
UNA FINE AMARA
PROTESTA E FUTILITÀ
HERBERT MARCUSE
Gennaio 1967, Vietnam. Un uomo e una donna avanzano verso un posto di blocco americano. Una raffica di mitragliatrice. Le prime due vittime della guerra sono una coppia di innamorati che si tenevano per mano. Una storia amara che, per Herbert Marcuse, riassume il vuoto e il terrore del sistema politico in cui viviamo. È da qui che nasce l’esigenza della protesta: dalla tenerezza spezzata, dall’amarezza, dal rifiuto della guerra come destino amministrato. Ma è una rivolta che si deve misurare sin da subito con l’opulenza della merce e con la paura elevata a strumento di governo, con la futilità come Stimmung epocale e con lo spettacolo come dispositivo di neutralizzazione della critica radicale. In questo scenario, la protesta è costantemente esposta al rischio di ridursi a sfogo individuale, a gesto simbolico prontamente assorbito dall’ordine che vorrebbe negare. Per non dissolversi nella futilità del capitale, la rivolta è allora chiamata a irrompere come irrazionalità totale, come negatività assoluta, come pulsione erotica capace di opporsi all’orrore razionalizzato e normalizzato della vita quotidiana.
“In momenti simili, quando l’esistenza politica ha raggiunto un punto di svolta, la filosofia trova il suo posto; quando ciò succede, non solo colui che pensa, ma anche ciò che è pensato guida e trasforma la realtà. Poiché quando una particolare forma storica di vita (dello spirito) non è più adeguata, la filosofia aguzza l’occhio per riconoscere questa inadeguatezza. Nel fare ciò, la filosofia, attraverso le sue intuizioni, aiuta ad accrescere e promuovere la distruzione (Verberben). Ma la filosofia non è colpevole di ciò. Poiché la distruzione è necessaria; una specifica forma della vita storica (dello spirito) è negata solo perché ha già perduto il suo fondamento (è corrotta alle fondamenta)”.
«Il faut que le scandale arrive»
Ai punti di svolta della storia la filosofia deve promuovere la distruzione e il disordine poiché, in quanto pensiero critico, si eleva al livello della consapevolezza e della conoscenza che ciò che esiste è diventato marcio alle sue fondamenta. Così, le “forze negative” del pensiero sono forze del mutamento storico. In termini hegeliani: del progresso verso uno stadio superiore nella realizzazione consapevole della libertà.
Oggi non accettiamo questa ontologia ottimistica! Abbiamo imparato che lo stadio successivo non è necessariamente lo stadio superiore e che il sistema di vita guastato, corrotto, può mostrare uno spaventoso potere di resistenza, di immunità al pensiero e all’azione critica – fino al punto di sconfiggere, assorbire, o uccidere le forze della negazione. Un’altra idea strana e inaccettabile: Hegel attribuisce la protesta alla filosofia, che secondo lui ha una funzione critica propriamente radicale: non solo la natura, ma anche il mondo dell’uomo, la società, devono essere messi in discussione per la loro conformità ai criteri della Ragione: la filosofia misura le possibilità reali della Ragione e della Libertà contro la loro realtà e questo equivale (non per Hegel!) a rivelare le promesse infrante, le bugie e gli inganni che appaiono come Ragione e Libertà. Intelligenza è scuotere l’ordine dominante. “Il faut que le scandale arrive”; questa è una buona formula per la funzione storica dell’intelligenza, del pensiero!
Hegel assolve tale pensiero da ogni colpa perché la sua protesta radicale mette in pericolo e distrugge solo ciò che è già corrotto e obsoleto. Per giustificare questa strana armonia prestabilita tra comportamento soggettivo e condizioni oggettive, egli potrebbe riferirsi alla “coesistenza” tra Socrate e la dissoluzione della città-stato; la nascita della scienza moderna e la disintegrazione del sistema feudale; l’Illuminismo e il declino dell’assolutismo. Ma oggi? Non sono privi di quella base solida e adeguata nella realtà ogni pensiero critico, radicale, ogni azione di protesta; non sono ridicolmente deboli, in tutte le loro manifestazioni, contro le tangibili e intangibili santificazioni dell’Establishment? Futile, non semplicemente a causa della sua piccolezza, del suo isolamento, della sua mancanza di organizzazione, ma perché non combattiamo tiranni, diavoli e signori della guerra, ma autorità democraticamente elette, rappresentative del popolo, manager efficienti e tecnocrati che distribuiscono beni: una società funzionante, prospera?
Contro questa spaventosa razionalità, le forme della protesta appaiono irrazionali, incomprensibili, “emotive”; cioè: manifestate, vi fermate e tornate a manifestare; fate sit-in o teach-in o being-in , e scendete di nuovo in piazza; cantate, ballate, vi vestite e svestite in segno di protesta. Tutto questo rifiuto di conformarsi non ha principalmente la funzione di sfogo, di una effimera terapia personale? Certo, ci sono i casi veramente eroici che finiscono in prigione – nel silenzio, nell’odio e nell’indifferenza dell’intero. E si stanno sostenendo proteste emotive, istintive, spontanee, progetti educativi ben ragionati, e biblioteche di analisi sociologiche e psicologiche (neocapitalismo e neocolonialismo, critica della cultura di massa, del linguaggio, etc.).
FUTILITÀ, OPULENZA, GUERRA TOTALE
Raramente una società è stata soggetta a una critica così radicale, con una simile diffusione pubblica, con un così alto grado di libertà e legittimità, e mai prima d’ora la critica radicale è stata così facilmente assorbita, smussata, comprata e venduta e consumata. Anche qui: futilità nella libertà! Le ragioni di questa futilità sono radicate nella struttura della “società opulenta” che opera non solo dietro il velo ideologico, ma anche dietro uno spesso velo materiale: il velo della sua stessa opulenza, che è reale ed eppure fasulla, falsa, soffocante. Abbastanza reale da estendere i suoi benefici a una parte crescente della popolazione, reprimendo così il bisogno vitale del cambiamento; abbastanza reale nel potere onnipresente della violenza legittima. Abbastanza ingannevole da usare questi benefici (e questi poteri) per finanziare, organizzare e proteggere lo sfruttamento, la repressione e la guerra all’estero. Abbastanza fasulla da praticare sistematicamente lo spreco e la distruzione di risorse nel mezzo della povertà e della miseria. E questo feticismo dell’opulenza e delle merci annebbia la consapevolezza della popolazione amministrata. Volentieri comprano i prodotti e il sistema che li produce. Volentieri pagano il prezzo in denaro – il prezzo in vite umane è pagato da altri e molto lontano.
Questo è, accademicamente parlando, il topos sociologico e psicologico della guerra in Vietnam. È l’obiettivo principale della protesta, anche dove non è esplicitamente presentato come un obiettivo. Qui non è in discussione se questa guerra sia o meno, in un senso marxista, una guerra “imperialista”. Ma che cosa provoca questo fatto bruto sulla società in generale, alle vite di ciascuno di noi? Il fatto bruto che il macchinario di distruzione più produttivo, efficiente e generosamente finanziato venga sguinzagliato contro uno dei popoli più poveri e deboli della terra senza riuscire a metterlo in ginocchio.
Questo fatto bruto richiede, per la sua giustificazione e intensificazione, una mobilitazione metodica, “scientifica”, della mente e del corpo, della coscienza e dell’inconscio per sostenere il massacro. Il che significa: abituare le persone, farle familiarizzare, renderle indifferenti alla crudeltà, alla violenza, all’ipocrisia e all’inganno, come normale strumentario per la vita quotidiana, nazionale e privata. Il che significa: un processo di brutalizzazione che influenza e permea l’intero universo di discorso e comportamento, e rilascia ovunque aggressività primaria. Un esempio è il linguaggio che, nel suo mescolare piacere e morte, sensualità e omicidio, trova la sua controparte nella pubblicità commerciale della società opulenta: “la tigre nel motore” .

Questa società agisce in modo potente, virile: rafforzando gli impulsi e i bisogni pulsionali, li adatta al Principio di Realtà che organizza sempre più efficacemente l’energia aggressiva: indebolendo quindi l’energia delle Pulsioni di Vita, reprimendo o deviando i loro bisogni (e come può competere uno slogan autentico come “fate l’amore, non fate la guerra” contro una “forma di vita” che unisce amore e guerra, trasformando la guerra in massacro, e l’amore in un’oscenità?). Questa sindrome pulsionale rafforza la società opulenta: il piacere è messo al servizio dell’aggressione socialmente utile, e ottenuta questa coordinazione, la società opera come un sistema chiuso: una totalità in cui tutti gli elementi sono coordinati (non per via di un “complotto”, ma per la sua dinamica cieca!) così che ogni elemento partecipa alla negatività dell’intero, e le stesse forze pluralistiche si uniscono in sua difesa. La protesta contro la totalità è essa stessa un elemento dell’intero: non riesce a trovare il suo proprio linguaggio, il medium per il suo messaggio; non riesce a definire con precisione il suo obiettivo, poiché ogni linguaggio e ogni media “appartiene” all’Establishment.
LE RADICI PULSIONALI DELLA NEGATIVITÀ
ove la razionalità è totalmente definita dall’Establishment, l’opposizione, la contraddizione, e il rifiuto devono apparire come irrazionale. Dove tutti gli scopi “positivi” diventano problematici (le concezioni tradizionali del Socialismo!) o sono assorbiti e ridefiniti dall’Establishment, la protesta sarà innanzitutto “negativa”: diffidenza verso tutte le ideologie, i progetti, le promesse; diffidenza verso ogni scelta tra i mali ma anche tra i beni! Il rifiuto di stare alle regole di un gioco truccato e di farselo piacere. Respinta dalla Ragione di cui il sistema si è appropriato, la protesta affonda le sue radici nel sub-razionale, nella dimensione biologica. Qui si esprime la nascita di nuovi bisogni pulsionali: “contro-bisogni” contro i bisogni dominanti; “contro-aggressivi” e in questo senso energia erotica, che si esprime in un anti-comportamento, anti-linguaggio, anti-immagini. In questa dimensione, valori morali, sessuali, estetici e politici sono fusi; l’inconscio mette in moto la coscienza, e lotta per darle una nuova direzione e nuovi concetti. In questa forma caotica, la protesta è diffusa tra la popolazione: non è identificata con una classe o un gruppo in particolare (sebbene, “naturalmente”, sia più forte tra i giovani).
Queste radici biologiche possono indicare la forza della protesta negli individui, ma indicano anche la sua debolezza politica. La protesta non è organizzata in nessun modo efficace, e tende così a scemare di fronte alla forza o alla sua stessa futilità. Tuttavia, penso che, in questa nascita e attivazione di bisogni e aspirazioni al di là dei tradizionali obiettivi economico-politici, emerga una forza progressiva, affermativa. Qui la differenza con la Vecchia Sinistra: le concezioni tradizionali del socialismo sembrano inadeguate a definire la differenza qualitativa della nuova società. In breve: nei paesi avanzati il “proletariato” non è più una forza rivoluzionaria; “lo sviluppo delle forze produttive” non è più il problema più urgente, e non è il segno della differenza qualitativa. “Il controllo collettivo…”, sebbene sia un prerequisito, non è la garanzia di un cambiamento essenziale nella forma di vita a meno che non sia esercitato da persone con nuovi modi e nuovi obiettivi di vita, non in un astratto senso morale, ma: persone con una struttura pulsionale diversa, con bisogni non aggressivi, non-competitivi, di autonomia – non sublimati così come sublimati.
Questo, tra l’altro, è precisamente ciò che aveva visto Marx: il “proletariato” era per lui una classe con bisogni rivoluzionari e per questo motivo l’agente storico della rivoluzione! Questo è ciò che ha visto Freud: non ci può essere alcun cambiamento nel Principio di Realtà se non guarisce le ferite che una società repressiva ha inflitto ai bisogni pulsionali dell’uomo; non ci può essere alcun cambiamento se non genera bisogni e impulsi in grado di contrapporsi e sottomettere i bisogni e gli impulsi amministrati di una società aggressiva.
POLITICA ED EROTICA
Ma ora: quali sono questi contro-bisogni, e: chi sono i loro (potenziali) soggetti? Nessuna speculazione! Essi si manifestano come contraddizione alla sindrome dominante. La loro soddisfazione implicherebbe la sottomissione di quei bisogni dominanti che, tanto nel produttore quanto nel consumatore, sostengono e perpetuano una società aggressiva. Di nuovo, Freud ci viene in soccorso! La principale contro-forza all’energia aggressiva è l’energia erotica: nella misura in cui spinge l’aggressività al servizio delle Pulsioni di Vita – si batte per l’unificazione, la pacificazione e la salvaguardia della Vita. Questo è l’elemento “politico” nascosto in questa energia: nascendo, ma trascendendo i rapporti personali tra gli individui, l’energia erotica lotta per trasformare l’ambiente sociale e naturale in un ambiente di soddisfazione e pace – si batte per ridurre la violenza distruttiva, per eliminare la brutalità, la crudeltà e la bruttezza. Questi sono gli elementi pulsionali, erotici ed estetici di ogni movimento radicale nella storia, e viceversa: senza una sublimazione politica, una trascendenza politica, la ribellione morale, sessuale, estetica resta un affare privato, e in ultima analisi, si auto-sconfigge. Sublimazione politica! Che non reprime o devia l’energia erotica, ma al contrario, cerca modi per liberarla nello sforzo di creare un ambiente per la sua realizzazione.
Ora, per quanto riguarda chi siano i potenziali soggetti che abbisognano di un simile cambiamento, io credo che in questa società tutti noi abbiamo “anti-bisogni” in noi, e che la repressione sociale abbia raggiunto la soglia della coscienza, che spinge all’azione. È vero, possiamo avere solo un’immagine vaga di ciò che vogliamo, ma almeno sappiamo ciò che non vogliamo: guerra, brutalità, insegnamento dell’ignoranza, ipocrisia; l’uso delle più grandi risorse intellettuali e materiali per lo spreco e per gratificazioni sostitutive. È del tutto “logico” che l’opposizione, in virtù della sua componente erotica, sia concentrata tra i giovani e tra gli “intellettuali”, perché oggi c’è bisogno di un alto grado di intelligenza per vedere attraverso il velo materiale: al fine di vedere attraverso, sentire attraverso, pensare attraverso.
Eppure c’è il rischio di romanticizzare questo movimento di protesta: è infatti minacciato dalla futilità a meno che non diventi movimento politico. Se lo fa, perderà molto del suo fascino, molto della sua giovinezza, molto del suo piacere immediato, ma non perderà, non dovrebbe perdere, le sue canzoni e i suoi balli. Le sue canzoni che sono oggi, con parole e suoni, l’unico linguaggio autentico della protesta.
È vero, possiamo avere solo un’immagine vaga di ciò che vogliamo, ma almeno sappiamo ciò che non vogliamo: guerra, brutalità, ignoranza, ipocrisia
LA MORTE E LA VITA
Ma un movimento politico, non importa quanto forti siano le sue radici pulsionali, esiste solo come movimento organizzato. Qui, dobbiamo affrontare le questioni teoriche. Ogni protesta appare futile a confronto col potere monolitico dell’intero. È esso veramente così immune? Alcune indicazioni: l’escalation della guerra mostra che il grado di violenza e inganno di questa società avanza al fine di “difendersi” contro i poveri! Forse questa è davvero una guerra difensiva in cui sono in gioco la sicurezza e la prosperità del sistema; in questo caso la fine della guerra costituirebbe in realtà la prima seria sfida al sistema: se può realmente farcela senza guerra e senza preparazione alla guerra! La protesta contro la guerra starebbe quindi mirando al punto più debole del sistema. La radicalizzazione dell’opposizione della popolazione “sotto-privilegiata”: “non vogliamo più i vostri resti…”. E segnali di pericolo dall’economia: la minaccia dell’automazione.
Per essere chiari: queste sono ancora punti problematici minori, ma precisamente a causa dell’integrazione del sistema, della “totalizzazione” della repressione e delle ricompense, esso è vulnerabile in ogni punto, da qualsiasi punto la pressione può espandersi. Esempi: un incidente tecnico, un errore diplomatico, ma anche un boicottaggio di prodotti o di mercati, uno scandalo (Nader e la General Motors), persino il licenziamento di un rettore dell’Università possono mettere in moto un movimento più ampio e attivare i suoi contenuti politici. Non è forse una razionalizzazione, o l’effetto di indottrinamento e della propaganda, lo stesso parlare di futilità? E non c’è un altro catalizzatore del cambiamento – per essere precisi un catalizzatore potenziale – che sta emergendo nello stesso processo produttivo, cioè: un gruppo che occupa proprio le posizioni chiave da cui dipende la riproduzione materiale della società, vale a dire: gli scienziati, i tecnici, gli esperti che progettano, costruiscono e controllano l’apparato di produzione e distruzione.
Incubo della Vecchia Sinistra: sono forse loro l’erede storico del proletariato? L’anello più debole nella catena di controllo? Certamente non oggi; ma potrebbero diventare consapevoli del fatto che la tecnica e la scienza, e non solo la scienza applicata, sono usate come armi politiche e materiali contro l’umanità. Già oggi, potrebbero fermare il massacro – se agissero in solidarietà, se sentissero il bisogno vitale di solidarietà! Di nuovo, la struttura istintuale mutilata fa il suo lavoro: il bisogno vitale di pace è assente, represso. Quindi la coscienza e la consapevolezza dell’azione necessaria non stanno qui! Ma un simile bisogno e una simile consapevolezza non devono essere risvegliati dall’altra parte del sistema globale di repressione: là c’è l’efficace e incredibile resistenza di coloro che sopportano l’urto dell’aggressione, della crudeltà e dell’odio: l’accusa vivente e morente del sistema. Non si devono preoccupare della teoria, dell’ideologia e della giustificazione. Fanno esperienza dei fatti bruti e sanno quello che significano; lì, e solo lì, si trova il sistema nella sua verità, senza il velo!
In conclusione, torniamo al Vietnam: l’origine e il contesto della protesta. Lì, le forze contendenti si scontrano in aperta battaglia non solo contro forze militari. Un incidente rivela quali altre forze sono mobilitate, quali altri obiettivi sono in gioco. Della storia dell’invasione del Delta del Mekong, il New York Times del 9 gennaio 1967 riportava che “due vietcong che stavamo cecchinando da postazioni Marines” furono uccisi, ma aggiungeva che “quando i corpi furono esaminati, si rivelarono essere quelli di un giovane uomo disarmato e di una donna”. La vera storia si trova nel report UPI (United Press International) del Washington Daily News del 7 gennaio 1967: lo sbarco non trovò opposizione e i primi americani a sbarcare furono tredici cronisti. Tuttavia, due adolescenti vietnamiti furono ammazzati. “Il ragazzo e la ragazza camminavano, tenendosi la mano, in una postazione Marines. Le sentinelle videro che si avvicinavano e, non sapendo chi fossero, li abbatterono con una raffica di colpi. Sono morti insieme, le loro mani ancora unite”.
Così, le nostre prime vittime sono state una coppia di innamorati a passeggio. Un incidente deplorevole, ma che rivela il terrore dell’intero: Morte contro Vita, Morte nella sua forma più efficace ed efficiente; Vita, come Eros, nella sua forma più dolce, più tenera. Questo è l’aspetto nascosto e tabuizzato della battaglia; questo è ciò contro cui voi insorgete. La vostra protesta, la nostra protesta, dovrebbe essere per il rovesciamento dei ruoli: la Vita contro la Morte.
Così, le nostre prime vittime sono state una coppia di innamorati a passeggio. Un incidente che rivela il terrore dell’intero: Morte contro Vita
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