ROMPERE IL GHIACCIO

L’ICE, L’OMEOSTASI E IL VENTO FREDDO DEL NEOFEUDALESIMO AMERICANO

JAMES MARTEL

È l’alba di una nuova era della politica. Un tempo congelato e pallido, in cui la scena pubblica è occupata da spettacoli crudeli e senza gioia: arresti di massa, deportazioni etniche come quelle condotte dall’ICE, obbedienze esibite come glorie. È da questo paesaggio artico, sostiene James Martel, che si può comprendere l’attualità della politica americana. Secondo Martel, neoliberismo e neofascismo, solo in apparenza inconciliabili, hanno agito per decenni in tacito accordo, erodendo la democrazia e concentrando ricchezza e potere. Il risultato è il neofeudalesimo: un ordine in cui il mercato riproduce servitù e obbedienza. Una ristretta élite ducale e tecnologica domina, mentre la classe media viene schiacciata e il lavoro salariato si riduce a prestazione personale, precaria, fondata sula fedeltà. In questo quadro Trump è il volto più freddo ed esplicito del sistema capitalista: razzista, classista, indifferente allo stato di diritto. Eppure, per Martel, il collasso delle “verità liberali” apre anche una fase instabile, in cui è possibile riscoprire l’organizzazione collettiva e una affettività di massa. Il ghiaccio è sottile.

SPETTACOLI SUL GHIACCIO

Oggi parlerò un po’ di ciò che sta accadendo negli Stati Uniti e, seppure in modo diverso, anche in Italia e nel resto del mondo. Voglio parlare delle detenzioni e deportazioni da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) di un numero sempre maggiore di immigrati e persino cittadini statunitensi verso gulag in Louisiana e in El Salvador. Voglio anche accennare all’abdicazione dello stato di diritto, alle depravazioni di DOGE e Elon Musk e a molti altri insulti che Donald Trump ha portato nel nostro presente. Ma cercherò di convincervi che ciò che vediamo oggi non è nuovo, bensì è il culmine di anni di assalto alla democrazia, all’uguaglianza razziale e di genere, e a qualsiasi forma di organizzazione o resistenza di sinistra. Ciò che stiamo osservando è, secondo me, la congiunzione di due forze che sembravano del tutto slegate ma che da molto tempo lavorano di concerto: il neoliberismo e il neofascismo.

In superficie sembrano forze molto diverse, e inizialmente parevano addirittura opposte. Quando la big tech nacque in California, la sua immagine era disinvolta, persino un po’ buffa. Con nomi stupidi come Google e Yahoo, e slogan come l’ironico “don’t be evil” di Google, le grandi aziende tecnologiche – un tempo conosciute con l’acronimo FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google), ora MAANG con il cambio di nome della società madre di Facebook in META – sembravano l’opposto delle vecchie corporazioni come General Motors o US Steel. I loro CEO andavano al lavoro in pantaloncini e avevano studi di massaggi in sede. Steve Jobs, a capo di Apple, aveva un’aria hippy e praticava yoga.

Non ho mai davvero creduto alla loro recita da tipi alternativi e “buoni”, ma devo ammettere che la loro rapida svolta verso il fascismo, guidata da figure come Peter Thiel ed Elon Musk, mi ha colto di sorpresa. Eppure, col senno di poi, il risultato era chiaramente annunciato sin dall’inizio. Ciò che sembrava un libertarismo progressista si è rivelato tutt’altro. Penso che ciò a cui stiamo assistendo oggi sia una convergenza in gestazione da molto tempo, che potrebbe rappresentare una nuova fase del dominio globale — qualcosa di realmente diverso, e peggiore (se potete crederci), del capitalismo globale. Potremmo trovarci di fronte a una sorta di tecno-fascismo neofeudale, in cui la relativa diffusione della ricchezza della classe media su ampie aree del pianeta – particolarmente evidente oggi in Cina e in India – sta giungendo al termine, per essere sostituita da un sistema molto più ineguale, dominato da una piccola élite incredibilmente potente, mentre tutti gli altri si dividono tra chi vive servendo questa élite (secondo i suoi capricci e comandi) e chi invece non ha alcuna funzione economica.

Per argomentare tutto ciò, lasciatemi dipingere prima un contesto teorico e poi uno storico, per cercare di spiegare perché tutto ciò potrebbe star  accadendo – e quindi tornare alla questione delle deportazioni da parte dell’ICE e chiederci: cosa possiamo fare al riguardo? Comincerò parlando di un nuovo libro di Jodi Dean intitolato Capital’s Grave (La tomba del capitale). Jodi è una convinta leninista, mentre io sono un anarchico, quindi può sembrare sorprendente che condivida molte delle sue affermazioni in quel libro – ma credo che offra una guida utile per comprendere come siamo arrivati a questo punto, anche se non concordo con le sue soluzioni di tipo partitico.

Per molto tempo ho aderito a quella che si potrebbe chiamare una teoria dell’omeostasi capitalista, basata in modo approssimativo sull’analisi che Marx fa della Francia del Secondo Impero nel suo Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. In quell’opera, Marx mostra come lo Stato possa funzionare come una sorta di organismo separato rispetto ai suoi padroni capitalisti. Normalmente, lo Stato agisce semplicemente come esecutore degli interessi delle élite dominanti; ma quando queste élite hanno accumulato talmente tanta ricchezza da rischiare una sollevazione da sinistra, lo Stato può prendere le distanze – almeno simbolicamente – da esse e procedere a una parziale redistribuzione della ricchezza, per placare una parte della società, mentre contemporaneamente si affida a una violenza estrema per soggiogare e intimidire gli altri settori. Questa è la ricetta di ciò che alcuni chiamano bonapartismo, ma che più in generale potremmo definire autoritarismo, declinabile in forma bonapartista o fascista a seconda del contesto. Luigi Napoleone agì proprio in questo modo, come mostra Marx, quando si rivolse al ceto contadino promettendo aiuti contro l’oppressione fiscale imposta dalle élite rurali. In realtà, Napoleone III proseguì le stesse politiche distruttive dello zio, ma mascherò le sue azioni con una retorica populista, riuscendo così a ottenere un certo livello di consenso.

Il primo mandato di Trump come presidente è stato segnato da una situazione analoga. I giganteschi guadagni accumulati da un’élite economica sempre più dominante sono avvenuti a spese delle classi lavoratrici e medie statunitensi. Steve Bannon, che è un autentico fascista, voleva che Trump tassasse davvero i ricchi e destinasse almeno una parte di quelle risorse alla sua base elettorale: bianchi delle classi lavoratrici e medie. Di fatto, si potrebbe dire che una definizione sintetica dell’autoritarismo populista (compresa la sua variante fascista) è welfare per bianchi. Questa fu anche la politica di Hitler in Germania. Con grande disgusto di Bannon, però, Trump non perseguì mai seriamente una tassazione dei ricchi e, alla fine, il suo unico grande successo legislativo fu una riforma fiscale che accelerò ulteriormente il trasferimento di ricchezza dalle classi lavoratrici e medie ai super-ricchi. Anche questa seconda amministrazione Trump sembra pronta a fare lo stesso, sebbene questa volta la portata del trasferimento di ricchezza sia ancora maggiore, e gli Stati Uniti si avviano verso migliaia di miliardi di dollari di debito, mentre i super-ricchi pagheranno una parte ancora più esigua – se non nulla – della loro ricchezza in tasse.

OMEOSTASI CAPITALISTA E NEOFEUDALESIMO

Per come la intendo io, anche se il modello non ha mai funzionato alla perfezione, l’idea dell’omeostasi capitalista è che, quando i tempi sono relativamente stabili, la forma di governo preferita sia il liberalismo, in quanto più facile da gestire e capace di ottenere un maggiore consenso da parte di ampi settori della popolazione. Ma quando gli squilibri nella distribuzione della ricchezza diventano troppo estremi, entra in gioco una modalità di governo più autoritaria, utilizzata sia per arginare la sinistra, sia per intimidire i liberali e ridurli al silenzio. Poiché queste modalità autoritarie sono più violente, sono anche più instabili, e quindi il meccanismo omeostatico dovrebbe, prima o poi, riportarci al liberalismo.

È quello che pensavo anch’io – e in effetti continuo a credere che sia stata una rappresentazione accurata del mondo fino agli anni Settanta. Ma da allora, non abbiamo più assistito alla conservazione del capitalismo, bensì alla sua trasformazione in qualcos’altro. Questa è, in sostanza, la tesi di Jodi Dean nel suo libro Capital’s Grave. Dean sostiene che ciò che Marx definiva le leggi del movimento del capitalismo, ovvero le sue logiche interne, si siano spostate: non producono più capitale in senso stretto, ma alimentano una cleptocrazia, basata sul saccheggio e sull’accaparramento della ricchezza. Secondo Dean, stiamo entrando in un ordine neofeudale, che combina alcuni dei tratti peggiori sia del feudalesimo sia del capitalismo. Nella sua analisi, il feudalesimo non è mai davvero finito, perché il suo modello politico gerarchico è sempre stato un complemento necessario all’egualitarismo formale del capitalismo. La neutralità apparente del mercato rispetto agli attori in gioco, infatti, non garantiva da sola che l’élite potesse mantenersi al potere a spese di tutti gli altri. Per questo motivo, le istituzioni feudali sono state conservate, pur trasformandosi nella forma e nella funzione per adattarsi alla logica capitalistica.

Secondo Dean, con il passaggio dal capitalismo al neofeudalesimo, la stessa tendenza continuerà e il capitalismo stesso si trasformerà in uno strumento al servizio del neofeudalesimo, proprio come avvenne con il feudalesimo quando fu incorporato nel capitalismo. Le strutture gerarchiche feudali saranno mantenute e la forma del capitalismo stesso sarà mantenuta (ci saranno ancora mercati e aziende), ma il risultato di questo sistema non sarà più quello di mantenere il capitalismo stesso, con molti profitti reinvestiti nelle aziende e un grado sempre maggiore di produttività. Al contrario, il mercato funzionerà ora in modo più aperto per servire l’agenda delle élite, e le vaste classi medie che sono emerse negli ultimi cento anni di sviluppo capitalista saranno lentamente schiacciate ed emarginate. Se si pensa al lavoratore del futuro, molto probabilmente (soprattutto se vive in Occidente) lavorerà nel settore dei servizi e i lavori migliori saranno simili a quelli degli assistenti personali delle star del cinema di oggi, dove il rapporto è personale e dipende dal volere del capo, senza garanzie, senza diritti e senza nemmeno un vero e proprio contratto. Finché il lavoratore soddisfa il suo padrone, andrà tutto bene, ma un solo errore potrebbe costargli il posto.

Dopo aver letto Capital’s Grave, ho iniziato a pensare in modo diverso all’omeostasi capitalista e anche ai modelli più ampi di potere politico ed economico nel mondo. Mi piace usare il termine archismo ,  per riferirmi all’intero apparato di dominio globale, a tutte le gerarchie create dall’imperialismo, dalla schiavitù, dal genocidio, dalla supremazia bianca e dallo stesso capitalismo che ha dominato il mondo negli ultimi cinquecento anni. Tra tutte le sue caratteristiche, pensavo che l’unico elemento dell’archismo che non potesse essere perso fosse il capitalismo stesso, ma ora non la penso più così. Uno dei modi in cui è utile parlare di archismo è che mostra come forze diverse come il liberalismo e l’autoritarismo lavorino in tandem. Potrebbero odiarsi sinceramente, ma nella teoria dell’omeostasi capitalista si può vedere come cooperano. Se stiamo passando dal capitalismo in sé al neofeudalesimo, vediamo ancora il potere e l’effetto dell’archismo, anche se il nucleo principale delle sue operazioni sta cambiando radicalmente.

Vorrei anche fornire un contesto storico per spiegare perché penso che questo cambiamento possa verificarsi. Non devo convincere gli italiani che gli anni ’70 siano stati il decennio più radicale della seconda metà del XX secolo. In Italia c’è stato il movimento dell’autonomia che è culminato nelle rivolte sociali del 1977. Negli Stati Uniti le cose sono andate diversamente. Il cambiamento radicale non è arrivato tanto dalla sinistra, che era stata praticamente sconfitta all’inizio degli anni Settanta. La vera sfida all’élite è provenuta invece dallo Stato stesso. In un certo senso, penso alle politiche economiche e politiche degli Stati Uniti degli anni Settanta come alla risposta del liberalismo al bonapartismo. Invece di ricorre a un meccanismo fascista per indurre lo Stato a porre dei limiti ai super ricchi, il cambiamento è avvenuto in una veste più liberale e, senza la violenza di destra che lo accompagna (per Trump è MAGA, per Luigi Bonaparte era la società del 10 dicembre), le azioni per frenare i ricchi andarono ben oltre il tipo di manipolazione psicologica e di facciata che si vede nella forma autoritaria. 

Negli Stati Uniti, gli anni ’70 hanno rappresentato la mossa più audace per far sì che il liberalismo facesse effettivamente ciò che prometteva, ovvero creare condizioni di parità e una meritocrazia. Paradossalmente, molte di queste politiche provenivano da Richard Nixon, che era lui stesso un reazionario di destra razzista, ma la logica del New Deal rimase intatta durante la sua presidenza e, di fatto, con l’approvazione del Civil Rights Act, il principale ostacolo razzista che impediva un reale trasferimento di ricchezza era stato rimosso, così il New Deal, che era sempre stato in combutta con i razzisti di destra, era ora libero da vincoli. In altre parole, gli obiettivi che il New Deal si era prefissato di raggiungere, come l’uguaglianza e l’occupazione di massa, potevano ora essere perseguiti senza alcuni degli ostacoli fondamentali che in precedenza avevano fatto sì che tali obiettivi rimanessero principalmente a livello retorico. Uno dei modi principali in cui questo trasferimento di ricchezza è stato attuato è stato forse accidentale. Gli anni ’70 sono stati caratterizzati da un periodo di alta inflazione e disoccupazione. Il termine tecnico usato all’epoca per descrivere questa situazione era stagflazione. Tuttavia gli effetti della stagflazione erano molto più gravi per i ricchi che per i poveri. Le classi lavoratrici e persino le classi medie potevano usufruire di un gran numero di programmi di assistenza sociale che erano indicizzati all’inflazione. Ciò significava che, con il deprezzamento del dollaro, venivano semplicemente pagati di più e che le persone che beneficiavano dell’assistenzialismo non soffrivano troppo. 

Negli Stati Uniti le cose sono andate diversamente.
Il cambiamento radicale non è arrivato tanto dalla sinistra, che era stata praticamente sconfitta all’inizio degli anni Settanta. La vera sfida all’élite è provenuta invece dallo Stato stesso

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Coloro che ne risentivano davvero erano i ricchi che non vivevano dei sussidi governativi, ma dei loro investimenti, che stavano subendo una terribile batosta. Ciò che ne derivò fu forse il più grande trasferimento di ricchezza dai ricchi ai poveri nella storia mondiale. Ci sono stati momenti in cui gli Stati Uniti hanno raggiunto livelli di uguaglianza economica che si vedevano solo in luoghi come le democrazie socialiste scandinave. Ma mentre paesi come la Svezia erano piccoli e omogenei all’epoca, gli Stati Uniti erano enormi e multirazziali. Anche sistemi universitari gratuiti come la City University di New York, l’Università della California e altri sistemi sono sorti per competere con enclave ricche come Harvard e Yale, minacciando il dominio dell’élite. 

La risposta a questa minaccia è stata la reazione neoliberista. La maggior parte delle persone la fa risalire a Ronald Reagan negli Stati Uniti, ma in realtà il suo inizio è con Jimmy Carter, che cercò di produrre austerità piuttosto che pagamenti infiniti e, così facendo, diede inizio a una tendenza che è rimasta molto forte fino ad oggi. Il neoliberismo è stata la risposta a questa grave minaccia, che non proveniva dalla destra o dalla sinistra, ma dal centro liberale. Non devo spendere molto tempo per spiegarvi cos’è stato il neoliberismo. Lo sappiamo tutti fin troppo bene. L’austerità nonostante l’enorme ricchezza, il razzismo persistente, le gerarchie di genere e di classe e tutto il resto sono il risultato di questa reazione agli anni ’70. 

La tesi che sto cercando di sostenere qui è che con l’avvento del neoliberismo eravamo già in una modalità autoritaria, anche se per molto tempo non è sembrato così. Questo perché, riprendendo la tesi di Jodi Dean, eravamo in una fase di transizione da una sorta di business as usual , in cui l’autoritarismo si alternava al liberalismo, a una nuova modalità in cui il liberalismo stesso veniva lentamente ucciso. 

LE MENZOGNE DEL LIBERALISMO

A scanso di equivoci, nel caso qualcuno pensi che io stia mostrando troppa simpatia per il liberalismo, non credo affatto che tutto questo sia accaduto per qualche forma di altruismo da parte del liberalismo stesso. Penso invece che le menzogne del liberalismo lo stessero raggiungendo e che la gente lo stesse mettendo alle strette, al punto di rischiare di trasformarsi in ciò che aveva sempre finto di essere. La reazione a cui stiamo assistendo oggi non è quindi una smentita del liberalismo, ma piuttosto il ritorno integrale della bestia gerarchica e archica che il liberalismo è sempre stato.

La parola che mi piace usare per indicare quando le menzogne del liberalismo diventano realtà, perché vengono raccolte dai radicali che costringono il liberalismo a mantenere ciò che finge di essere, è misinterpellazione [misinterpellation]. La misinterpellazione sarà sempre un rischio intrinseco per il liberalismo e, secondo me, è proprio per questo che l’autoritarismo neofeudale ha deciso che l’intero progetto del liberalismo deve essere eliminato.

Quindi, se tutto questo è corretto, la convergenza tra neoliberismo e neofascismo non è una novità, ma era già incorporata, per così dire, fin dall’inizio, alla fine degli anni Settanta.
Si trattava di un residuo dell’omeostasi capitalista, ma ora quel meccanismo, invece di funzionare per preservare il capitalismo come lo conoscevamo, è diventato uno strumento della sua trasformazione in una forma ancora più orribile, privata delle menzogne che un tempo rendevano il liberalismo accettabile per molte persone.

Senza quelle menzogne, ci troviamo di fronte al vero e brutale volto dell’archismo, e in un certo senso siamo tornati alla gerarchia esplicita del feudalesimo (anche se, lo riconosco con Jodi Dean, neofeudalesimo e feudalesimo sono fenomeni del tutto differenti).

Torniamo ora alla questione dell’ICE, di DOGE, di MAGA e di tutto il resto. Un fatto interessante è che, nonostante tutte le deportazioni e i rapimenti, Trump ha in realtà deportato meno persone di Obama! Una notizia che ha provocato non poca costernazione nello stesso Trump, il quale si considera il più grande deportatore di tutti i tempi. Ma questo dato rafforza la mia tesi. Nel suo eccellente libro Family Values (lo stesso in cui ho letto dell’effetto radicale della stagflazione), Melinda Cooper mostra come, dagli anni ’70 in poi, mentre gli Stati Uniti oscillavano tra presidenti democratici e repubblicani, non si assisteva a grandi mutamenti di politica, come ci si sarebbe potuti aspettare, bensì a una profonda continuità. Le presidenze di Clinton e Obama, è vero, erano meno interessate a fomentare gerarchie razziste, ma tutte le loro soluzioni erano basate su logiche neoliberiste, e quindi non mettevano radicalmente in discussione quelle gerarchie. Uno degli argomenti di Cooper è che l’accesso facilitato al credito per le famiglie nere e latine voluto da Clinton si è rivelato in realtà una trappola, poiché con la crisi del 2008 le loro case furono pignorate e persero tutto. Dunque, Trump è solo il volto più brutto – e in un certo senso più sincero – di politiche autoritarie che sono in corso fin dagli anni Settanta. Tuttavia, egli rappresenta comunque qualcosa di nuovo. Trump incarna il volto più esplicito del neofeudalesimo. È apertamente transazionale [openly transactional]: pretende fedeltà a sé stesso e non allo Stato. Non si cura delle consuete ipocrisie antirazziste ed è apertamente razzista, sessista e omofobo. Talvolta si degna di rivolgersi trasversalmente alle classi sociali, ma lo fa solo per evocare un interesse comune fondato su razzismo, sessismo e omofobia, senza modificare in alcun modo la posizione soggiogata delle classi lavoratrici e medie che lo idolatrano.

L’ALBA DI UNA NUOVA ERA

Ecco dunque dove siamo arrivati. Potremmo trovarci all’alba di una nuova era – davvero orribile – in cui l’unica cosa buona del liberalismo, cioè il fatto che le sue menzogne potessero talvolta essere costrette a diventare verità attraverso la misinterpellazione, non sarà più possibile. Quelle menzogne – il volto più gentile e umano del capitalismo liberale – sono state bandite. E senza di esse, non ci resta altro che potere, avidità e violenza ad attenderci da parte dei nostri signori archisti.

Tutto questo può sembrare molto deprimente, ma per me – da anarchico radicale – potrebbe in realtà essere una buona notizia. Una buona notizia perché il liberalismo è stato incredibilmente efficace nel neutralizzare gran parte della popolazione grazie alle sue menzogne. Le persone nere, latine e indigene povere negli Stati Uniti sanno esattamente con cosa hanno a che fare. Ma la maggior parte dei bianchi, almeno fino a poco tempo fa, ha avuto la percezione che gli Stati Uniti fossero, in generale, un luogo equo e giusto (a parte i militanti di ultrasinistra, ovviamente). Penso che l’attacco totale al cosiddetto DEI (Diversity, Equity and Inclusion, ovvero Diversità, Equità e Inclusione) non sia semplice retorica per compiacere la base elettorale di Trump, ma un segnale che quelle menzogne stavano per costare molto care all’élite, e quindi ora devono essere eliminate definitivamente. In realtà, il DEI non ha mai aiutato davvero le persone nere e latine. La stragrande maggioranza dei ricorsi presentati negli Stati Uniti in base al Title IX e al Title VI del Civil Rights Act è stata avanzata da uomini bianchi contro donne e persone di colore. Vorrei dire ai trumpiani: non eliminate il DEI – vi ha fatto comodo per anni! Ma il punto è che, anche se funziona in modo falsato (proprio come il gaslighting bonapartista sulla redistribuzione della ricchezza), può comunque essere preso sul serio e trasformarsi in un processo autentico e genuino – e questo è qualcosa che le élite archiste non possono più tollerare.

Ecco perché oggi non assistiamo necessariamente a un numero maggiore di deportazioni, ma certamente a deportazioni più brutali e violente. Vediamo agenti dell’ICE arrestare persone nei tribunali, nei cortili delle scuole, nei negozi. Curiosamente, si parla del fatto che molti degli “arconti” con cui Trump collabora si siano lamentati: se si deportano troppi lavoratori senza documenti impiegati nei settori agricolo o alberghiero, quei settori rischiano di crollare. Per questo, Trump pare stia facendo marcia indietro rispetto alla deportazione di questi gruppi (anche se si tratta di una questione controversa e molti negano che ci sia stato un reale cambiamento di politica). Ma a Trump non interessa realmente chi viene deportato, purché l’azione appaia brutale e violenta. Rapire persone come Mahmoud Khalil per strada e spedirle in Louisiana, oppure deportare Kilmar Abrego Garcia in El Salvador, nonostante sia cittadino statunitense, offre un buono spettacolo e proclama un nuovo regime del tutto indifferente ai valori che il liberalismo ha a lungo affermato di difendere (anche se, in realtà, non lo ha mai fatto davvero). Ecco cosa c’è di nuovo in tutto questo: non tanto la politica in sé, quanto il suo tono affettivo. Anche questo è un cambiamento importante: se un tempo il gaslighting puntava verso politiche apparentemente più egualitarie, come nel caso del bonapartismo, ora il gaslighting punta verso gesti sempre più brutali e fascisti, anche se le politiche di base restano le stesse.

oggi non assistiamo necessariamente a un numero maggiore di deportazioni,
ma certamente a deportazioni più brutali e più violente. Vediamo agenti dell’ICE compiere arresti nei tribunali, nei cortili delle scuole, nei negozi.

ROMPERE IL GHIACCIO

Cosa possiamo fare, dunque? Ebbene, come dicevo, da anarchico radicale, ho notato che i liberali hanno cominciato ad ascoltare persone come me, forse per la prima volta nella mia vita. Mentre la classe media subisce un attacco crescente alla spesa pubblica, agli investimenti nell’istruzione superiore, è oppressa dai debiti, dai lavori che spariscono a causa della meccanizzazione e dell’intelligenza artificiale, dai veicoli autonomi che sottraggono impieghi persino all’economia dei lavoretti – come quelli legati a Uber e Lyft –, vediamo le persone diventare sempre più disperate, ma anche, per questo, sempre più radicalizzate. L’unica cosa che può sconfiggere neoliberismo, neofeudalesimo e neofascismo – chiamiamoli neoLFF per abbreviare – è l’organizzazione collettiva e i movimenti di massa. Qualche settimana fa ho partecipato a una giornata di protesta negli Stati Uniti in cui fino a 11 milioni di persone sono scese in piazza. Era lo stesso giorno della parata militare organizzata da Trump per il suo compleanno, costata 95 milioni di dollari. Offrivano fino a 1000 dollari a persona per assistere alla parata, ma nonostante tutto ciò, la partecipazione fu molto scarsa e Trump era di pessimo umore. Per me, questo dice tutto quello che c’è da sapere: il neoLFF non può comprarsi il consenso. È archista. Non sarà mai legittimo. E senza il contrappeso del liberalismo, dovrà essere sempre più violento e autoritario, con livelli di adesione sociale sempre più bassi. La solidarietà sociale e l’organizzazione collettiva, invece, hanno il vantaggio di essere legittime per definizione. Quindi, se nel breve periodo sono molto pessimista, nel lungo periodo sono invece piuttosto ottimista. Non credo che l’archismo possa durare per sempre. Penso che potremmo trovarci di fronte alla sua forma ultima e più mostruosa – ma proprio per questo, forse, sta arrivando al termine del suo ciclo vitale. E, per quanto mi riguarda, prima ce ne liberiamo, meglio sarà.

L’unica cosa che può sconfiggere neoliberismo, neofeudalesimo e neofascismo, è l’organizzazione collettiva e i movimenti di massa. La solidarietà ha il vantaggio di essere legittima per definizione

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