ARCHIVIO ANOMIA

NEL VOLTO DELLE BESTIE
ABBOZZO DI UN’ONTOLOGIA ANARCHICA
SIMÓN ROYO HERNÁNDEZ
Sotto i palchi della scena hardcore si gridava: “siamo come foglie, mescolate a caso all’infinito, siamo come foglie, senza meta, nessun domani”. Era la saggezza selvaggia del movimento punk che aveva capito, come sostiene Simón R. Hernández in questo abbozzo di ontologia anarchica pubblicato per la rivista Ficción de la Razón, che la vita e il pensiero fluiscono indistintamente in tutto ciò che esiste. Le piante pensano, le pietre evolvono, i venti danzano, il mondo vegetale, animale e spirituale sono un unico cosmo. Ma se così stanno le cose, allora “destituire l’umano come forma d’astrazione significa ricrearci come esseri cosmici, come forme di vita che sono anche forze della natura, sempre in comune e i cui modi saranno legati alle piante, agli animali, alla Terra e al cielo stellato”.
Per ontologia si intende quella parte della filosofia che studia l’essere in quanto essere, ciò che le cose sono in generale. Se un tale studio viene realizzato attraverso una prospettiva gerarchica, ovvero collocando verticalmente alcuni esseri al di sopra di altri, fino a giungere all’essere supremo o identificare l’essere che sarebbe il fondamento degli altri esseri, ci troveremo di fronte a un’ontologia dell’arché, dei principi e dei fini, di ciò che governa su ciò che è governato. Mentre, se un tale studio viene realizzato con una impostazione non gerarchica, collocando cioè orizzontalmente, sullo stesso piano, tutti gli esseri, e arrivando a intravedere i modi di relazione tra gli esseri, ci troveremo di fronte a un’ontologia dell’an-arché o anarchica, senza principi, senza fini né gerarchie, in grado di rivelare regole di cooperazione ed equilibrio tra gli esseri, la loro mutua assistenza.
Consideriamo, inoltre, che l’ontologia si relaziona con la teoria della conoscenza, di solito denominata epistemologia, poiché essere e pensare sono due ordini che possono essere interpretati, anche questi, sia in modo gerarchico sia attraverso una prospettiva orizzontale. Se essere e pensare sono consustanziali e si compenetrano, il che non è da intendersi come un fenomeno esclusivamente umano se ci si pone da una prospettiva anarco-ontologica, cioè che rifiuta i diversi gradi del pensare, anche se è possibile postularne per la conoscenza, allora tutto ciò che esiste pensa. Si potrebbe dire, in modo più stringato, che la materia è già materia pensante. Un tema controverso, a maggior ragione se ci sembra più accettabile l’asserzione del prospettivismo amerindio che afferma che tutto ciò che è vivente pensa; come se ci fosse un movimento della vita che eccede, a sua volta, ciò che comunemente intendiamo con conoscenza esclusivamente umana: «Vivere è pensare: e questo vale per tutti gli esseri viventi, siano amebe, alberi, tigri o filosofi.»
Come la comprensione che consegue al pensiero va ben oltre il semplice spiegare, così è possibile andare oltre ciò che è meramente antropologica attraverso una prospettiva anarco-ontologica: «(…) nessuno predica, o perlomeno nessuno lo prende molto sul serio se mai qualcuno lo ha predicato, che la Verstehen (la comprensione intersoggettiva) debba includere le piante, le pietre, le molecole e i quark.»
L’ontologia anarchica è un’ontologia pura che dichiara l’univocità dell’essere: «Ciò che mi sembra impressionante di un’ontologia pura è il suo estremo rifiuto delle gerarchie. (…) È un pensiero anti-gerarchico. Al limite, è una sorta di anarchia. C’è un’anarchia degli enti nell’essere. È l’intuizione di base di questa ontologia: tutti gli esseri valgono. La pietra, il folle, il razionale, l’animale, tutti da un certo punto di vista, dal punto di vista dell’essere, valgono. Ognuno è in quanto è in sé, e l’essere si dice nello stesso e unico senso della pietra, dell’uomo, del pazzo, del ragionevole. È una bella idea. Una specie di mondo molto selvaggio.»
L’ontologia anarchica è quella di un mondo immanente in cui non c’è spazio per alcun tipo di trascendenza e in cui si proclama l’uguaglianza degli esseri; quello che, in ambito politico, si traduce in una esclusione radicale della relazione tra chi comanda e chi obbedisce, quando ci si pone su questo piano. Lo spiega molto bene Deleuze interpretando Spinoza: «Essere si dice di tutto ciò che è, è come essere liberi, cioè come esercitare la propria potenza nelle migliori condizioni. E lo Stato, tanto più lo Stato civile, cioè l’insieme della società, è pensato così: l’insieme delle condizioni sotto le quali l’uomo può esercitare la sua potenza nel miglior modo.»
Non dobbiamo farci confondere dal fatto che si parli di Stato, poiché qui non è altro che un sinonimo di società civile o comunità o di raggiungimento di uno stato, con la ‘s’ minuscola, un modo di essere. L’anarchismo è il movimento politico che maggiormente ha cercato di chiarire che la comunità egualitaria e libertaria, che chiama comune, è il luogo dove si danno le migliori condizioni affinché l’essere umano e gli altri esseri possano realizzare tutte le loro potenzialità con il minor numero di ostacoli e impedimenti, sviluppandosi in aiuto reciproco e cooperazione, piuttosto che come depredazione e gerarchizzazione. La relazione di sviluppo orizzontale delle possibilità è l’opposto della relazione di obbedienza che le ontologie gerarchiche esigono.
Lasciare essere l’essere e da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni, sono i due principi che promuovono lo sviluppo delle potenze e delle possibilità di tutti i membri liberi e uguali di una comunità anarchica. Questi due principi Spinoza li denominò Etica, ma con ciò voleva dire Ontologia; la sua etica è di fatto un’ontologia perché gli esseri sono concepiti orizzontalmente, sullo stesso piano, senza che uno abbia più valore di un altro.
Noi tutti, come esseri, siamo uguali, ma come esistenti, abbiamo certamente modi diversi di essere, da cui l’uguaglianza e l’unità non escludono la pluralità. Certamente ci sono differenze in ciò che ogni essere può fare, perché ogni essere è una potenzialità, ma allo stesso tempo esiste una potenza comune, una ragione comune, un senso comune, insieme a una pluralità di ragioni particolari. Dobbiamo rifiutare la stretta razionalità eurocentrica e colonialista moderna e iniziare a concepire una nuova razionalità ampliata ed espansa che abbracci ugualmente tutti gli esseri, intesa come ragione comune o natura delle cose. Siamo stati animali e per questo possiamo ancora sperimentare, perché lo siamo ancora, che c’è in noi una tendenza all’aperto e al-comune, come indicò Rilke nell’Ottava delle sue Elegie duinesi:
La creatura, qualsiano gli occhi suoi, vede
l’aperto. Soltanto gli occhi nostri son
Come rigirati, posti tutt’intorno ad essa,
trappole ad accerchiare la sua libera uscita.

Siamo poveri di Terra perché ci rivolgiamo a un Mondo umano che non ci permette né di essere né di vedere l’essenza delle cose così come sono. Questo sradicamento non è completo, come teme il poeta, perché in modo eco-libertario possiamo ancora sentire ciò che è libero e selvaggio, nell’inconscio, nell’arte, nella creatività e nell’innovazione.
Heidegger, Agamben o gli psicoanalisti, collocando l’uomo, schiavo del linguaggio, in una posizione gerarchicamente superiore rispetto a quella degli animali e degli altri esseri, restano prigionieri della metafisica dell’archè, del mandato del potere, posto a principio, fondamento, che poi cercano di superare attraverso la loro retorica speculativa. Come molti altri, però, non riescono a sopportare l’idea, semplice, di non considerarsi superiori a niente e a nessuno.
Quello che c’è fuori, lo sappiamo soltanto
dal viso dell’animale; perché noi, un tenero bambino
già lo si volge, lo si costringe a riguardare indietro e vedere
figurazioni soltanto e non l’aperto ch’è si profondo
nel volto delle bestie
Libero da morte
Come il bambino piccolo o l’animale, l’anarcántropo ha dato morte alla morte, e non conosce il motto fascista ‘viva la morte’, ma si trova immerso nella vita pienamente, al pari dell’animale che non concepisce il tempo come una scansione di un passato diverso dal presente e dal futuro, ma lo vive in un eterno presente. Ciò che è comune, e la comune, sono spazi, zone temporaneamente autonome, liberate, che esistono finché non vengono colonizzate da un potere gerarchico che le sottoponga ai suoi comandamenti. Questa spazialità è anche un essere, e quindi esiste uno spazio ontologico anarchico che coincide con la vera natura delle cose. Per questo motivo, anarchici come Elisée Reclus davano priorità allo Spazio rispetto al Tempo e alla Geografia rispetto alla Storia.
La Geografia è la storia nello spazio: ecologia, mutuo aiuto, cooperazione. Quello spazio di cui si parla è esistito sempre, dall’inizio di tutto, nel passato, ri-esiste nel presente e esisterà nel futuro; è il nostro eterno presente. Dal punto di vista di un’ontologia anarchica, la comune si presenta come un’eccedenza, come un comunismo dell’abbondanza, ormai lontano dal comunismo della scarsità marxista, perché questa comune anarchica sarà formata da esseri con alte capacità e pochi bisogni, anzi, l’elevazione della potenza comune e individuale avrà a che fare con la diminuzione dei bisogni comuni e individuali, dal momento che, come sappiamo, un saggio come Socrate ha bisogno di pochi soldi e pochi beni per poter vivere. Le regole comunitarie emergeranno costantemente dalle composizioni degli esseri che la abitano, composizioni di corpi individuali che generano quel corpo collettivo che inizia ad essere libero e uguale.
L’ordine degli esseri liberati, precedentemente concepito come caos, che già sappiamo essere lontano dal disordine, significa, o è uguale a, ordine libero; è questo lo spazio ontologico originario in cui appaiono e si relazionano tutti gli esseri, siano essi cose o persone, azioni o pensieri, armonia o sinfonia della materia, del corpo, con la quale anche l’ordine politico può entrare in sintonia. La relazione tra l’ontologia anarchica e l’anarchismo politico è quella di un’armonia preesistente, secondo la quale, se gli esseri sono liberi, allora si organizzano politicamente in modo anarchico, e se gli esseri si organizzano politicamente in modo anarchico, allora sono liberi. E ciò che si cerca è l’autonomia dello spazio sociale di fronte alla dominazione capitalista, la composizione di zone temporaneamente autonome di vita, pensiero e azione in comune, qui e ora, nel nostro eterno presente.
Quindi, l’apparente dissociazione tra l’ontologia anarchica di un buon numero di filosofi contemporanei e l’anarchismo politico di sempre non proviene da una scissione interna dell’anarchia stessa, ma dall’incapacità di entrambi di articolare l’armonia tra i due luoghi di emergenza dell’anarchia. Confidiamo che questo scritto, pertanto, contribuisca a far sì che si articoli e si raggiunga quell’anarchia, che altro non è se non la felice relazione ottenuta tra l’anarchismo politico e l’ontologia anarchica, e che si è manifestata, si manifesta e si manifesterà sotto forma di una comune, o di convivenza armoniosa in uno spazio libero tra uguali.
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