ARCHIVIO ANOMIA

NAKBA
ALLIEVI DELLA CATASTROFE
RODRIGO KARMY BOLTON

Rovesciare un potere vuol dire interrompere le sue narrazioni e prospettive. In questo articolo pubblicato su Ill Will con il titolo Palestine’s Lessons fot the left, R. K. Bolton rovescia alcune delle narrazioni del genocidio palestinese; a partire da quella di Nakba [catastrofe] che non costituisce solo l’evento originale della storia coloniale palestinese, ma funziona come paradigma del nostro presente. Se in Palestina la Nakba trova il suo punto di intensificazione, è l’intero pianeta il luogo dove essa si consuma. Siamo davanti al divenire-Nakba del mondo, dove Nakba indica la storia del capitalismo nelle sue forme neocoloniali di devastazione globale. Dobbiamo essere allievi di questa catastrofe per imparare una forma di solidarietà all’altezza dell’apocalisse.

LA GIUSTIZIA SI FA LOTTA

La lotta contro il Sionismo, che soggettivizza l’Ebreo in quanto vittima assoluta, non è affatto arbitraria: implica che l’Ebreo sia spogliato del suo status di vittima, che diventi una “vittima cattiva” nel rigetto stesso di questa forma di soggettivazione, di questo posizionamento nel mondo. In questo modo, un nuovo diritto emerge da questo conflitto, un diritto che, come osserva Tariq Ali, rappresenta il collasso della dottrina dei diritti umani istituzionalizzati dalle Nazioni Unite. Le lotte in nome di questo nuovo diritto fa naufragare quel mondo, quell’intera istituzione e dalle sue rovine nasce un nuovo concetto di giustizia. Ciò che viene forgiato dalle lotte popolari di oggi – soprattutto quelle del popolo palestinese – annuncia il futuro di un possibile diritto, e il diritto ad un possibile futuro. Se la dottrina dei diritti umani è basata sull’idea che un essere umano o di un gruppo di esseri umani sia passibile di divenire “vittima” in quanto brutalmente vessato da terrorismo di Stato, ciò è precisamente per farne l’esattore di una “riparazione” [reparation]. La giustizia è concepita come una sceneggiata in cui una “vittima” è “risarcita” [repaired] dallo Stato. Un sistema del genere non ha altro scopo che mantenere intatto il dispositivo del sovrano – e la sacertà della nuda vita – attraverso il quale viene formulato originariamente un crimine che deve essere “riparato”. Finché ci sarà una “vittima” ci sarà una macchina di morte; finché ci sarà una “vittima”, la vita umana resterà sacra, vale a dire, catturata nella relazione sovrana che la rende passibile di morte. Le lotte di oggi, da una parte, portano con sé un’altra idea di giustizia che non riposa sull’idea di una nuda vita da “vittimizzare”, che non è consolata dalla possibilità di un’eventuale “riparazione”, ma al contrario dal dispiegarsi stesso della propria lotta.

Se la giustizia come “riparazione” viene meno, in quanto il loro rappresentante – le Nazioni Unite – e il loro faro morale – Israele – sono collassati in termini morali (il primo per il genocidio che osserva impassibile, il secondo per il genocidio che perpetra) ciò è precisamente a causa dell’insurrezione globale delle persone del mondo che hanno aperto lo spazio ad un’altra forma di giustizia, una che non passa attraverso la nozione di “riparazione” ma attraverso quella di “lotta”. Una giustizia che respinge come irricevibile la posizione della “vittima” e scommette invece su un’etica martirologica radicata nell’intensità della lotta.

IL PROGRESSISMO PARLA LA LINGUA DEI PORCI

Dopo la caduta del Muro di Berlino, la sinistra ha sposato una certa forma di liberalismo; da allora, è diventata nient’altro che l’ennesimo liberalismo. Di conseguenza, il suo discorso può riferirsi alla resistenza anticoloniale solo attraverso il termine reazionario di “terrorismo”. La vacuità lessicale della sinistra è facilitata dal trionfo del fronte reazionario. Messa da parte ogni critica della violenza, la sinistra progressista è rimasta inane rispetto alle lotte che impiegano diverse forme di violenza, tra le quali la più importante resta indiscutibilmente quella del popolo palestinese. Ovviamente, coloro che danno l’assalto al cielo di certo non stanno ad aspettare che i progressisti trovino le forme per riconoscerli. Piuttosto, si è verificato l’opposto: le insurrezioni anticoloniali (alcune delle quali armate) hanno ammutolito i progressisti di sinistra, incapaci di pensare la loro stessa epoca e di parlare nel suo dialetto (probabilmente, è proprio questo che fa del progressismo ciò che è). Abbiamo bisogno di una critica della violenza che ci fornisca la lingua o dialetto che impedisca alla parola “terrorismo” di regnare egemone, che appartenga di diritto alla “lotta” politica che forgia la giustizia degli oppressi.

L’ISLAM COME FORZA RIVOLUZIONARIA

Secoli di pensiero illuminista hanno reso la sinistra sospetta di qualsiasi religione. In un celebre passo del suo Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, il giovane Marx scrive: “La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio dei popoli”. L’aforisma, ormai cliché, della religione come oppio dei popoli, ha avuto all’interno del discorso illuminista come risultato quello di fare della religione un nemico fittizio, che ignora totalmente il resto del passo da cui esso è estrapolato. Se la religione è l’oppio dei popoli, secondo Marx, questo è perché essa opera in maniera duplice: è “l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale”. La religione porta in sé un possibile rifugio per il futuro, anche se la propria forma di espressione lo nega. È un luogo di contraddizione che ad un tempo diagnostica lo stato presente di cose e proietta l’immagine del suo superamento.

In questo senso, la sinistra occidentale, in quanto da sempre profondamente antireligiosa, è incapace di articolare alleanze di classe che permetterebbero di superare lo stato di cose presenti. Sotto questa luce, il ruolo preponderante svolto dall’Islam all’interno della resistenza palestinese non è accidentale, ma corrisponde alla cartografia delle forze distribuite dalle recenti lacerazioni della storia, una storia imperialista: negli anni ’60 troviamo infatti discorsi nazionalistici e “secolari” a promuovere il fronte di liberazione nazionale. Ma, una volta che i processi di decolonizzazione furono portati a compimento, molti di loro furono cooptati dallo stesso imperialismo che sostenevano di combattere (come nel caso dell’Egitto). Fu così che i cosiddetti liberatori della confederazione pan-arabica divennero le sentinelle di quest’ultima fase coloniale. È in questo contesto che l’Islam raccolse il testimone dello spirito della lotta anticoloniale che la parte secolare aveva abbandonato.

I palestinesi votarono per Hamas nelle elezioni politiche del 2006 non tanto perché volessero uno stato islamico, ma perché volevano scommettere su un possibile percorso che portasse alla fine della colonizzazione sionista. I movimenti di resistenza nella striscia di Gaza e in Cisgiordania oggi sono divisi in tre gruppi che agiscono assieme: Islamici, Marxisti e nazionalisti (Fatah). La loro solidarietà è radicata in una comune passione, una passione anticoloniale, la passione per la liberazione della Palestina. Contrariamente all’impostazione dogmatica della sinistra occidentale, che vede automaticamente nella religione e, soprattutto, nell’Islam una roccaforte dell’oppressione, le sinistre arabe – e quella palestinese in particolare – hanno capito che una costellazione di potenze può essere articolata solo in comune. L’orientalismo che Edward Said denunciava persiste nella sinistra occidentale, che non è in grado di concepire il fatto che l’Islam possa assumere una postura rivoluzionaria, e resta sospettosa di ogni fronte di liberazione nazionale semplicemente perché come movimento esso viene articolato attraverso la cosiddetta “religione”.

IL LORO OBIETTIVO SIAMO NOI

Dall’8 ottobre 2023, l’obiettivo principale delle operazioni israeliane è stata la popolazione civile. La loro logica non è quella comunemente presunta dalla maggior parte delle persone, vale a dire di dare la caccia ai “terroristi” e i civili come vittime collaterali. La situazione è esattamente l’opposto: l’obiettivo è decimare la popolazione civile per far sì che i gruppi che sono considerati “terroristi” scompaiano con essa. In altre parole, il loro obiettivo non è Hamas o Hezbollah. Quelli a cui danno la caccia siamo noi. L’incursione terrorista in Libano ha reso le cose estremamente chiare: non importa chi fa uso di cellulari, se terroristi o civili: vengono entrambi fatti saltare in aria indiscriminatamente. Se civili e militari, vale a dire le polarità esterne e interne al conflitto, vengono resi indiscernibili, questo è perché l’obiettivo finale è di annientare la popolazione per ridurre la resistenza all’insignificanza. Niente di più, niente di meno.

 

La situazione è perciò l’esatto opposto, di come è stata concepita finora: non si tratta di forze imperialiste che sparano alla resistenza per catturare la popolazione civile, ma al contrario prendono di mira la popolazione civile per schiacciare la resistenza. L’inversione dei termini implica, incidentalmente, che quello che ci viene recapitato è un messaggio ben preciso: nessuno è più al sicuro. La logica della guerra al terrore ha un solo principio: nessuno, assolutamente nessuno, è al sicuro. Ogni luogo diventa Gaza, così come chiunque può essere un terrorista.

Questo è il motivo per cui la nostra epoca non è altro che l’era della guerra civile mondiale. Non si è mai trattato di Hamas e Hezbollah, nel mirino ci siamo sempre stati noi. Noi, come popolazione, siamo il principale obiettivo dell’aggressione bellica; siamo noi ad essere, per qualsiasi ragione e sotto qualunque circostanza, passabili di essere ritenuti indesiderabili e dunque esposti allo sterminio, così come accade oggi con Palestina e Libano. Per questa ragione, il cliché degli “scudi umani” che si presume Hamas impieghi non è altro che la crudele giustificazione per lo sterminio della popolazione civile, ora che quest’ultima è diventata la posta in gioco primaria della guerra. Vediamo alcuni applaudire il dispiegamento tecnologico in atto. La progenie di Marinetti, i futuristi (esteti del futuro che celebrano le tecnologie di sterminio e ammirano questi assassini al computer), si moltiplica perché le macchine capitaliste si moltiplicano. Il futurismo accarezza da sempre il sogno bagnato dello sterminio totale di tutti gli indesiderabili, di un mondo dove tutto funzioni “perfettamente”. È questo stesso progetto che deve essere sconfitto oggi, esattamente come fu sconfitto in passato.

KAMALA HARRIS A.K.A IL JOKER

Se osserviamo attentamente, scopriamo in Kamala Harris qualcosa che è da parte a parte osceno, ben più rispetto a Trump. La candidata che ride contro il candidato che scaglia insulti, la candidata giovane contro il candidato decrepito, la candidata donna e forse possibile prima presidentessa donna degli Stati Uniti contro uno dei più maschilisti (evitiamo di dargli del “più maschilista”) dell’oligarchia liberale nordamericana. Ma questo binarismo si interrompe di colpo se prendiamo il punto di vista della Palestina. Da quel punto di vista, non c’è alcuna differenza. La candidata che ride, nel dichiarare il proprio amore per Israele e promettere di mandare avanti la macchina da guerra, non è meno allucinata e allucinante di Trump. Come vice presidente, Kamala uccide ridendo, ammazza sogghignando. È il Joker: l’arcinemesi di Batman (Trump è, in questo senso, la versione degenerata del Cavaliere Oscuro), con la sua risata per nulla comica, ma decisamente sadica. La risata di Kamala esprime alla perfezione il piacere che i Democratici provano per la guerra, la loro goduria per la morte. I delegati pro-Palestina della Democratic National Convention si sono visti negare la loro partecipazione dal loro stesso partito nel momento stesso in cui Kamala è stata selezionata per la corsa alla Casa Bianca: il caso della Palestina bandito, escluso nuovamente. La candidatura di Kamala è stata fondata, pertanto, sull’esclusione della Palestina e sulla rinnovata luna di miele con Israele – tale e quale a Trump.

Da questa prospettiva, la differenza tra Harris e Trump non riproduce la classica opposizione tra Democratici e Repubblicani; piuttosto – in quanto tanto Dick Cheney, colle mani sporche di sangue per l’Iraq, e John Bolton, assassino e golpista in Venezuela e ex-membro del gabinetto di Trump, voteranno per Kamala – la questione è se prevarrà l’oligarchia nordamericana sul caudillismo di Trump e la sua sete di guerra civile o meno. In gioco nelle elezioni statunitensi è il reinsediamento (o meno) della classica governabilità oligarchica, capace di fornire forme di contenimento alla fragile situazione del paese. Se la tensione negli Stati Uniti deriva in ultima analisi dalla capacità di articolare il polo territorializzante dello Stato-nazione col polo deterritorializzante della sua strategia espansionistica di sicurezza imperiale, questo è perché l’oligarchia è stata la forza di classe capace di articolare questo duplice movimento della macchina. Se l’oligarchia implode, è perché la macchina stessa si è dimostrata incapace di articolare l’intensità di questi due poli. Kamala è il Joker: sghignazza e bombarda, fa guerra allegramente, con un grosso ghigno dipinto sul viso mentre Cheney e Bolton sfilano al suo fianco.

LA PALESTINA COME INSEGNAMENTO STRATEGICO

Nelle lotte dogmatiche, la sinistra dovrebbe una volta per tutte comprendere che le “dottrine” in questione sono strategie, modalità contingenti di assumere la trasformazione del mondo. Le dottrine sono semplicemente strategie cristallizzate e, conseguentemente, hanno paralizzato le lotte intrappolandole in interminabili dibattiti riguardo le “dottrine”, interrogandosi su chi è più fedele alla teologia di questo o quell’altro autore. La Palestina si fa beffe di tutto ciò, in quanto il punto di partenza da cui si muovono è la constatazione che esistono molte forme di lotta, capaci di intessere un plesso strategico suscettibile un giorno di supportare una risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il giorno dopo unirsi in una rivolta popolare. È possibile armarsi, così come supportare subito dopo una politica istituzionale. Non è una questione di dottrina, ma di strategia pura e semplice, non un problema di fede ma politico. La sinistra oggi non ha alcun futuro strategico se non una penosa amministrazione del capitalismo. La Palestina ci insegna che è possibile andare oltre e lottare contro il futuro voluto dal capitale, prima fra tutti la nuova fase di accumulazione del capitale attraverso l’intensificazione delle sue forme coloniali, siano esse attraverso l’industria delle armi, l’espropriazione dell’acqua, l’espansione coloniale.

LA NAKBA COME PARADIGMA PLANETARIO

Mentre la Nakba [catastrofe] palestinese costituisce l’evento originale che segna la storia coloniale della Palestina, essa non si riferisce unicamente al territorio palestinese ma funziona come paradigma per il nostro presente. In questo senso, se in Palestina la Nakba trova il suo punto di intensificazione, è l’intero pianeta ad essere il luogo dove essa si consuma. Ciò che ci troviamo ad affrontare oggi è il divenire-Nakba del mondo, dove “Nakba” corrisponde senza residui alla brutale storia del capitalismo nelle sue forme neocoloniali di devastazione planetaria. Israele è solo uno dei nomi del capitale, così come “la terra promessa” non è altro che l’ennesimo slogan per lo sfruttamento coloniale dei territori disponibili. Se Israele ha intensificato il dispiegamento della Nakba in Palestina a partire dall’8 ottobre 2023 – così come il neofascismo si è intensificato su scala planetaria da alcuni anni ormai – oggi il divenire-Nakba del mondo segna il momento in cui la guerra civile globale viene distribuita asimmetricamente con varie differenze di gradazione di intensità in diverse parti del mondo, con Gaza come il suo grado zero. L’intensità a Gaza è incommensurabile perché Gaza non nomina semplicemente un territorio, ma un campo di concentramento.

LO SPETTACOLO COME STERMINIO NORMALIZZATO

È stato ripetuto fino alla nausea che stiamo assistendo ad un genocidio in tempo reale. Niente è nascosto, niente è segreto. Dobbiamo dunque interrogarci rispetto questa inusitata nudità. La nudità dei criminali. Ciò che è qui in questione è un’educazione criminale. L’idea è di mandare un messaggio: godetevi la violenza, godetevi questo massacro in esclusiva, e vedrete come lo sterminio si normalizza di colpo. Maggiore la saturazione mediatica, minore sarà la sorpresa e l’orrore. Come amava dire Nietzsche, la filosofia ha inizio con l’orrore. Una volta neutralizzato, inscritto in una routine come una procedura standard, non c’è più alcun orrore e dunque alcuna filosofia possibile. A dirla tutto, niente diventa possibile, perché non resta davvero nulla da dire. La nichilizzazione [nihilización] dell’orrore rende possibile la normalizzazione dello sterminio attraverso un’educazione quotidiana impartita dai media.

Grazie a Guy Debord, sappiamo che i media non sono solo dei semplici strumenti di comunicazione ma piuttosto un dispositivo progettato per catturare affezioni: lo spettacolo, come ci dice Debord, è una “relazione sociale”. L’educazione sionista dei mass media mira esattamente a una cattura del genere, attraverso la quale la normalizzazione (e dis-affezione) dello sterminio può essere esposto alla luce del giorno. Una cattura dell’affezione, dunque, e non meramente una distorsione della nostra comprensione della realtà. Diversamente da quanto era avvenuto per lo sterminio nazista, che rimase segreto, quello Sionista satura tutti gli schermi e i media. Qualora lo sterminio sia tenuto nascosto, invisibile dai media (come nel caso del nazismo) o invece satura i media (come nel caso del sionismo), stiamo in ogni caso venendo disciplinati dallo spettacolo, dis-affezionati, distrutti eticamente. Nessuno potrà affermare che non sapeva, sebbene “sapere” qui offre lo spettacolo della propria impotenza. È precisamente perché “sappiamo” che non agiamo; il nostro “sapere” è la nostra ri-educazione, la normalizzazione di un genocidio che non cessa di estendersi ad infinitum.

IL SIONISMO È LA FINE DEL GIUDAISMO

È imprescindibile comprendere che il Sionismo è ben più vecchio dello Stato di Israele – più vecchio persino del Sionismo ebraico, che vede la luce intorno alla fine del XIX secolo come movimento coloniale. In questo senso, il Sionismo ebraico è una cultura di destra (nonostante le sue aperture trasversali ad alcune influenze di sinistra e progressiste). Il Sionismo era, in verità, propriamente un’invenzione cristiana, vale a dire un progetto imperiale che, prima di essere uno Stato, propugnava la costruzione di Israele come la “forza motrice” dell’imperialismo occidentale. Perché? Perché negli occhi dei protestanti il giudaismo era visto come la modalità di rivelazione più originale ed autentica. Accedere a questa rivelazione voleva dire intraprendere un mandato storico, vale a dire riportare gli ebrei nel loro “territorio” e in questo modo, nella forma di una missione salvifica, di stabilire una testa di ponte per lo sviluppo dell’imperialismo britannico contro il cattolicesimo spagnolo supportato dalla Chiesa e dal secolarismo francese così com’era stato concepito da Napoleone in poi.

Accedere al verbo autentico e incontaminato significa, in questo caso, investirsi del potere sovrano di Dio, di bere dalla fonte più originale del suo Verbo e legittimare, in questo modo, sotto la pretesa di una investitura divina, le proprie pretese imperiali. È per questo motivo che tanto l’Impero britannico che l’imperialismo statunitense si fondano sul sionismo nella misura in cui, secondo la teologia dispensazionalista, il Sionismo emerge come la forza di restaurazione del regno di Cristo una volta il ritorno degli ebrei nel loro “territorio”. È in questo senso che Giorgio Agamben ha potuto sostenere che il Sionismo segna “la fine del giudaismo”, in quanto, attraverso il suo zelo territorialista, revoca in questione la dimensione di esilio che ha sempre definito il giudaismo.

PER UNA POETICA DELLA TERRA

La Palestina ci insegna che, finora, gli esseri umani non hanno abitato la Terra. L’hanno, sì, conquistata, se ne sono appropriati al fine di sfruttarla, uno sfruttamento che ha finito per essere il nostro. Ma non l’abbiamo mai abitata, e questo perché non l’abbiamo mai posta in comune, non l’abbiamo mai rimossa dal regime del capitale. In altre parole, non abbiamo mai ottenuto un’esperienza della Terra ma solo del territorio sul quale il capitale si fonda. Non ne abbiamo coltivato i giardini, ma solo sfruttato le piantagioni. Abbiamo visto ogni cosa attraverso il prisma dell’appropriazione e ne abbiamo smarrito ogni possibilità d’uso. Per circa seimila anni, un’eredità antica quanto il Neolitico ci ha trascinato in una spirale di conquista. Anche quando parliamo di viaggio interplanetario, ne parliamo in termini di conquista e i problemi legati al territorio – stavolta, non di questa Terra – esplodono in confini, bandiere e espropriazioni. Sogniamo di viaggi nello spazio profondo, ma non ci siamo mai liberati della nostra paranoia territoriale. L’abitare può essere definito come una poetica della Terra, vale a dire, un’esperienza del comune in cui a definire la nostra esistenza non è la proprietà ma l’uso, non il conquistare ma il prendere dimora.

Su questo piano, le intifade degli scorsi decenni ci offrono la cifra dell’asfissia di ogni forma di abitare provocata dalla devastazione capitalista, assieme alla disperata ricerca di un’esperienza comune in cui piazze, strade e mura diventano luoghi in cui è la Terra ad erompere piuttosto che un territorio, un’erotica piuttosto che un ordine. L’intifada è una poetica che non può essere territorializzata, nella quale pezze, canzoni e immagini danno nuovo volto alla città; esattamente l’opposto dell’urbanizzazione capitalista, che trasforma i luoghi in musei che nessuno può usare in quanto integralmente appropriati. Sotto questa luce, la colonizzazione della Palestina è, più d’ogni altra cosa, la devastazione di ogni possibilità di avere un volto. Quando il popolo palestinese dipinge il suo lato del muro eretto da Israele, lo stanno, strettamente parlando, abitando e trasformando in un luogo ricettivo per l’immaginazione popolare, nel quale il volto di Camilo Catrillanca danza a fianco di quello di Ahed Tamimi2. La possibilità di trasformare il muro da simbolo dell’oppressione che divide i territori in un luogo nel quale le speranze sono iscritte rende bene il significato di una poetica della Terra: una poetica che non deve risiedere in un inattingibile “al di là” (non è un ideale), ma nell’esperienza concreta di una insurrezione globale.

APPENDICE. LA FINE DEL MURO SARÀ LA FINE DI TUTTE LE MURA

Qualche giorno fa, lo storico israeliano Ilan Pappé ha sostenuto che il progetto Sionista di colonizzazione della Palestina storica è sull’orlo del fallimento. Nonostante lo sterminio in corso, ma anche precisamente per questo, dobbiamo dare evidenza ad un’immagine che, secondo me, rappresenta il precipitato del momento che la nostra epoca sta attraversando. L’incursione delle milizie palestinesi durante il 7 ottobre 2023 nei territori occupati da Israele sin dal 1967 conserva, infatti, un episodio comico: non un miliziano armato, ma un palestinese alla guida di un bulldozer l’ha guidato contro la barriera che divide i territori occupati dalla striscia di Gaza, distruggendolo. Il bulldozer è sempre stata la macchina preferita dell’occupazione israeliana: è alla loro guida che hanno distrutto case palestinesi e spianato il terreno per nuove colonie. Tuttavia, quel giorno il bulldozer fu impiegato dalle forze palestinesi. Non per demolire case israeliane, ma per rompere l’assedio col quale Israele soffocava la vita palestinese. Il collasso di quella fragile recinzione in metallo condanna il progetto Sionista al fallimento e dà significato alle speranze del popolo palestinese. “Collasso” nel senso che un tale progetto oggi non può rivendicare null’altro che una strategia razzista e genocida senza alcuna sfumatura a cui appellarsi; “collasso”, nella misura in cui la macchina si è rivelata essere arrivata ad esaurimento, esponendo il suo funzionamento, i suoi limiti e la sua fine. Quando il bulldozer palestinese ha rotto l’assedio, ha reso visibile la fine del progetto Sionista. Una fine che prevede la distruzione del muro, distruzione che rivela che il muro altro non era che un sintomo stesso di quella stessa fine in quanto meccanismo performativo eretto per compensare l’esaurimento del proprio progetto e la completa implosione dell’autorità che vantava.

È sotto questa luce che va inquadrato il trionfo permanente dell’estrema destra israeliana che ha ricoperto gli incarichi di governo negli ultimi decenni: la sua dedizione a intensificare la strategia degli insediamenti illegali e dunque di realizzare il loro obiettivo di colonizzare tutta la Palestina storica, completando la Nakba iniziata nel 1948, non è un’eccezione al progetto Sionista – come vorrebbe farci credere un certo Sionismo progressista – ma piuttosto la sua integrale consumazione. E proprio in quanto l’estrema destra ne rappresenta la consumazione, essa è, allo stesso tempo, il suo esaurimento. In questo senso, la fine del muro che il bulldozer palestinese ha provocato è l’immagine che, nella realtà, annuncia la fine di tutte le mura.

La resistenza palestinese ha aperto un’etica nel senso in cui essa mette in gioco un’esperienza comune in cui qualcosa come un mondo diventa nuovamente possibile e il cui nome risponde a “solidarietà”. “Solidarietà” è il nome che chiama l’erotismo con cui le persone del mondo si abbracciano nei momenti di pericolo e, in questo senso, nel momento destituente in cui le mura – progettate per separare, compartimentare, dividere e soffocare la moltitudine – fanno esperienza della loro fine.

Tutto ciò che si avvicina o nomina la Palestina diventa clandestina nella misura in cui deve aggirare forme di censura implicite o esplicite… In ogni caso, non passa un giorno in cui la questione palestinese non irrompe nello scenario mondiale. La sua clandestinità porta con sé la fine di tutte le mura e la possibilità di un’esperienza comune. Perché ci sono altre mura come quella che Israele ha costruito in Palestina; come il muro che divide gli Stati Uniti dal Messico e il resto dell’America Latina, come le mura di classe che tengono masse di popolazione recluse ai margini, o come le barriere della comunicazione delle grandi corporazioni dei media, nelle quali è impossibile sollevare un problema se non a costo di spezzare ciò che il potere costituito definisce “coesistenza”, “pace” o “democrazia”. La proliferazione di muri ci soffoca; eppure, precisamente per questa ragione, Palestina è diventato il nome di una solidarietà che dispiega la potenza necessaria per raggiungere la fine di tutte le mura, una potenza che ci dice che possiamo buttarle giù. Non solo dobbiamo, come imperativo morale, non solo vogliamo, come volontà collettiva, ma possiamo attraverso la materialità dei corpi che intensifica la potenza collettiva.

Ogni volta che pronunciamo il nome Palestina, diventa sempre più possibile denunciare i crimini che questa ha subito da parte del Sionismo: una protesta riempie le strade di una certa città, un accampamento di studenti fuori dall’università, lo spiegamento di una bandiera palestinese nel momento della consegna delle lauree, un murales anonimo che proclama su una parete muta “Palestina libera!”, atleti che durante la premiazione sul podio sventolano bandiere o indossano la kefiah, innumerevoli angoli e semafori tappezzati di sticker tricolori (rosso, nero e bianco), università che decidono di interrompere le collaborazioni accademiche con uno stato razzista e genocida come Israele, e persino qualche presidente che decide di interrompere le relazioni diplomatiche con l’entità sionista.

In questo senso, ciò a cui stiamo assistendo è una guerra delle mura, un processo senza precedenti in cui iniziano a sgretolarsi, perché non sono più in grado di svolgere la propria funzione.

LEGGI GLI ARTICOLI CORRELATI

      MENU

INFO

TERMINI

SOCIAL

Torna in alto