
UN UNICO PNEUMA
GLI ALCHIMISTI DELLA RIVOLUZIONE
HUNTER BOLIN
In una lettera poco nota Fiche appuntò che la nostra epoca è «quella della corruzione assoluta». Nonostante ciò si diceva di ottimo umore: «perché so che un nuovo amore può nascere solo dalla putrefazione completa». In Fiche parlava una saggezza antica, quella degli alchimisti – e la Nigredo è proprio la prima fase del processo alchemico, quella della decomposizione e della distruzione degli elementi, senza la quale non è possibile alcuna generazione della pietra filosofale. In questo scritto, originariamente pubblicato su e-Flux con il titolo Alchemists of the Revolution, Hunter Bolin porta a completa distruzione la putrefatta eredità comunista e, seguendo i dettami del Magnum opus, purifica, sublima e infine coagula un nuovo lessico della rivoluzione. Quello che resta è una pietra color cinabro, vischiosa, pneumatica: è la pietra della cospirazione. Regimine solius ignis, manifestum erit absconditum et absconditum manifestum sit.
Nella primavera del 1847, dopo molte insistenze, Marx ed Engels accettarono di entrare a far parte della Lega dei Giusti, ma a una e una sola condizione: che la Lega rinunciasse a ogni cospirazione. Come ricorda Engels, «Moll ci disse che erano convinti tanto della correttezza della nostra visione quanto della necessità di liberare la Lega dalle vecchie tradizioni e forme cospirative». All’epoca Marx era un giornalista, e concepiva il suo ruolo politico come quello di una guida illuminante del proletariato; una guida capace di dissipare ogni nebbia di complotto cencioso. Del resto lui, a quelle congiure, non aveva nemmeno mai partecipato.
Il Manifesto del Partito Comunista fu scritto durante il Vormärz, il periodo tra la rivoluzione francese del 1830 e le rivoluzioni del 1848 in Germania e in Francia. Le forme sociali capitalistiche cominciavano ad affermarsi nelle grandi metropoli urbane, e la società dei capitali iniziava a imporre la sua violenza. Le categorie sociali dell’antico ordine venivano distrutte e rimpiazzate da quelle nuove, capitalistiche; il che significava anche che le vecchie alleanze cominciavano a scricchiolare mentre equilibri, instabili e contraddittori prendevano il loro posto. In un clima di confusione e tensione generali, le cospirazioni fiorivano—ma, almeno per Marx, il problema era che continuavano a mancare criteri chiari per giudicare le nuove alleanze e organizzare le nuove prassi rivoluzionarie.
Marx ed Engels volevano interrompere sul nascere lo sviluppo della società capitalistica, ma ritenevano che per preparare la rivoluzione servisse qualcosa di scientifico, di organizzato nei dettagli e di calato nella storia e non il solito colpo di mano improvvisato sull’onda dell’immediatezza. Il loro rifiuto dello spontaneismo cospirativo può essere letto anche come una specie di teoria cospirativa dello sviluppo storico: era la convinzione che, alla fine, “l’ironia della storia” avrebbe, prima o poi, “rovesciato tutto.” Come noto, fu Walter Benjamin a sferrare la critica più dura contro questa forma di determinismo storico, quando scrisse che «prima che la scintilla raggiunga la dinamite la miccia va tagliata. Intervento, rischio e rapidità del politico sono una questione di tecnica, non di cavalleria». Bisognava agire qui e ora.
Anche se desideravano oltrepassare la cospirazione, Marx ed Engels sembravano riluttanti ad abbandonarne del tutto la retorica. Tutti conosciamo l’incipit del Manifesto del Partito Comunista: il fantasma del comunismo e la trama per eliminarlo ordita da una “santa alleanza” (Hetzjagd), che Engels aveva definito a sua volta una cospirazione. Il programma di quel Manifesto era dare forma a ciò che appariva in forma fantasmica, plasmandolo in Geist, spirito. In questo senso, possiamo dire che il Manifesto fu anche il più importante tentativo di negazione determinista dello spontaneismo cospirativo: bisognava costringere lo spettro delle rivolte dentro i limiti di una prospettiva dialettica di lungo periodo, eliminando l’idea di un piano o di un programma che non fossero spiritualmente legati al lungo divenire della storia e delle sue contraddizioni. L’intento era forgiare una nuova logica capace di ridefinire i conflitti tra gruppi sociali, massimizzando la partecipazione a una lotta che diventava così “lotta di classe”. “Classe” e “interesse di classe” divennero categorie logiche e pratiche; strumenti attraverso cui orientare l’antagonismo proletario in favore di un partito e non di piccole sette di ribelli e cospiratori da taverna.
Malgrado il disprezzo per quella che, in Francia, definiva la bohème cospirativa—accostata con disgusto al lumpenproletariato, a prostitute e ladri—Marx ammirava alcuni cospiratori, come quelli della Narodnaja Volja, gruppo rivoluzionario fondato nel 1879. Il programma della Narodnaja Volja includeva “attività terroristiche” dirette all’“annientamento delle personalità più odiose del regime” e alla distruzione del potere statale. Marx ne lodava l’eroismo e, secondo il sociologo Teodor Shanin, si era addirittura schierato contro i loro critici. Contro coloro che si limitavano a vedere nel marxismo una pratica dottrinaria fatta di analisi economiche e giustificazioni all’inerzia, Marx era solito ribadire che sono gli esseri umani, attraverso la prassi rivoluzionaria, a cambiare le circostanze. Questa epertura non ci deve stupire; la negazione della logica cospirativa era, per Marx, una delle condizioni attraverso cui continuare a perseguire lo stesso obbiettivo che già era stato dei quello dei cospiratori: l’abolizione del lavoro salariato e la distruzione della società fondata sullo sfruttamento.
Possiamo perciò dire che il pensiero di Marx oscillava tra un programma hegeliano, che donava al proletariato la propria logica, e l’approvazione retorica di atti rivoluzionari che non si lasciavano imbrigliare nei limiti del determinismo storico. In un contesto simile a quello in cui si trovò ad operare Marx, ma pensato per la nostra epoca post-illuminista, è stato recentemente pubblicato un libro anonimo dal titolo enigmatico: Manifesto cospirazionista. La prefazione annuncia sin da subito l’intento dell’opera: «Ci auguriamo che la pubblicazione di questo libro aiuti a ridefinire le categorie e affinare la comprensione dell’incubo in cui siamo sprofondati».
La follia è il primo passo verso la cura
Alla vigilia della pubblicazione del Manifesto si sono diffuse ogni sorta di dicerie e accuse riguardo ai suoi presunti contenuti nefasti—senza dubbio messi in giro da persone che non si sono certo prese la briga di leggerlo. Aspettandomi di trovarci scritto tutto il peggio, sono stato invece sorpreso di scoprire che il Manifesto conteneva invece un racconto avvincente di menzogne e di inganni, nonché un possibile piano di redenzione, scritto in una lingua appassionata che ricorda ciò che Dante chiamava “il volgare”. Lo stile in prosa del libro mi ha ricordato più Lo spleen di Parigi di Baudelaire che un qualsiasi trattato politico.
E, infatti, Il Manifesto cospirazionista cambia spesso registro, passando dalla critica alla poesia, dalle citazioni detournate alla narrazione storica e all’analisi strategica, il tutto accompagnato da un insieme di immagini e meme. Con il suo tono carnevalesco, il libro tende a ironicamente ridimensionare piuttosto che esaltare il concetto di cospirazione. In altre parole, il libro lascia intendere che dietro le teorie del complotto disseminate tra le sue pagine—molte delle quali rimandano a giochi di potere piuttosto banali, senza alcun significato più profondo—non ci sia che un vuoto: nessun piano, nessun leader occulto. Il messaggio implicito del libro potrebbe essere piuttosto il contrario e, cioè, che il trono del potere è già da sempre vuoto – il che significa anche che tutto è ancora possibile. I moniti contenuti nel libro non mirano a instillare una paura paralizzante o una paranoia patologica: sembrano invece suggerire che chi è determinato a perseguire la giustizia potrebbe restare sorpreso nel constatare quanto sia in realtà fragile lo status quo. Tuttavia, un’azione del genere ha maggiori possibilità di successo se accompagnata da un piano — una cospirazione appunto — capace di canalizzare i flussi anarchici e impuri del mondo verso qualcosa che si possiamo chiamare comunismo.
Ben oltre le dicerie che ne hanno accompagnato la pubblicazione, la questione cruciale mi sembra piuttosto un’altra e, cioè, se il Manifesto non possa rappresentare il segno di una svolta più generale verso la necessità di cospirazioni intese come piani concreti per edificare un futuro alternativo. L’instabilità di un mondo in preda al delirio nazionalista, al ritorno delle più violente politiche industriali e costantemente esposto alle minacce di una guerra globale, alimentano—tanto a destra quanto a sinistra— la speranza in un futuro diverso, guadagnato un passo alla volta, smontando ed esponendo la logica del presente. Leggendo il Manifesto, riecheggiano le parole del compianto Mike Davis che, in uno dei suoi ultimi scritti, scriveva: “mai così tanto potere economico, mediatico e militare era stato concentrato in così poche mani. Dovremmo ricordarcelo, magari rendendo omaggio a Aleksandr Il’ič Ul’janov, Alexander Berkman e all’instancabile Sholem Schwarzbard”— tre cospiratori che lottarono contro la macchina bellica nichilista dello Stato-nazione moderno.
Dal lato opposto della barricata, il conservatore Ross Douthat riporta i suoi sospetti sul New York Times, dando voce a quanti pensano che il governo americano voglia induca a credere all’esistenza degli UFO al solo scopo di creare confusione e caos. In quest’epoca di rivolte mercenarie e di gasdotti saltati in aria, le cospirazioni sono davvero ovunque. Oggi, a distanza di qualche anno, addirittura alcuni funzionari statunitensi credono che il Covid-19 sia stato causato da una fuga da qualche laboratorio cinese, mentre Jeffrey Sachs già nel 2022 avanzava l’ipotesi di un’origine americana del virus. Riducendo le cospirazioni a una lotta partigiana e mondana, questo manifesto anonimo mostra tutta l’urgenza di una pianificazione di parte che diradi le nebbie cupe e tristi che le cospirazioni sembrano evocare. Detto diversamente, contro le cospirazioni del mercato e della guerra, ma dentro la cospirazione come forma e grammatica quotidiana della politica contemporanea, il Manifesto ci invita ad abbracciare un progetto cospirazionista che miri ad un futuro vivibile ed emancipato. I nostri nemici si sono già organizzati in tal senso. Per farla finita con le loro cospirazioni, ci occorre un piano che sia tutto nostro —un piano di parte.Le ultime pagine contengono la chiave di volta per comprendere il tipo specifico di cospirazione a cui alludono gli autori anonimi del Manifesto: «Soprattutto questo: dobbiamo resistere alla tentazione di chiuderci in un gruppo». Quest’idea indica un’irriducibile distanza dal tipo di cospirazione teorizzata nell’ottocento dall’influente rivoluzionario francese Louis Auguste Blanqui. Ciò che il Manifesto propone non è infatti l’attività di piccole sette blanquiste, chiuse e autoreferenziali, impegnate a compiere colpi di mano in favore di interessi particolari, bensì una cospirazione aperta, vasta, che consista nella trasmissione, nella diffusione e nel contagio di una critica spietata e ampia, che inviti alla partecipazione una folla eterogenea e poco ideologizzata. L’obiettivo, proseguo gli anonimi, è quello di «organizzare incontri… e così, mettere insieme un piano cospirativo che continuerà a diffondersi, ramificarsi, complicarsi, approfondirsi». Il titolo francese del libro non è Manifeste complotiste, che sarebbe l’equivalente di Manifesto del complotto, ma Manifeste conspirationniste. L’uso qui dell’aggettivo derivato da cospirare (letteralmente “respirare insieme”) evoca lo pneuma—quella sostanza unitaria che, per gli stoici, pervadeva il mondo, connettendo ogni cosa. Ma cosa respiriamo insieme? Sicuramente gas lacrimogeno. Il Manifesto sembra infatti essere stato scritto in primo luogo guardando al movimento dei gilet gialli in Francia. Il che è paradossale, visto che i gilet gialli avevano poco o nulla della “cospirazione” in senso classico: erano piuttosto un movimento spontaneo, privo di un’agenda chiara, nato quasi solamente in risposta all’aumento dei prezzi del carburante, per poi scomparire a seguito dei lockdown del 2020. I gilet gialli sono stati uno dei tanti non-movimenti del nostro tempo: pur assomigliando a una forza rivoluzionaria contro il governo, la sua politica risultava difficile da decifrare. Alcuni gli hanno attribuito una politica limitata, circoscritta al risentimento per provvedimenti governativi iniqui; altri lo hanno bollato come “movimento interclassista”—più vicino al populismo che alla lotta di classe. In contro tendenza rispetto alle solite sbrigative denunce dei “professori dell’avanguardia”, il Manifesto prova a calarsi nel bel mezzo della multiforme e partecipata folla dei gilet gialli. Invece di criticare o denunciare il movimento, il Manifesto cerca di intervenire dall’interno delle sue contraddizioni per chiarire la posta in gioco e proporre strategie rivoluzionarie.

Dalla biopolitica alla noopolitica
Non c’è quindi da stupirsi che il Manifesto cospirazionista sia anche una spietata critica a buona parte della sinistra radicale. Gli autori del Manifesto articolano questa critica alle sinistre radicali partendo dalla loro sostanziale incapacità di elaborare una vera critica della biopolitica durante la pandemia di Covid-19.
Sebbene il concetto di biopolitica venga immediatamente associato a Michel Foucault, è forse Marx a fornirne ben prima la sintesi più tagliente: «non soltanto la malattia, ma anche il medico è un male. Sotto la tutela medica costante, la vita sarebbe riconosciuta come un male ed il corpo umano come un obiettivo per gli esperimenti del collegio dei medici. Non è forse più desiderabile la morte ad una vita che è mera misura preventiva contro la morte?». A partire da una genealogia dell’interventismo medico, il Manifesto ricostruisce la storia di come il capitalismo interferisca nella produzione della vita e nella gestione delle popolazioni. Se gli autori tornano così insistentemente su questo punto è perché per loro la rivoluzione non si riduce ad una semplice questione economica ma riguarda l’umano in quanto specie. La rivoluzione è innanzitutto una questione antropologica che riguarda la creazione di nuove forme-di-vita.
Per questo, il Manifesto articola quella che potremmo chiamare un’antropologia negativa dell’umano. Come noto, è stato il filosofo tedesco Günther Anders a coniare per primo questa espressione, descrivendo l’essere umano come qualcosa «che fondamentalmente non può essere sano e non vuole essere sano, insomma l’essere che non può essere determinato, l’essere indefinito, che sarebbe un paradosso voler definire». Contro il modo in cui l’umano viene di volta in volta ricondotto e ridefinito dall’ideologia di governo, Anders sostiene che non esista un’essenza fissa della specie umana e che quindi ad essa sia sempre concessa la possibilità di trasformarsi e di essere trasformata dal proprio ambiente. In questo senso, il Manifesto va ben oltre una critica biopolitica, progredendp verso una traiettoria di quella che è stata chiamata noopolitica o psicopolitica—la politica delle tecniche di controllo orientate alla colonizzazione del Geist, della mente e dello spirito.
Ed è in questa direzione noopolitica e non solo biopolitica che gli autori riflettono sulla pandemia, mostrando come il governo in stato d’eccezione venga esercitato attraverso una serie di doppie imposizioni— o, per così dire, di “ordini contraddittori”—che finiscono per demolire le basi stesse del pensiero razionale individuale. Il risultato è una forma ibrida di follia ordinaria, non patologica, che tende ad affliggere l’intera popolazione. Si tratta di una specie di guerra alla produzione di senso, che mina la salute mentale collettiva—come dimostra, ad esempio, la crisi psicologica che dilaga negli Stati Uniti. In linea con questi fatti, la scommessa del Manifesto è che dunque l’antagonismo sociale attraversi ormai lo spirito e la psiche di ogni individuo: il teatro della guerra di classe contemporanea non è più solo il corpo, ma è l’anima nella sua totalità. Del resto, l’anima non è mai stata una proprietà individuale, ma un “comune” che si edifica nell’esperienza collettiva del mondo, del cosmo, e degli affetti che sorgono quando si riconoscono delle affinità e delle interconnessioni.
Vale forse la pena fare un bilancio degli impatti della pandemia a tre anni di distanza. Se da un lato i lockdown hanno certamente salvato più di una vita, per molti i lockdown hanno definitivamente fatto a pezzi gli ultimi, deboli ed esigui legami sociali. Si è forse raggiunto il compimento dell’atomizzazione sociale, i cui effetti sul lungo periodo sono ancora tutti da elaborare. Vi è stato poi un netto aumento degli abusi domestici. Uno studio della London School of Economics, citando il New York Times, riporta che « nei paesi di tutto il mondo, tra cui Francia, Cina, India, Spagna e Regno Unito, si è registrato un aumento di oltre il 20% delle chiamate d’emergenza per violenza domestica». Le conseguenze del lockdown risultano tanto più tragiche non appena si considera che l’isolamento sociale che ci è stato imposto non era affatto il solo mezzo efficace per combattere l’epidemia. Come ha dimostrato Karl Heinz Roth—medico, storico e operaista di lungo corso—esistevano molte alternative pratiche e concettuali rispetto alla dottrina dominante dei lockdown. Secondo Roth, gli interventi epidemiologici, basati su misure preventive e protettive mirate, sarebbero stati ben più determinanti per arginare i contagi. A differenza dei lockdown, il cui scopo principale è stato piuttosto quello di esibire il potere assoluto della classe dirigente in una situazione di effettiva crisi.
Molte delle misure, infatti, hanno aggravato gli effetti della pandemia. Per esempio, parchi e spazi aperti sono stati ovunque chiusi— e questo «nonostante fosse noto che il Covid si trasmette attraverso particelle espirate o tossite, particelle che all’aperto si disperdono rapidamente». In tal senso, prosegue Roth, l’imposizione generale delle misure di confino non ha fornito alcuna protezione specifica ai gruppi realmente a rischio: anziani e malati cronici. Dare priorità alla cura e alla protezione di questi specifici gruppi avrebbe ridotto drasticamente tanato i ricoveri, quanto i decessi. L’aver ignorato innumerevoli di queste misure mirate ha invece sicuramente devastato il tessuto sociale in nome di una politica di confinamento. Ma per gli autori del Manifesto questa distruzione del tessuto sociale nasconde anche una grande promessa di redenzione. In una sorprendente inversione dialettica, nell’ultimo capitolo del libro l’isolamento forzato e la dissoluzione dei legami sociali imposti dalle misure pandemiche rivela tutto il vuoto costitutivo di una forma di esistenza collettiva—quella del capitalismo— che non merita affatto di essere salvata, bensì disertata e messa a tacere per sempre. Contro una solidarietà astratta basata sull’appartenenza vuota e folle a una stessa società di capitali e lavoratori, si delinea la possibilità per una solidarietà densa e genuina, intesa come obbligo d’amore verso l’altro e fondata sulla partecipazione condivisa a una cospirazione comune.
Una realtà di anime
Nella prefazione del 1962 a Teoria del romanzo, György Lukács ricorda che l’occasione che determinò la nascita del libro fu «lo scoppio della guerra del 1914 — e l’effetto prodotto dalla posizione interventista della socialdemocrazia sull’intellighenzia di sinistra». In origine, il libro avrebbe dovuto contenere una serie di dialoghi in cui «un gruppo di giovani si isola di fronte alla psicosi della guerra alla maniera dei narratori di novelle del Decamerone di fronte alla peste». Idea presto abbandonata, perché Teoria del romanzo diventa invece un saggio di critica e storia letteraria che illustra come, alla transizione dall’epica al romanzo romantico, corrisponda il passaggio dalla Gemeinschaft (comunità) alla Gesellschaft (società).
Nel capitolo finale, di particolare interesse al fine del discorso che stiamo facendo, Lukács individua nella scrittura di Tolstoj il primo segno di un possibile superamento della tradizione romantica europea, nella misura in cui i suoi romanzi sembrano abbozzare forme di vita ben al di là delle maschere e dei personaggi sociali tipici del romanticismo. Piuttosto che rappresentare le figure standardizzate della Gesellschaft, i romanzi di Tolstoj alludono a un «rifiuto utopico del mondo convenzionale», soprattutto quando questo «si oggettivizza in una realtà altrettanto esistente». E l’utopia pensata e raccontata da Tolstoj si trova infatti fuori dalla società; nella natura. Secondo Lukács è però Dostoevskij a spingere all’estremo le premesse utopiste di Tolstoj. E questo perché, a differenza dell’autore di Guerra e pace, Dostoevskij «non ha scritto alcun romanzo». Le sue opere sono decisamente più simili a delle epopee, in cui la scrittura dà forma e ad un mondo utopico in cui il personaggio possiede «un’anima semplicemente reale», un mondo che va oltre il dualismo tra natura e cultura, così come va oltre l’alienante dualismo della cultura moderna; quello tra l’individuo e la comunità. Secondo Lukács, il cosmo di Dostoevskij contribuisce a indicare la possibilità di una nuova «topografia trascendentale dello spirito», che si eleva oltre la heimatlosigkeit metafisica dell’Occidente. Ed è precisamente in questo senso che gli scritti di Dostoevskij offrono una prospettiva di redenzione contro e oltre il sociale. E questo perché, nelle epopee di Dostoevskij, la redenzione non si concretizza più nella realizzazione di identità sociali imposte ma, tutto al contrario, nel loro abbandono, nella loro diserzione. Del resto Dostoevskij osserva disilluso che, nonostante esistano ancora dei legami sociali che varrebbe la pena preservare, la società moderna ha distrutto tutte quelle forme della tradizione che conferivano proprio a quei legami un contesto più ampio e una cornice di significato. Di questa critica, che attraversa tutta l’opera di Dostoevskij, Lukács ne è pienamente al corrente. Nei suoi appunti a un libro mai scritto su Dostoevskij —appunti che, non a caso, sono citati nel Manifesto cospirazionista —, Lukács offre un lucidissimo esempio di ciò che significa realmente cercare la redenzione al di fuori dalle forme dei rapporti e delle identità sociali: «Porre la realtà delle anime come unica realtà implica anche un cambiamento radicale nella rappresentazione sociologica dell’essere umano: al livello della realtà delle anime, tutte quelle catene che altrimenti la legavano alla sua posizione sociale, di classe e di origine, vengono sciolte: al loro posto subentra un nuovo, concreto, contatto tra anima e anima». Anche nel Manifesto cospirazionista viene celebrato questo genere di legami forgiati attraverso esperienze comuni di lotta e anzi, si incoraggia lo sviluppo di quello che gli autori chiamano un «comunismo del pensiero». Parafrasando Dostoevskij, questo sarebbe un pensiero «più potente di tutte le disgrazie, le carestie, le vessazioni, la peste, la lebbra, di tutto quell’inferno che l’umanità non avrebbe sopportato senza quell’idea che dirige e guida il cuore e alimenta le sorgenti della vita».
Lukács scrisse gli appunti su Dostoevskij mentre osservava, come rapito da un oscuro incantesimo, le imprese delle bande di nichilisti russi nel periodo appena precedente la rivoluzione del 1917. Come Marx prima di lui e come il suo contemporaneo Ernst Bloch, anche Lukács venne infatti stregato da quanto stava accadendo in Russia in quegli anni. Come ebbe modo di ricordare più volte, proprio perché quei rivoluzionari rappresentavano per lui «un nuovo tipo umano», era ansioso di tradurre una selezione di scritti pubblicati in Russia tra il 1904 e il 1907 che raccontavano le imprese di questi nuovi protagonisti della letteratura e della politica. Tra questi Lukács era particolarmente ossessionato da un romanzo intitolato Il cavallo pallido di Ropshin, romanzo che raccontava di un tal Ivan Kaliaiev, membro del Partito Socialista Rivoluzionario—erede del gruppo Narodnaja Volja che, come abbiamo visto in precedenza, già Marx si era prodigato a difendere pubblicamente. A quanto si apprende dal racconto, nel febbraio 1905 Kaliaiev tentò di assassinare il Granduca Sergej, ma rinunciò non appena si rese conto che nella carrozza, in compagnia del Granduca, c’era un bambino. Non potendo giustificare in alcun modo l’uccisione di un innocente, Kaliaiev decise di attendere e rimandare l’assassinio. Due giorni dopo, appena fuori il Cremlino, portò a termine l’attentato con successo. Venne immediatamente arrestato e subito dopo impiccato.
Il capitolo finale del Manifesto cospirazionista porta un titolo olimpico: Vinceremo perché siamo più profondi. Come Teoria del romanzo, anche il Manifesto sembra essere stato scritto come un gesto di diserzione da una sinistra colpevole di aver offerto il proprio sostegno incondizionato alla guerra di distruzione psicologica in atto. Anche il Manifesto propone dei “tipi letterari” come protagonisti di una cospirazione di anime: ad esempio, sono molti i riferimenti ai partigiani francesi del Maquis come immagini di una resistenza di tipo differente. Il Maquis era una rete clandestina di partigiani che si erano sottratti alla leva obbligatoria sotto il regime di Vichy. Erano organizzati in cellule per compiere attacchi contro le milizie fasciste. Secondo il Manifesto, è questa la forma organizzativa che meglio incarna il senso di una realtà di anime. Là dove il governo cibernetico tratta gli individui come “scatole nere”, gusci vuoti connessi solo esteriormente, una resistenza partigiana dovrebbe declinarsi e organizzarsi attraverso contatti profondi tra anime. Di fronte a una società ormai saturata d’odio e inimicizia – e perciò una società irrimediabilmente frantumata –, il Manifesto invita a immaginare un comunismo non sociale e, dunque, proprio per questo, un comunismo della profondità. In questo senso, possiamo—con Fichte—rallegrarci del disfacimento in corso e del fatto che il “normale” pre-pandemico non sarà mai completamente restaurato.
L’idea di un comunismo non sociale, colloca il Manifesto lungo una traiettoria già tracciata da Jacques Camatte quando ripeteva che: «Dobbiamo abbandonare questo mondo». Come spiega Camatte: «Quando Amadeo Bordiga diceva che dovevamo comportarci come se la rivoluzione fosse già avvenuta, stava invocando un ethos specifico, diverso da quello degli epigoni che sguazzano nel comportamento leninista-trotzkista». È un invido che dovremmo prendere decisamente sul serio se si pensa che, ad esempio, negli ultimi anni, una politica trotzkista e datata continua a costituire ancora l’ossatura del programma verde-bolscevico di Andreas Malm – che, non a caso, ha sedotto il pubblico mainstream invocando atti di sabotaggio in difesa della terra. Sebbene tali atti siano del tutto giustificati, l’urgenza della crisi ecologica non rende magicamente rilevanti forme organizzative ormai anacronistiche.Contro queste nostalgie fantasmagoriche, il Manifesto invita ad elaborare un ethos cospirativo radicato in forme organizzative più adatte alle lotte di oggi. Il modello organizzativo di riferimento è quello di una forma più aperta e fluida delle bande blanquiste, in cui gli aderenti sono particolarmente attenti a non chiudersi in gruppi rigidi e insulari. Se alcuni potranno vedere in questo modello una regressione della capacità organizzativa di produrre conflitto, vale la pena ricordare che «le organizzazioni cospirative di Blanqui diedero vita a organizzazioni di massa della classe operaia. Molti dei seguaci di Blanqui entrarono nel Partito Socialista (SFIO), la cui maggioranza, nel 1920, fondò il Partito Comunista Francese». Insomma, le cospirazioni sono un antidoto necessario al cinismo paralizzante e all’attendismo che caratterizzano la nostra epoca di disorganizzazione proletaria. Ed ecco perché, accanto al cospirare, il Manifesto ci invita anche a ricostruire mondi abitabili. Non dovrebbe apparirci un invito bizzarro. Nel secolo scorso la parola “comunismo” indicava un intreccio concreto di mondi a cui si poteva partecipare liberamente. Se eri comunista nell’Europa occidentale, potevi viaggiare in Europa orientale e imparare il tedesco o una lingua slava. Potevi andare a Cuba. Potevi costruire strade in Jugoslavia, in Albania o in Cina. Oggi, questi mondi abitabili restano tutti da inventare. Cospiriamo, dunque. Cospiriamo per progettare una vita oltre l’anarchia del mercato. Cospiriamo per inventare una nuova forma di partecipazione al mondo a partire da quello precario di guerra e di lotta che ci è toccato in sorte. Cospiriamo per la pace, per l’amore.
Cospiriamo, dunque. Cospiriamo per progettare una vita
oltre l’anarchia del mercato. COSPIRIAMO PER LA PACE, PER l’AMORE
LEGGI GLI ARTICOLI CORRELATI
HAKIM BEY
LA CABALA DEL CAOS
GIORGIO AGAMBEN
PRINCIPIA HERMENEUTICA
THOMAS S. SZASZ
LE SACRE SOSTANZE DEL SOGNO
MENU
INFO
TERMINI
SOCIAL
ANOMIA EDITIONS
© ARCHIVIO ANOMIA 2025
email: archivioanomia@archivio.com