.

12. Diamo il benvenuto a coloro che condividono la nostra passione per la distruzione. Le facili immagini rappresentative di questa passione possono essere eccitanti, ma non colgono il punto. L’Internazionale Distruzionista sarà una messa in scena performativa che racchiude la forza della distruzione, inducendo altri a incarnarla – o morirà di una morte meritata. Lo scopo dell’ID è quello di sviluppare armi visivo-concettuali al servizio di questa passione. Ma nel farlo, deve anche scongiurare le azioni di guardia del lettore, il che significa diventare indifferenti ai principi dell’interesse personale, del fondamento morale o dell’identità comune. Solo così potremo eludere i tentativi di sabotare la distruzione, inibendola e recuperandola, reinserendola nella griglia della politica, riducendo la sua forza a forme di informazione o controllando chi vi ha accesso.

Scatenare la distruzione richiede forme inedite ed esperimenti con metodi sconosciuti. Questo è ciò che significa essere all’attacco. Estendere la portata eccessiva della distruzione è ciò che permette di creare momenti inaspettati. Ed è per questo motivo che, per l’Internazionale Distruzionista, l’unica cosa che vale la pena iniziare è la fine.

In occasione della proiezione del loro nuovo film Breached: A Chronicle of Cargo Theft, Andrew Culp e Thomas Dekeyser dell’Internazionale distruzionista si sono incontrati con Ian Alan Paul per discutere della loro critica alla tecnologia e alla politica, del loro approccio al documentario contemporaneo e di come abbraccino la negatività come concetto operativo.

Ian Alan Paul: Volevo iniziare la nostra conversazione parlando di Machines in Flames (2022), il vostro film sperimentale che affronta la storia del gruppo attivista francese CLODO [Comité Liquidant Ou Détournant les Ordinateurs], un collettivo che ha dato fuoco alle aziende tecnologiche nei primi anni Ottanta. Il film sviluppa una critica di Internet come forma di archivio globale, al servizio degli interessi della cibernetica e del controllo, al punto tale che, alla fine del film, scopriamo che questa stessa ricerca critica finisce per esserne catturata. Infatti, a un certo punto, il narratore riflette sul fatto che la raccolta di tracce virtuali degli attentati di CLODO rischia di riprodurre una “logica poliziesca del digitale”, e finisce per chiedersi: un attacco a un archivio “può mai essere documentato o rappresentato senza ribadire la sua logica?”. Riprendendo questa preoccupazione espressa nel film, vi pongo una domanda: oggi assistiamo a rivolte militanti esplicitamente dirette contro lo sviluppo e la diffusione di varie tecnologie digitali – molte delle quali si organizzano in qualche misura su Internet e finiscono addirittura per circolarvi come contenuti – ma non sembrano essere riuscite a sottrarsi del tutto alla logica computazionale dei sistemi che si sforzano di smantellare. In che modo CLODO ci offre un altro modo di pensare alla storia di Internet e cosa significa resistere alla sua funzione archivistica e repressiva in una società capitalista?

Andrew Culp: Il fascino della tecnologia è potente. Promette, dolcemente, di rendere la vita più facile ed efficiente. CLODO apparve in un momento di svolta come questo: il microcomputer si stava appena affacciando nel mercato dei consumatori. Guardate la copertina del numero della rivista alternativa Terminal che ripubblicava per la prima volta i comunicati di CLODO. La copertina ammoniva: “I piccoli stanno circondando i più grandi”, avvertendo che i mainframe stavano per essere sostituiti dai primi desktop. Come sappiamo bene, anche i desktop sarebbero stati sostituiti da nano-computer così piccoli da poter essere portati con facilità in tasca e integrati nel paesaggio quotidiano attraverso sensori, fotocamere e dispositivi intelligenti. CLODO offriva un’alternativa stimolante alla narrazione dominante secondo cui questa transizione sarebbe stata un’avventura in stile  Jetsons all’insegna del comfort e del potere: un’avventura secondo la quale i visionari della tecnologia sviluppavano dispositivi sempre più utili, accolti con sempre più entusiasmo da una nuova classe di consumatori desiderosi di ottenere una vita più comoda e lussuosa. Secondo alcuni, la critica di CLODO alla tecnologia è paragonabile a quella dei luddisti. C’è sicuramente un’affinità; tuttavia, la critica luddista era un’opposizione della classe operaia alle false promesse del benessere lavorativo. Come avrebbe scritto più tardi Marx, i capitalisti introducono tecnologie sempre più efficaci per ottenere un iperprofitto a breve termine e per disciplinare il lavoro – se c’è qualcuno che si semplifica la vita, è solamente il manager che usa la parola “efficienza” come un eufemismo per incrementare il numero di lavoratori che supervisiona e comanda. Ecco, la critica di CLODO era decisamente più profetica di questa. Possiamo anzi dire che all’inizio degli anni ’80, CLODIO stava prevedendo la traiettoria che l’informatica avrebbe imboccato di lì a breve. Da un lato, il computer non si sarebbe discostato dal nucleo centrale per il quale era stato progettato e, cioè, non lontano da un dispositivo prototipico del complesso militare-industriale del dopoguerra. Il suo uso originario era legato ai rilievi dei bombardamenti, ai calcoli dell’artiglieria antiaerea e alla progettazione della bomba atomica. Del resto, come gruppo di azione diretta, CLODO prendeva di mira proprio le aziende informatiche legate all’esercito, allo Stato di sicurezza, alla polizia e alle grandi industrie. Tuttavia, dall’altro lato, CLODO ebbe anche una straordinaria intuizione riguardo gli sviluppi futuri delle tecnologie informatiche; CLODIO intuì che questi sarebbero diventati essenziali anche per regolare tutti gli aspetti della vita sociale attraverso una logica di tipo poliziesco. “Le prime avvisaglie di questa campagna poliziesca” si possono trovare nella brillante biografia di Tom Vague sulla Rote Armee Fraktion intitolata Televisionaries. In quest’opera si legge che nel 1971, quando Herold Horst assunse la direzione del Bundeskriminalamt (l’equivalente tedesco dell’FBI nella Germania Occidentale), fu in grado di applicare i “principi organizzativi per l’elaborazione elettronica dei dati alle necessità di mantenimento dell’ordine pubblico”. La versione comunemente accettata è che Herold coordinò una sistematica caccia all’uomo che portò alla definitiva liquidazione della Rote Armee Fraktion. Secondo Vague, la novità risiede nel fatto che Herold organizzò questa caccia in modo informatico, al punto che era “così ossessionato dal suo computer che si trasferì in caserma per stare sempre con lui”. Il risultato di questa ossessione fu un database che nel 1979 conteneva quasi cinque milioni di nomi, 3.100 organizzazioni e più di due milioni di impronte digitali e fotografie. Senza dubbio possiamo quindi affermare che gli esperimenti utilizzati per sviluppare la moderna sorveglianza informativa sono iniziati con la caccia agli attivisti politici.

Thomas Dekeyser: Queste ombre sull’origine dell’informatica hanno suscitato in noi una serie di domande sulla nostra fascinazione, come ricercatori e cineasti, per CLODO. I documentaristi spesso considerano un loro preciso dovere quello di portare alla luce storie dimenticate, stabilendo legami con ciò che è stato trascurato fino a quel momento. Un obiettivo che però sembra inquietantemente vicino proprio a quello degli informatori che CLODO voleva combattere. Per questo motivo dedichiamo gran parte del nostro film chiedendoci: stiamo forse estendendo le pratiche di identificazione, mappatura e correlazione che la polizia ha avviato negli anni ’80, quando ha tracciato i profili di CLODO e si è appostata nei pressi di quelli che riteneva sarebbero stati i successivi bersagli notturni di CLODO? Al di là dell’ambito della ricerca o del cinema, la questione della “malattia d’archivio” – il termine calzante che Derrida usa per indicare il fascino dell’archiviazione – è, a nostro modesto avviso, una questione che la politica tecnologica deve prendere in considerazione più seriamente. Come hai notato, Ian, anche le azioni più radicali finiscono spesso per alimentare l’archivio digitale, combinando le immagini con appelli alla partecipazione e a chiari programmi di rivendicazioni. Abbiamo pensato a un’alternativa nella traiettoria di CLODO; un’alternativa che nel film descriviamo come un caso di “an-archivio” e che si limita a far balenare il giocoso sfottò alla base dei loro tre comunicati, il loro rifiuto di qualsiasi “strategia di reclutamento” e il loro auto-annullamento dopo soli tre anni d’attività. Come il Gruppo Vulcano (Vulkangruppe) che, nel 2024, ha dato fuoco alle fonti di energia elettrica della Gigafactory di Tesla a Berlino, CLODO indica per noi i contorni di una politica tecnologica che non si lascia più sedurre dall’idea di alimentare la rete con nuove risorse, preferendo piuttosto affamarla. Sono ben consapevoli che esprimersi con parole, immagini e idee familiari si trasforma troppo facilmente in un consolidamento, se non addirittura in un’espansione, del presente tecno-poliziesco.

Ian Alan Paul: Trovo interessante un aspetto del documentario Machines in Flames. Mi sembra che questo evochi una sorta di ontologia entropica dell’informazione, una sua violenza intrinseca, che minaccia gli archivi digitali e analogici. Come sottolinea il narratore del film, la stessa pellicola è un materiale estremamente infiammabile e i data center sono sempre a rischio di surriscaldamento e incendio, così come rischiose e distruttive sono le vasche di silicio che servono al loto mantenimento. Mi sembra che, in una certa misura, il film suggerisca che la violenza è connaturata anche a livello dei software: basta pensare come i virus e la crittografia siano mezzi di distruzione già integrati logicamente nei mezzi computazionali di produzione e controllo – armi che possono sabotare le macchine algoritmiche in modo irreparabile. In altre sezioni del film, una telecamera anonima si aggira di notte tra alcuni dei luoghi obiettivo di CLODO a Tolosa, percorrendo i contorni tecno-geografici della città. La città sembra essere protetta, sicura e controllata ma, contemporaneamente, anche incredibilmente esposta e vulnerabile alle oscure cospirazioni che il film fa presagire siano in agguato tutt’intorno. In queste scelte stilistiche, la possibilità di attacco sembra emergere dall’interno dell’informazione informatica, per poi essere rivolta contro le tecnologie che gestiscono la società. L’industria informatica non viene presentata come una semplice novità da dover regolamentare o riformare, ma piuttosto come l’attuale infrastruttura del dominio sociale e, contemporaneamente, come un potenziale serbatoio di negatività pronto a scatenarsi. Potete dirci qualcosa di più sul rapporto che il film indica tra l’informatica e la sua distruzione?

Thomas Dekeyser: Hai ragione a fare il collegamento tra la violenza dei computer e quella di CLODO. Ognuno, a suo modo, alimenta le fiamme della distruzione: l’informatica, ad esempio, attraverso la sua incorporazione nella costruzione, nella gestione e nel pilotaggio di macchine da guerra; CLODO, con i fiammiferi, gli esplosivi e le fiamme che usa per distruggere queste macchine. La volontà di seguire i computer sulla via della distruzione è ciò che distingue CLODO da molti altri gruppi attivi nello stesso periodo – è una scelta che, all’epoca ha suscitato tanta indignazione. Per dire, il Partito Comunista Francese era così indignato dalla tenacia con cui CLODO si adoperava per la distruzione piuttosto che per la riforma, che pubblicò editoriali di giornale in cui affermava la propria fede nel potenziale dell’informatica per la lotta nell’emancipazione dei lavoratori. Ad esempio, scrivevano: «Non c’è alcuna giustificazione per chi distrugge i mezzi di lavoro. Al contrario, sottolineiamo le immense possibilità offerte dai computer e dalla microelettronica per liberare le persone da ogni forma di sfruttamento e oppressione». Come i distruttori di macchine del XIX secolo, CLODO era convinta che una liberazione attraverso i mezzi dell’informatica fosse solo l’ennesima forma di controllo – indipendentemente da chi ne deteneva il possesso. Secondo CLODO, la distruzione è così profondamente radicata nell’informatica che le sue origini sono irrimediabilmente intrise di sangue (ricordiamo che il primo computer – l’ENIAC – era stato progettato per calcolare la gittata balistica dei missili nella Seconda Guerra Mondiale), per cui c’era solo una risposta adeguata: ridurre in cenere l’informatica. Sarebbe sbagliato, tuttavia, leggere CLODO come un semplice riflesso del gusto per la distruzione ispirato dalla stessa violenza insita nell’informatica. Il rapporto di CLODO con la distruzione non è quello dialettico in cui il militante si limita a copiare il modello, la definizione e le strutture di ciò che cerca di smantellare. CLODO ha raccolto le promesse di distruzione contenute nell’informatica e le ha spinte alle estreme conseguenze. Del resto, le industrie informatiche sono state sempre molto attente a tenere fuori dalla loro area di minaccia tutto ciò che sostiene o alimenta lo Stato e il capitale – come forme di proprietà, rapporti di lavoro, margini di profitto. Nelle mani del gruppo CLODO, il potenziale distruttivo dell’informatica è stato liberato completamente, quasi a coincidere con lo stesso processo informatico. Il CLODO sembrava aspirare infatti a minare, in ogni fase, le forme organizzative, le agende rigide, il desiderio di riconoscimento e di reclutamento che caratterizzano sia le industrie informatiche sia i tecno-riformisti che cercano di trasformarle. Uno sguardo ai loro comunicati stampa e alle loro “autointerviste” ne è un’ampia dimostrazione. Alla fine, dopo soli tre anni, CLODO è arrivato ad abolirsi e distruggersi, per poi scomparire nel nulla. In contrasto con il mantenimento di una negazione dialettica, il CLODO ha cercato di attaccare la logica stessa della relazione, compreso il rapporto costitutivo con se stesso. È questa specie di intransigenza di CLODO che ci attira e attrae e che ci fa pensare che la loro azione abbia raggiunto una dimensione cosmica. L’abolizionismo di CLODO si manifesta infatti nella modalità di un’entropia cosmica; un entropia che inghiotte interi mondi, accelerando i suoi percorsi di distruzione e autodistruzione.

Andrew Culp: Entrambi avete toccato l’aspetto che distingue il CLODO da molti altri gruppi – li distingue sia dai loro nemici, il complesso militare-informatico-industriale, sia dai loro compagni della sinistra antimperialista – ossia la loro vocazione metafisica o, per dirla più semplicemente, la loro “visione del mondo”. CLODO aveva saputo prevedere che la tecnologia dell’informazione avrebbe avuto un impatto determinante – ben più di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi – sulla nostra coscienza collettiva. In altre parole, ben al di là del ruolo micidiale che i computer svolgono nel riscaldamento globale, la tragedia dell’ubiquità dell’informatica risiede nel modo in cui colonizza la mente. Uno dei concetti che ci aiuta a fare chiarezza su questo aspetto è quello di “ricerca operativa” e che compare in una delle storie del nostro film. Attraverso la “ricerca operativa” l’esercito statunitense ha dato al suo processo decisionale una forma “scientifica” e proto-informatica, trasformando la guerra in un processo eminentemente industriale. Secondo questa impostazione scientifica, il management doveva prendere il modello della fabbrica e applicarlo all’arte di uccidere. La computazione e la numerazione avrebbero dovuto regnare sovrane, così come la logistica sarebbe dovuta essere la chiave per vincere le battaglie; mentre la microeconomia avrebbe reso possibile gestire la guerra come una qualsiasi altra impresa. La cosa ironica è che questo colpo di genio manageriale fu un successo solamente ideologico, mentre, nella realtà, portò a più di qualche fallimento sul campo di battaglia. Si prenda l’esempio di un film ufficiale del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti uscito nel 1944, intitolato The Case of the Tremendous Trifle. Si tratta di un resoconto fittizio della pianificazione dei bombardamenti strategici statunitensi del 1943 contro l’industria tedesca di cuscinetti a sfera. Il film ci mostra come aspetti apparentemente insignificanti come la produzione di cuscinetti a sfera siano ormai diventati aspetti strategici determinanti – non lo capiscono solo coloro che ignorano il funzionamento tecnico-informatico del nuovo approccio manageriale alla guerra.  Ragionando come degli ingegneri elettronici chiamati ad esaminare un quadro elettrico, i militari che pianificarono l’attacco alle industrie tedesche impegnarono risorse preziose in un raid rischioso e avventato che costò molti aerei e altrettante vite. Il film presenta questa scelta come un successo, in realtà i cuscinetti a sfera erano così banali da produrre che la Germania ne aveva accumulati molti di più di quelli necessari al suo sostentamento. Il raid pianificato sulle basi della nuova scienza manageriale non aveva cambiato in nulla le sorti della guerra, anzi si rivelò un esercizio futile e ben poco efficace, con parecchie morti inutili. Perché vi sto parlando di questo? Perché questa storia mostra come la colonizzazione psichica dell’informatica porti a un modo piuttosto miope di pensare tecniche e strategie.

La nostra cultura è ormai imbevuta di questa retorica informatica, consumata dall’idea che ogni problema politico e sociale sia risolvibile mediante soluzioni tecniche – si tratta di una spropositata sopravvalutazione dell’importanza di concetti come efficienza, simulazione, processo decisionale automatico, analisi dei dati e, più in generale, metodi econometrici. La fede in questo modo di pensare è così forte che la vita sociale è stata ormai completamente affidata a questi “visionari” che si fomentano per capacità computazionali che ancora non esistono e che, forse, non esisteranno mai. Questo aneddoto ci mostra qualcosa di davvero molto serio e, forse, preoccupante: anche se domani tutti i semiconduttori del mondo bruciassero in una gigantesca tempesta solare, il modo di pensare dominante non cambierebbe di una virgola. Una parte troppo vasta delle sinistre è stata complice di tutto questo. Molti compagni si sono illusi su questo punto. Ad esempio, la RAF e altri gruppi militanti hanno saputo riconoscere nel complesso industriale informatico la novità assoluta della catena capitalistica manageriale. Ma anche quando sabotavano questi dispositivi, la maggior parte di loro continuava a pensare nei modi tecno-strategici della geopolitica dei loro nemici. L’aspetto interessante di CLODO è invece proprio il rifiuto di questo pensiero tecno-strategico. A differenza dei gruppi militanti, CLODO non ha adottato il linguaggio paramilitare delle scelte strategiche. Parlando la lingua dei  graffiti, hanno agito con decisione contro la lingua della computazione. Nei pochi scritti pubblicati, non hanno condannato i computer in sé, ma il mondo dei computer. Il punto è che non riusciremo a sconfiggere l’autoritarismo dei computer con dispositivi più intelligenti o con una gestione più illuminata (ad esempio un controllo socialista o comunista); l’unica via di fuga è trovare un’uscita dalla mentalità computazionale.

Ian Alan Paul: C’è un’interessante differenza tra la logica dell’informatica, che mira a calcolare e organizzare ogni attività e relazione su scala planetaria, e il CLODO, che ha cercato invece di attaccare queste forme computazionali in modo da non essere assorbito dalla loro logica e da non riprodurne il modello. Puoi spiegarci in che modo CLODO ha organizzato una forma di resistenza al dominio algoritmico, cercando di andare oltre il pensiero strategico e la logica totalizzante dell’informatica? Senza cioè limitarsi a ripetere atti di resistenza che il potere avrebbe facilmente catturato, modellato e integrato?

Andrew Culp: È una questione che viene spesso sollevata nelle domande e nei commenti dopo la proiezione del film. Gli spettatori chiedono: CLODO fornisce una strategia che può essere applicata oggi? Dobbiamo sempre deluderli. Ci sembra infatti che CLODO non avesse alcun interesse per degli obiettivi “strategici”. Nel film, tracciamo un’analogia tra loro e la combustione spontanea di vecchie pellicole in nitrato. In un certo senso, le loro azioni sono più simili a una rivolta carceraria che a uno sciopero di fabbrica. Paul Virilio ha coniato il concetto di “incidente originario”, secondo cui l’invenzione del treno ha contemporaneamente inventato la possibilità del deragliamento. Noi intendiamo trasporre questo concetto a un livello sociale: quando hanno iniziato a costruire i computer per progettare la bomba a idrogeno, hanno iniziato anche a costruire la possibilità di CLODO. Di solito gli spettatori si irrigidiscono quando rispondiamo cosi, perché sono incapaci di tollerare una resistenza “locale” del genere, preferendo insistere sul come organizzare una resistenza “globale”. Ma, come si può insistere ancoraggi su una resistenza “globale”? A nostro avviso, i CLODO hanno avuto successo proprio perché conoscevano la città abbastanza bene da pensare e agire come ladri. Il fatto di essersi mescolati ad una folla amichevole è ciò che ha impedito loro di essere identificati o, peggio, arrestati. Pensiamo ci siano altri modi in cui è possibile agire in solidarietà o addirittura ispirarsi al loro esempio, a patto però che tutto ciò avvenga attraverso cellule clandestine  e locali o attraverso reti autonome. L’assenza di un centro è ciò che rende questi approcci più efficaci: senza una leadership, le forze di repressione devono attaccare l’intera rete, una per una.

Ian Alan Paul: Machines in Flames è il primo progetto dell’Internazionale Distruzionista, gruppo le cui idee vengono esposte nel Manifesto del Cinema Distruzionista del 2022.  Rifiutando il documentario informativo e la sua ossessione per la visibilità, quello di intrattenimento con la sua catarsi in stile TED talks e quello d’avanguardia per la sua obsolescenza, l’Internazionale Distruzionista dichiara di voler abbracciare il negativo in tutte le sue forme, impiegando tutte le “armi visive-concettuali” contro il mondo nella sua totalità. Rileggendo il manifesto, mi è tornata in mente la tesi di Guy Debord secondo cui non è necessaria una negazione dello stile, ma uno stile della negazione, un approccio che, in una qualche misura, l’Internazionale Distruzionista mi sembra abbia adottato. In un’epoca in cui la cultura cinematografica si impegna esclusivamente nella ricerca della migliori produzioni e nella disperata ricerca di apprezzamenti, visualizzazioni e verità accuratamente ricercate per non turbare nessuno, in che modi la svolta negativa dell’Internazionale Distruzionista ci consente di ripensare a ciò che il cinema può fare (e disfare), offrendo più che nuovi inizi, orientamenti per una distruzione finale di questo mondo?

Andrew Culp: Per quanto riguarda il nomi del progetto, la posta in gioco è molto più alta di quanto si possa pensare. Secondo un’idea che è stata di Derrida, dare un nome a qualcosa significa immobilizzarlo, prepararlo alla morte. Il nome “Internazionale Distruzionista” ci è venuto in mente solo dopo una profonda immersione nella storia di CLODO. Ci siamo posti una domanda simile a quella che tu sollevi sui nomi: che cos’è l’“esistenza” di un’entità che può esistere solo in particolari condizioni? Abbiamo scoperto che esistono rare soggettività che appaiono nella foga di un momento, ma non persistono nel mondo freddo e brutale della vita di tutti i giorni. I leninisti accusano gli insorti di infantile spontaneismo avventurista, mentre i tecno-soluzionisti respingono a priori tutto ciò che resiste alla “riproduzione su larga scala”. Ma noi siamo convinti che il vero cambiamento non sia guidato da politici e burocrati. Non sono le infrastrutture organizzative, ma gli eventi interventisti a fare la differenza. Abbiamo poca pazienza per la nauseante sfilata di reportage che si mascherano da “documentari”. Il loro unico trucco è la pietà liberale: tracciare il profilo della vittima perfetta la cui storia di ingiustizia merita l’indignazione dello spettatore. Sostengono di essere guidati dall’empatia. Ma non è questo ciò che sta realmente accadendo. Le forze rivoluzionarie che rovesceranno il patriarcato, sovvertiranno il capitalismo e smantelleranno la dominazione razziale non hanno bisogno della nostra pietà. Sono potenti, pericolose e intrinsecamente minacciose. Sarebbe un grave errore dipingerle come deboli o patetiche. Ecco perché ci rifiutiamo di raccontare storie in cui i sistemi di potere sono la principale forza motrice. Per essere un po’ didascalici, sono le forze di distruzione stesse a costituire l’Internazionale Distruzionista. È un’internazionale senza statuto, i cui membri principali sono raramente membri ufficiali. Thomas, Dana, altri e io formiamo una frazione minore dell’Internazionale, costituendo un comitato cinematografico temporaneo, un organo letterario o altro – e continueremo a dare il nostro contributo finché sentiremo che c’è del lavoro da fare.

Ian Alan Paul: Dopo Machines in Flames e il manifesto, vi state preparando a pubblicare un nuovo progetto cinematografico intitolato Breached: A Chronicle of Cargo Theft, che mette in scena i flussi logistici e le tendenze del capitale globale viste però dal punto di vista di un lavoratore disilluso. Cosa vi ha spinti a lavorare a questo nuovo progetto? Eiste una relazione con la precedente pellicola? Ora che sta per essere finalmente proiettato, cosa puoi dirci di più?

Thomas Dekeyser: Come Machines in Flames, anche Breached segue le tracce di un collettivo a cui viene negato lo status di “soggetto politico”. Al posto di attentatori informatici, i protagonisti di Breached sono saccheggiatori e sabotatori. A Los Angeles, nel 2021, questo gruppo ha individuato un potenziale punto debole delle reti del capitale globale in alcuni snodi di treni merci  che sono stati svaligiati. La notizia si è diffusa rapidamente. Vari gruppi hanno iniziato ad assaltare i binari pressoché ogni notte, aprendo i container e saccheggiando tutto. Nel giro di poco le immagini dei binari disseminati di scatole di cartone sono diventate virali. I rappresentanti dello Stato, dei media e della capitale si sono precipitati a Lincoln Heights, descrivendo le scene come un oltraggio, come quel genere di cose che si dovrebbero vedere solo “nel terzo mondo” – queste sono state le parole del governatore della California Gavin Newsom. I saccheggi dovevano essere fermati immediatamente e con tutta la forza necessaria. Nel film, ci chiediamo: cosa rende il container così sacro e la sua violazione così oltraggiosa? Perché gli americani sono così affascinati da briganti, cowboy e rapinatori di treni ma, quasi tutti, trovano oltraggiosi questi così bravi eredi? Per rispondere a queste domande viaggiamo attraverso i paesaggi violenti e fragili della logistica, delle infrastrutture e della sorveglianza, guidati da un lavoratore che racconta i suoi incontri con i saccheggiatori e la pericolosa attrazione che le loro azioni provocano. I primi spettatori del film sono stati quelli più direttamente colpiti dal furto di merci: gli acquirenti online i cui pacchi non sono mai arrivati a destinazione. Abbiamo trovato i loro indirizzi sulle scatole strappate di Amazon durante le riprese sui binari, così li abbiamo indirizzati alla International Destructionist Hotline for The Theft of Goods, dove avrebbero ricevuto un link privato per godersi il film. Non sappiamo come lo abbiano trovato, né se lo hanno guardato tutto. Chissà, forse i lettori di questa intervista potrebbero essere un pubblico più appropriato.

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