ARCHIVIO ANOMIA

NICHILISMO GENDER
UN ANTI-MANIFESTO
ALYSON ESCALANTE
Abolire il carcere, il lavoro e lo Stato. Perché, dunque, non abolire il genere? È la domanda che si ponte Alyson Escalante nel suo anti-manifesto queer; un oscuro e spietato sermone contro tutte le politiche di emancipazione trans fondate sull’identità di genere. A lungo rimasto sconosciuto nel dibattito italiano, nel resto del mondo Gender Nihilism è diventato un testo cult dell’antiumanismo e ha generato scandalo, critiche feroci e parziali ritrattazioni da parte della stessa Escalante (ripensamenti qui volontariamente omessi per lasciare intatta la pura violenza del suo nichilismo). Nessun compromesso, solo una radicale negatività adottata come metodo per smantellare l’apparato di genere, le sue fondamenta concettuali e sociali, la sua normatività.
Siamo a un punto morto. L’attuale politica di emancipazione trans ha fondato le proprie rivendicazioni su una concezione redentrice dell’identità. Che si abbia a che fare con le diagnosi di medici e psicologi, oppure con atti di autoaffermazione espressi socialmente, il problema è sempre lo stesso: abbiamo finito per credere che esista qualcosa come una verità nascosta del genere, che sarebbe nostro compito svelare. La via aperta da chi ci ha preceduto è costellata da un’infinita serie di progetti politici positivi: pronomi che si accumulano su pronomi, bandiere arcobaleno, ogni genere di etichette e definizioni. Oggi, la strategia del movimento trans si propone di ampliare il più possibile il ventaglio delle categorie di genere, nella speranza di rendere più sopportabile la condizione queer. Nulla di più ingenuo.
Per Judith Butler, il genere è «l’apparato attraverso cui avvengono la produzione e la normalizzazione del maschile e del femminile, insieme alle forme interstiziali che il genere assume a livello ormonale, cromosomico, psichico e performativo». Se la politica liberale dell3 nostr3 compagn3 trans e delle nostre sorelle si basa sull’espansione delle dimensioni sociali create da questo apparato, il nostro compito è di raderlo al suolo. Non ne possiamo più degli innumerevoli tentativi di salvare il genere. Dobbiamo essere radicali abbastanza per riconoscerlo. Per noi, l’apparato di genere non è riscattabile. Quando ricordiamo la transmisoginia che abbiamo vissuto nelle nostre vite, la violenza di genere che ha colpito l3 nostr3 compagn3, trans e cis, capiamo che è l’apparato stesso a rendere inevitabile questa violenza. Ne abbiamo abbastanza.
Non vogliamo costruire un sistema migliore, perché nulla ci interessa meno di una politica positiva. Tutto ciò che esigiamo, qui e ora, è un attacco implacabile al genere e ai meccanismi di significazione e intelligibilità sociale che esso produce. Al cuore del nostro nichilismo di genere si trovano alcuni principi, che qui esploreremo nel dettaglio: l’antiumanesimo come fondamento e pietra miliare, l’abolizione del genere come esigenza, e la negatività radicale come metodo.
ANTIUMANESIMO
L’antiumanesimo è il pilastro che tiene insieme l’analisi nichilista del genere. È il punto di partenza per comprendere la nostra condizione attuale, ed è cruciale. Con antiumanesimo intendiamo un rifiuto integrale dell’essenzialismo. Non esiste un’essenza umana. Non esiste una natura umana. Non esiste un sé trascendente. Essere un soggetto non significa avere in comune con altri soggetti un certo modo metafisico di essere (ontologia).
Il sé, il soggetto, è un prodotto del potere. Negli enunciati «Io sono un uomo» o «Io sono una donna», l’«Io» non è qualcosa che esiste al di fuori di questi enunciati. Affermazioni simili non rivelano una verità sull’«Io», ma lo costituiscono. Uomo e Donna non esistono affatto come segni riferiti a categorie astratte dell’essere; sono, piuttosto, simboli discorsivi, sociali e linguistici, storicamente contingenti. Evolvono e mutano nel tempo, e il loro significato è sempre determinato dal potere.
Ciò che noi siamo, il nucleo stesso della nostra esistenza, potrebbe non trovarsi affatto nel dominio dell’essere. Il sé è una pura convergenza di potere e discorsi. Ogni parola con cui ci definiamo, ogni categoria identitaria in cui ci collochiamo, è il risultato di uno sviluppo storico del potere. Genere, razza, sessualità e ogni altra categoria normativa non rimandano a una verità sul corpo o sull’anima del soggetto. Esse costruiscono il soggetto e il sé. Non esiste un sé statico, un «Io» coerente, un soggetto che trascenda la storia. Possiamo riferirci al sé solo attraverso il linguaggio che ci viene dato, e quel linguaggio è mutato radicalmente nel tempo, e continua a mutare di giorno in giorno. Noi siamo il puro prodotto della convergenza di molteplici discorsi e linguaggi che si trovano del tutto fuori dal nostro controllo, eppure sperimentiamo la sensazione di agire. Navighiamo su questi discorsi, talvolta sovvertendoli, sempre sopravvivendo. La capacità di navigare non indica l’esistenza di un «Io» metafisico che agisce sulla base di un libero arbitrio; indica soltanto che una certa vaghezza, una certa flessibilità simbolica e discorsiva circonda la nostra costituzione. È così che noi intendiamo il genere. Il genere non è che un insieme specifico di discorsi che prendono corpo nella medicina, nella psichiatria, nelle scienze sociali, nella religione e nelle nostre interazioni quotidiane con chi ci circonda. Non consideriamo il genere una caratteristica del nostro «vero io», ma un sistema di significazione e intelligibilità all’interno del quale ci troviamo a operare. Il genere non è affatto qualcosa che un «Io» immutabile possa possedere. Al contrario, affermiamo che il genere è qualcosa che si fa e a cui si partecipa, e che questo fare è un atto creativo attraverso cui il sé viene costruito e acquisisce un significato sociale. Ma la nostra radicalità non può fermarsi qui. Affermiamo inoltre che è possibile fornire prove storiche per dimostrare che il genere opera in questo modo. Il lavoro di molte femministe decoloniali è stato fondamentale nel mostrare come le categorie di genere occidentali siano state imposte con la violenza alle società indigene, imponendo loro una trasformazione completa del linguaggio e dei discorsi. Il colonialismo ha prodotto nuove categorie di genere e, con esse, nuovi strumenti di violenza per rafforzare un determinato insieme di norme di genere. Gli aspetti visivi e culturali della mascolinità e della femminilità sono cambiati nei secoli. Non esiste un genere statico. Tutto ciò ha anche una dimensione pratica. La questione dell’umanesimo contro l’antiumanesimo è il nodo centrale su cui si fonda il dibattito tra femminismo liberale e abolizionismo di genere nichilista.
La femminista liberale dice: «Io sono una donna», e con ciò intende che lo è spiritualmente, ontologicamente, metafisicamente, geneticamente o secondo qualche altra modalità «essenziale».
L3 nichilista di genere dice: «Io sono una donna», e con ciò intende che si trova in una certa posizione all’interno di una matrice di potere che l3 costituisce come tale.
La femminista liberale non riconosce il modo in cui il potere crea il genere e, di conseguenza, vi si aggrappa per legittimarsi agli occhi del potere stesso. Per farlo, si affida a diversi sistemi di conoscenza (le scienze genetiche, affermazioni metafisiche sull’anima, l’ontologia kantiana) nel tentativo di dimostrare che può operare all’interno del potere.
L3 nichilista di genere, l3 abolizionista di genere, guarda negli occhi l’apparato di genere e, al suo cuore, vede la violenza.
Noi rifiutiamo di abbracciare il genere e il suo apparato. Vogliamo vederlo sparire dalla faccia della terra. Sappiamo che appellarci alle attuali formulazioni del potere è sempre una trappola neoliberale. Noi rifiutiamo di legittimarci. È fondamentale che questo punto sia compreso. L’antiumanesimo non nega l’esperienza vissuta di molte persone trans che hanno percepito il genere fin da giovani. Al contrario, riconosciamo che questa esperienza di genere è sempre già stata determinata nei termini del potere. Guardiamo alle nostre stesse esperienze d’infanzia. Vediamo che anche nella dichiarazione trasgressiva «Noi siamo donne», con cui neghiamo la categoria che il potere ha imposto ai nostri corpi, stiamo parlando la lingua del genere. Facciamo riferimento a un’idea di «donna» che non esiste dentro di noi come verità stabile, ma richiama i discorsi che ci hanno costituiti. Affermiamo dunque che non esiste un «vero sé», prima e fuori dal discorso, dall’incontro con l3 altr3, prima della mediazione del simbolico. Noi siamo prodotti del potere. Se è così, che fare? Concludiamo la nostra esposizione dell’antiumanesimo tornando alle parole di Butler:
«La mia capacità di agire non consiste nel negare questa condizione della mia costituzione. Se ho una qualche capacità di agire, essa si apre proprio nel fatto di essere costituita da un mondo sociale che non ho scelto. Che la mia capacità di agire sia attraversata dal paradosso non significa che agire sia impossibile. Significa solo che il paradosso è la condizione della sua possibilità.»

ABOLIZIONE DI GENERE
Se accettiamo che il genere non si trovi dentro di noi come una verità trascendente, ma esista piuttosto al di fuori di noi, nel regno del discorso, a cosa dobbiamo aspirare? Affermare che il genere è discorsivo significa dire che esso non esiste come una verità metafisica all’interno del soggetto, ma si manifesta come un mezzo per mediare l’interazione sociale. Il genere è una cornice, un sottoinsieme del linguaggio, un insieme di simboli e segni comunicati tra noi, che ci costruiscono e che vengono senza sosta ricostruiti da noi. Ne consegue che l’apparato del genere opera in modo ciclico. Mentre esso ci costituisce, le nostre azioni quotidiane, i nostri rituali, le nostre norme e le nostre performance lo ricostituiscono a loro volta. È questa consapevolezza che permette la manifestazione di un movimento contro il ciclo stesso. Tale movimento, però, deve comprendere la natura profondamente pervasiva e penetrante dell’apparato. Le insidiose vie della normalizzazione sono infinite, quando si tratta di naturalizzare, assimilare e inglobare la resistenza. A questo punto, a qualcun3 potrebbe venire la tentazione di abbracciare una certa politica liberale di ampliamento del genere. Innumerevoli teorici e attivisti hanno sostenuto che le nostre esperienze di transizione, la nostra produzione di corpi transgender, potrebbe rappresentare una minaccia per il processo di normalizzazione che è il genere. Ci hanno detto che l’identità non binaria, trans e queer sarebbe in grado di produrre una sovversione del genere. Nulla di tutto questo è vero.
Nel rivendicare un’identità non-binaria, infatti, ci ritroviamo sempre e comunque intrappolati nel regno del genere. Assumere un’identità non-binaria come forma di rifiuto del binarismo di genere significa comunque accettare il binario come punto di riferimento. Nella resistenza ad esso, si finisce solo per ricostruire lo status normativo del binario. Le norme hanno già previsto il dissenso; esse pongono le basi e i linguaggi attraverso cui il dissenso può essere espresso. Non è solo che il nostro dissenso verbale avviene nel linguaggio del genere, ma anche che le azioni che compiamo per sovvertire il genere – nell’abbigliamento e nel campo degli affetti – sono sovversive solo in riferimento alla norma.
Se qualsiasi politica dell’identità basata sull’identità non binaria non può liberarci, è altrettanto vero che una politica dell’identità queer o trans non ci offre alcuna speranza.
Entrambe cadono nella stessa trappola: tentare di «fare» il genere in modo diverso significa comunque riferirsi alla norma. La base stessa di queste politiche è radicata nella logica dell’identità, che è essa stessa un prodotto del discorso moderno e contemporaneo del potere. Come abbiamo già dimostrato ampiamente, non esiste un’identità stabile a cui possiamo fare riferimento. Pertanto, qualsiasi appello a un’identità rivoluzionaria o emancipatoria è solo un appello a determinati discorsi. In questo caso, il discorso è appunto il genere. Ciò non significa che chi si identifica come trans, queer o non binari3 sia connivente con l’apparato di genere. Questo è l’errore dell’approccio radicale femminista tradizionale. Respingiamo tali affermazioni, poiché attaccano solo coloro che più soffrono a causa del genere. Anche se la deviazione dalla norma è sempre prevista e neutralizzata, continua comunque a essere punita. Il corpo queer, trans e non binario è ancora il luogo di una violenza senza pari. I nostri fratelli, sorelle e compagn3 vengono ancora assassinat3 ovunque intorno a noi, continuano a vivere in povertà, continuano a vivere nell’ombra. Non l3 denunciamo, perché sarebbe come denunciare noi stessi. Invece, invochiamo una discussione onesta sui limiti della nostra politica e la necessità di trovare una nuova strada.
Con questa prospettiva in primo piano, non ci opponiamo solo a certe formulazioni della politica dell’identità, ma alla necessità stessa dell’identità. La nostra posizione è che l’elenco sempre più lungo di pronomi personali, le etichette sempre più numerose e sfumate per le varie espressioni di sessualità e genere, e il tentativo più generale di costruire nuove categorie identitarie, mantengono poco o nulla di ciò che promettono. Se abbiamo dimostrato che l’identità non è una verità ma una costruzione sociale e discorsiva, possiamo allora riconoscere che la creazione di nuove identità non è la scoperta improvvisa di esperienze vissute prima sconosciute, ma piuttosto la creazione di nuovi termini attraverso cui possiamo essere costituiti. Tutto ciò che facciamo, espandendo le categorie di genere, è creare canali sempre più sfumati attraverso cui il potere può operare. Non ci liberiamo, ma ci intrappoliamo in norme sempre più numerose, sfumate e pervasive. Ognuna di esse è un nuovo anello della catena del dominio.
La nostra terminologia non è iperbolica. La violenza di genere non può essere sottovalutata. Ogni donna trans assassinata, ogni neonat3 intersex operat3 coercitivamente, ogni bambin3 queer gettat3 in strada è una vittima del genere. La deviazione dalla norma è sempre punita. Anche se il genere ha previsto la deviazione, continua a punirla. L’espansione delle norme è un’espansione della deviazione; è un’espansione dei modi in cui possiamo trovarci al di fuori di un ideale discorsivo. Infinite identità di genere creano infiniti nuovi spazi di deviazione che saranno puniti con la violenza. Il genere deve punire la deviazione, quindi il genere deve scomparire. E così arriviamo alla necessità dell’abolizione del genere. Se tutti i nostri tentativi di progetti positivi di ampliamento del genere sono falliti e ci hanno solo intrappolati in nuove trappole, allora deve esistere un’altra via. Naturalmente, il fatto che l’ampliamento del genere coincida con un ampliamento del campo del potere, non implica affatto che la nostra politica debba orientarsi a una «riduzione» del genere. Impulsi simili restano puramente reazionari, nonché vani e ottusi, e vanno perciò liquidati una volta per tutte.
La femminista radicale reazionaria interpreta l’abolizione del genere come una riduzione. Per loro, dobbiamo abolire il genere affinché il sesso (le caratteristiche fisiche del corpo) possa costituire una base materiale stabile in base a cui poterci suddividere in gruppi e categorie. Nulla ci è più distante di un approccio simile. Il sesso stesso è fondato su raggruppamenti discorsivi, legittimati dalla medicina e imposti violentemente sui corpi delle persone intersex. Ancora una volta, tutto ciò non è che sanguinosa violenza. No, un ritorno a una concezione più semplice e ristretta del genere (anche se in una presunta forma materiale) non è la soluzione. È proprio la categorizzazione normativa dei corpi, in primo luogo, ciò contro cui ci opponiamo. Né la riduzione né l’ampliamento potranno salvarci. L’unica strada possibile è quella della distruzione.
NEGATIVITÀ RADICALE
Al centro della nostra abolizione del genere c’è la negatività. Non cerchiamo di abolire il genere per poter tornare a un «sé autentico»; perché sappiamo benissimo che non esiste nessun «sé autentico». Non è che l’abolizione del genere ci renderà liberi di esistere nella più pura autenticità, finalmente emancipat3 da ogni norma. Una conclusione del genere sarebbe in contrasto con l’intero impianto delle nostre convinzioni antiumaniste. Ecco perché dobbiamo compiere un salto nel vuoto. A questo punto, dobbiamo mantenere la calma e dire le cose chiaramente. Se ciò che siamo è il prodotto dei discorsi di potere che cerchiamo di abolire e distruggere, allora capiamo immediatamente che non c’è lotta più rischiosa della nostra. Il nostro è un salto nel vuoto. I termini stessi, i simboli, le idee e le realtà che ci hanno plasmati e creati bruceranno tra le fiamme, e non possiamo sapere né prevedere cosa saremo una volta dall’altra parte.
Ecco perché dobbiamo abbracciare un atteggiamento di radicale negatività. Tutti i precedenti tentativi di una politica di genere positiva ed espansionista ci hanno deluso. Dobbiamo smettere di presumere di sapere cosa possano essere la liberazione o l’emancipazione, perché queste idee stesse poggiano su una concezione del sé che non regge a un esame critico; un’idea che per troppo tempo è stata usata per limitare i nostri orizzonti. Solo un puro rifiuto, un allontanamento da qualsiasi tipo di futuro conoscibile o intelligibile, può aprire la possibilità di un vero futuro. Questo rischio è enorme, certo, ma è anche necessario. Eppure, tuffandoci nell’ignoto, entriamo nelle acque della non-intelligibilità. Acque che non sono prive di pericoli; acque dove esiste una possibilità concreta di perdersi del tutto. I termini stessi con cui ci riconosciamo tra noi potrebbero sparire nel nulla. Ma non c’è altra via d’uscita da questo dilemma. Ogni giorno siamo attaccati da un processo di normalizzazione che ci codifica come devianti. Se non ci perdiamo nel movimento della negatività, saremo annientati dallo status quo. Abbiamo una sola opzione e, di fronte alla brutalità della nostra condizione attuale, non c’è rischio che possa spaventarci.
Ecco perfettamente descritto il vicolo cieco in cui ci troviamo. Sebbene il rischio di abbracciare la negatività sia alto, sappiamo che l’alternativa ci distruggerà. Se ci perdiamo nel processo, non avremo fatto altro che subire lo stesso destino che ci sarebbe comunque toccato. Per questo, con un abbandono totale, rifiutiamo di speculare su cosa potrebbe riservarci il futuro o su cosa potremmo essere in quel futuro. Un rifiuto del significato, un rifiuto delle possibilità conosciute, un rifiuto dell’essere stesso. Nichilismo. Questo è il nostro metodo e la nostra posizione.
La critica incessante della politica di genere positiva è dunque un punto di partenza, ma deve essere compiuta con cautela. Perché se critichiamo i fondamenti normativi di questa politica in nome di un’alternativa, ricadiamo ancora una volta nella trappola del potere neutralizzante della normalizzazione. Perciò, a chi ci domanda un’alternativa chiara o un programma d’azione, rispondiamo con un deciso «no».
L’epoca dei manifesti e delle assemblee è finita. Solo la negazione di ogni cosa, COMPRESI NOI STESSI, POTRÀ PERMETTERCI DI OTTENERE QUALCOSA.
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